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Ragioni Pratiche

Ultimi articoli

  • La cultura come strumento di libertà

    7 aprile 2013 in Appunti [ pubblicato da Michele Sisto ]

    Concepi[re] la cultura non come un patrimonio, cultura morta alla quale si rende l’omaggio obbligato di una pietà rituale, né come strumento di dominio e di distinzione, cultura bastione e Bastiglia, brandita contro i barbari, [...] bensì come strumento di libertà che presuppone la libertà, come modus operandi che consente il superamento permanente dell’opus operatum, della cultura cosa, e chiusa.
    (P. Bourdieu, Le regole dell’arte. Genesi e struttura del campo letterario, a cura di A. Boschetti, E. Bottaro, Milano, il Saggiatore, 2005, p. 428)

  • Con un titolo tratto dalla preghiera introduttiva di Se questo è un uomo appare in un’ottima traduzione lo studio appassionante che l’italianista inglese Robert S.C. Gordon ha dedicato alla memoria e alla rielaborazione dell’Olocausto nella cultura italiana. A partire dagli anni Ottanta, da quando, cioè, l’Olocausto o meglio, la Shoah secondo la dizione invalsa nel nostro Paese, ha assunto una posizione centrale nella sfera pubblica, la ricerca sulla deportazione ebraica si è intensificata e approfondita, articolandosi in studi dedicati ad aspetti specifici, a episodi singoli, oltre che alle risposte fornite in ambito artistico-letterario a quell’immane evento. Mancava, tuttavia, un’indagine globale che passasse in rassegna questi lavori e che, secondo le parole di Gordon, li inserisse „nel più vasto ambito di risposte che li ha generati e plasmati“. L’esplicito punto di riferimento metodologico è Pierre Bourdieu con la sua fortunata nozione di „campo culturale“.

  • I campi artistici

    18 novembre 2012 in Incontri [ pubblicato da Emanuele Bottaro ]

    Università degli Studi di Bergamo
    Sala Riunioni - ex Casa dell’Arciprete
    Via G. Donizetti, 3 - Bergamo

  • Sono opere d’arte, i videogames? Oggi pochi risponderebbero di sì; i più troverebbero inopportuno perfino chiederselo, e nel migliore dei casi avanzerebbero riserve e distinguo. È probabile che un giorno leggeremo storie di questa ennesima arte nelle quali Pacman avrà il posto che nei volumi di Gian Piero Brunetta ha La sortie des ouvriers de l’usine Lumière, ma oggi il suo status è ancora incerto. Lo stesso accadeva al cinematografo all’inizio del XX secolo: a lungo, dopo il battesimo parigino del 1895, è considerato un mezzo di intrattenimento, volgare e asservito all’industria, e il suo posto è nelle fiere, accanto al benjaminiano Kaiserpanorama, al baraccone del tiro al bersaglio e al casotto dell’indovina. Perché il cinema venga “identificato” come arte saranno necessari – parallelamente alla febbrile attività interna al campo cinematografico in via di costituzione ad opera di registi, cineasti, produttori, riviste specializzate, associazioni di cinefili, festival e premi – almeno tre decenni di trasfusioni di capitale simbolico dall’esterno, da campi dotati di più consolidata autonomia e legittimità, come quello teatrale, musicale o delle arti figurative, nonché dallo Stato e dalle sue istituzioni.

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