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		<title>La miseria del mondo, a Firenze</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/La-miseria-del-mondo-a-Firenze</link>
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		<dc:date>2015-12-10T08:36:16Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;Gioved&#236; 10 dicembre 2015 viene presentata a Firenze l'edizione italiana della Miseria del mondo. Scarica la locandina.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/segnalazioni" rel="directory"&gt;Segnalazioni&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Gioved&#236; 10 dicembre 2015 viene presentata a Firenze l'edizione italiana della Miseria del mondo. Scarica la locandina.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Produzione, riproduzione e distinzione</title>
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		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/Produzione-riproduzione-e-distinzione</guid>
		<dc:date>2015-12-03T10:42:32Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Sociologia</dc:subject>
		<dc:subject>Conferenze</dc:subject>
		<dc:subject>Lo&#239;c Wacquant</dc:subject>
		<dc:subject>Marco Pitzalis</dc:subject>
		<dc:subject>Antonietta De Feo</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Produzione, riproduzione e distinzione&lt;br class='autobr' /&gt;
Studiare il mondo sociale con (e dopo Bourdieu)&lt;br class='autobr' /&gt;
a cura di Antonietta De Feo e Marco Pitzalis&lt;br class='autobr' /&gt;
con scritti di Pierre Bourdieu e Lo&#239;e Wacquant&lt;br class='autobr' /&gt;
Cagliari, CUEC, 2015, 240 p.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il libro &#232; un'opera collettanea dedicata alla sociologia di Pierre Bourdieu, che prosegue l'esperienza italiana di riscoperta intellettuale dell'autore francese e del suo progetto scientifico. Il volume, traendo ispirazione dal convegno internazionale &#8220;Scienza e critica del mondo sociale: la lezione di Pierre Bourdieu&#8221; tenutosi a Cagliari il 6-7 giugno 2013, vuole contribuire alla riflessione sul sistema di concetti e di principi epistemologici che guida la ricerca bourdieusiana. Il file rouge, che unisce i contributi raccolti, &#232; l'idea che la lezione sul metodo del sociologo d'oltralpe fornisca ancora gli strumenti per un'analisi insieme critica, teoricamente rigorosa, ed empiricamente fondata del mondo sociale contemporaneo.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/segnalazioni" rel="directory"&gt;Segnalazioni&lt;/a&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Sociologia" rel="tag"&gt;Sociologia&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Conferenze" rel="tag"&gt;Conferenze&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Loic-Wacquant" rel="tag"&gt;Lo&#239;c Wacquant&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Marco-Pitzalis" rel="tag"&gt;Marco Pitzalis&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Antonietta-De-Feo" rel="tag"&gt;Antonietta De Feo&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Produzione, riproduzione e distinzione&lt;br class='autobr' /&gt;
Studiare il mondo sociale con (e dopo Bourdieu)&lt;br class='autobr' /&gt;
a cura di Antonietta De Feo e Marco Pitzalis&lt;br class='autobr' /&gt;
con scritti di Pierre Bourdieu e Lo&#239;e Wacquant&lt;br class='autobr' /&gt;
Cagliari, CUEC, 2015, 240 p.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;ISBN 978-88-8467-952-9&lt;br class='autobr' /&gt;
University Press/Ricerche sociali&lt;br class='autobr' /&gt;
Disponibile anche in formato ebook&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il libro &#232; un'opera collettanea dedicata alla sociologia di Pierre Bourdieu, che prosegue l'esperienza italiana di riscoperta intellettuale dell'autore francese e del suo progetto scientifico. Il volume, traendo ispirazione dal convegno internazionale &#8220;Scienza e critica del mondo sociale: la lezione di Pierre Bourdieu&#8221; tenutosi a Cagliari il 6-7 giugno 2013, vuole contribuire alla riflessione sul sistema di concetti e di principi epistemologici che guida la ricerca bourdieusiana. Il file rouge, che unisce i contributi raccolti, &#232; l'idea che la lezione sul metodo del sociologo d'oltralpe fornisca ancora gli strumenti per un'analisi insieme critica, teoricamente rigorosa, ed empiricamente fondata del mondo sociale contemporaneo.&lt;br class='autobr' /&gt;
In apertura di questo libro, un articolo di Pierre Bourdieu scritto con Lo&#239;c Wacquant mostra la dimensione etica e politica dell'impresa scientifica, un aspetto che &#232; al cuore della sociologia di Bourdieu come ci ricorda lo stesso Wacquant, in un'intervista che chiude, quasi nostalgicamente, il volume.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://www.cuec.eu/2015/11/29/produzione-riproduzione-e-distinzione/" class="spip_out"&gt;Produzione, riproduzione e distinzione. Studiare il mondo sociale con (e dopo Bourdieu)&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>C'&#232; comparazione e comparazione</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/C-e-comparazione-e-comparazione</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/C-e-comparazione-e-comparazione</guid>
		<dc:date>2014-03-25T18:02:06Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Campo letterario</dc:subject>
		<dc:subject>Anna Boschetti</dc:subject>
		<dc:subject>Anne-Rachel Hermetet</dc:subject>
		<dc:subject>Riviste</dc:subject>
		<dc:subject>La Nouvelle Revue fran&#231;aise</dc:subject>
		<dc:subject>La Ronda</dc:subject>
		<dc:subject>The Criterion</dc:subject>
		<dc:subject>Letteratura comparata</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Anne-Rachel Hermetet propone in questo libro (&lt;i&gt;Pour sortir du chaos. Trois revues europ&#233;ennes des ann&#233;s 20&lt;/i&gt;, Rennes, Presses universitaires de Rennes, coll. &#171;Interf&#233;rences&#187;, 2009, 258 p.) l'analisi comparata di tre riviste europee attive nel periodo che segue la prima guerra mondiale: &lt;i&gt;La Nouvelle Revue fran&#231;aise&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt;. Ci&#242; che, secondo l'a., accomuna i principali redattori delle tre riviste e giustifica la comparazione, &#232; la loro percezione che la guerra non abbia voluto dire solo morte, distruzione, ridefinizione dei confini, sconvolgimenti politici, come quello innescato dalla rivoluzione russa, ma abbia anche messo in luce una crisi di civilt&#224;, una situazione di &#8220;caos&#8221;. [...] L'impresa tentata da Hermetet non era certo facile. Una maggiore vigilanza sulla costruzione del corpus, sugli strumenti concettuali e sul metodo le avrebbe permesso di andare al di l&#224; della descrizione sommaria e impressionistica, di situare queste esperienze, di darne un'idea pi&#249; adeguata e di avanzare ipotesi capaci di spiegare la variet&#224; degli orientamenti, la loro evoluzione, le esitazioni e le contraddizioni apparenti. Purtroppo il suo lavoro non dice nulla di nuovo sulle riviste prese in considerazione, sul loro ruolo nello spazio nazionale e sui rapporti tra loro. Al contrario ne d&#224; un'immagine molto schematica e parziale, rispetto a quella che emerge dalle numerose analisi in circolazione. E non si pu&#242; neppure considerare un contributo al dibattito in corso tra i comparatisti che hanno contribuito con le loro ricerche e con la loro riflessione a trasformare e ad arricchire le prospettive della storia letteraria.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/recensioni" rel="directory"&gt;Recensioni&lt;/a&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo-letterario" rel="tag"&gt;Campo letterario&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Anna-Boschetti" rel="tag"&gt;Anna Boschetti&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Anne-Rachel-Hermetet" rel="tag"&gt;Anne-Rachel Hermetet&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Riviste" rel="tag"&gt;Riviste&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/La-Nouvelle-Revue-francaise" rel="tag"&gt;La Nouvelle Revue fran&#231;aise&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/La-Ronda" rel="tag"&gt;La Ronda&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/The-Criterion" rel="tag"&gt;The Criterion&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Letteratura-comparata" rel="tag"&gt;Letteratura comparata&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Anne-Rachel Hermetet propone in questo libro (&lt;i&gt;Pour sortir du chaos. Trois revues europ&#233;ennes des ann&#233;s 20&lt;/i&gt;, Rennes, Presses universitaires de Rennes, coll. &#171;Interf&#233;rences&#187;, 2009, 258 p.) l'analisi comparata di tre riviste europee attive nel periodo che segue la prima guerra mondiale: &lt;i&gt;La Nouvelle Revue fran&#231;aise&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt;. Ci&#242; che, secondo l'a., accomuna i principali redattori delle tre riviste e giustifica la comparazione, &#232; la loro percezione che la guerra non abbia voluto dire solo morte, distruzione, ridefinizione dei confini, sconvolgimenti politici, come quello innescato dalla rivoluzione russa, ma abbia anche messo in luce una crisi di civilt&#224;, una situazione di &#8220;caos&#8221;. Se per le avanguardie creazione e caos non sono antagonisti, per gli scrittori che animano queste riviste uno dei compiti della letteratura &#232; uscire dal caos, rifondare l'ordine culturale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La prima e la seconda parte del volume presentano la storia delle tre riviste, i collaboratori, gli orientamenti, l'atteggiamento rispetto a apporti stranieri, facendo emergere differenze notevoli: &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt;, nata prima della guerra e destinata a essere una delle riviste pi&#249; longeve della storia letteraria, ha gi&#224; una reputazione solida, anche all'estero, e in una certa misura &#232; sicuramente un riferimento per le altre due. &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; nasce nell'aprile 1919 e si interrompe nel novembre 1922, uscendo definitivamente di scena con un ultimo numero nel dicembre 1923. &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt; nasce pi&#249; tardi, nell'ottobre 1922, e, a differenza delle altre due, &#232; sostanzialmente l'espressione di una sola persona, Eliot. Le tre riviste condividono il culto della forma, anche se &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; punta sul romanzo, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; sulla &#8220;prosa d'arte&#8221;, Eliot sulla poesia. Tutte, sul piano dei principi, rivendicano l'autonomia della cultura rispetto alla politica, ma le prime due sono di fatto coinvolte nella forte politicizzazione che caratterizza la cultura francese e italiana all'indomani della guerra, mentre Eliot, americano in un paese non direttamente implicato nel conflitto, come l'Inghilterra, pu&#242; pi&#249; facilmente mantenere le distanze nei confronti della politica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quanto ai riferimenti stranieri, &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; dedica loro poco spazio e prende in considerazione solo le culture europee con cui la Francia tradizionalmente si &#232; confrontata: traduce soprattutto testi inglesi e russi (il romanzo russo non ha smesso di interessare dopo essere stato lanciato a fine Ottocento) e nei commenti privilegia autori tedeschi, anche perch&#233; molti collaboratori hanno familiarit&#224; con la cultura tedesca. Se sente l'esigenza di contribuire alla ricostruzione di una civilt&#224; europea, tende a pensarla come un rapporto tra i rappresentanti delle &#233;lites intellettuali di ogni paese, sul modello delle &#8220;D&#233;cades de Pontigny&#8221;. &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt; &#232; pi&#249; cosmopolita, come mostra la scelta di non riservare una sezione apposita ai testi stranieri ma di mescolarli con quelli inglesi. Inoltre la rubrica dedicata alle riviste recensisce molto spesso numeri di riviste straniere. Pi&#249; che all'idea di un'&#8220;Europa dello spirito&#8221;, i collaboratori della &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt; sembrano, invece, interessati ai problemi che deve affrontare la cultura italiana per uscire dal provincialismo, affermarsi all'estero e dotarsi di una lingua letteraria adeguata. Tuttavia lo sforzo di sfuggire alla marginalit&#224; rende la rivista pi&#249; aperta al confronto con modelli stranieri di quanto non appaia &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt;. &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; manifesta, in particolare, un interesse per la cultura francese che caratterizza tutta la tradizione letteraria italiana, e presta molta attenzione alla &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;, pur con una forte ambivalenza, riconducibile, almeno in parte, all'umore antifrancese suscitato in Italia dal trattato di Versailles.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La terza e la quarta parte del volume sono rivolte a mostrare come la diversit&#224; delle tre riviste si manifesti sia nella maniera di intendere la tradizione sia nell'atteggiamento verso gli autori contemporanei. Il &#8220;classicismo&#8221; cui tutte si richiamano si traduce in genealogie diverse, nazionali per &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; e per &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; (rispettivamente il XVII&#176; secolo francese e Leopardi), europee per Eliot: l'antichit&#224; greco-latina e Dante. La ricostruzione del rapporto delle riviste con il XIX&#176; secolo e con il presente si presentava certo molto pi&#249; difficile, data la grande variet&#224; dei riferimenti e degli orientamenti. Hermetet ha tentato di risolvere il problema adottando come indicatori le posizioni che le riviste assumono su alcuni temi e autori: il Romanticismo, Dosto&#239;evski, Bergson, Benda, Proust, il Futurismo e il Surrealismo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Si tratta in realt&#224; di una prospettiva nettamente sbilanciata, che accentua lo squilibrio implicito nella stessa costruzione dell'oggetto (mentre &lt;i&gt;La NRf&lt;/i&gt; &#232; presente in tutto il periodo esaminato, &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; &#232; attiva solo nel primo triennio , e &lt;i&gt;The Criterion&lt;/i&gt; nel secondo), focalizzando di fatto l'analisi in prevalenza sulla rivista francese. &#200; vero, come fa notare Hermetet, che la cultura francese era allora dominante. Ma il contesto intellettuale nazionale esercita un peso determinante sulla problematica affrontata dalle riviste. Le questioni percepite come importanti e urgenti in Francia sono nella maggior parte dei casi lontane dall'apparire tali in Italia o in Inghilterra. Per fare solo un esempio, se certamente gli intellettuali italiani non ignorano Bergson, il riferimento filosofico di gran lunga pi&#249; importante per loro, negli anni Venti, &#232; il pensiero di Croce, e non lo si pu&#242; quindi trascurare se si vogliono capire le posizioni della &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt;. Il Romanticismo &#232; per loro solo un fenomeno del passato, legato al Risorgimento, mentre in Francia appare un terreno di confronto ineludibile, a causa dell'enorme ascendente che l'Action fran&#231;aise esercita allora sugli scrittori (inclusa l'&#233;quipe della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;), imponendo all'attenzione le tesi di Maurras e di Lasserre sul Romanticismo, pernicioso prodotto germanico estraneo al genio francese. Dosto&#239;evski &#232; un modello importante per Gide, ma non &#232;, contrariamente a quanto afferma Hermetet, un &#8220;buon rivelatore della letteratura italiana degli anni 1920&#8221; (p.155), se &#232; vero, come riconosce l'a., che &#232; screditato agli occhi dei collaboratori della &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt;, in quanto lo associano a D'Annunzio e a &lt;i&gt;La Voce&lt;/i&gt;, due posizioni da cui prendono le distanze. Viceversa, il futurismo non &#232; mai stato preso sul serio dalla &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;, mentre per &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; &#232; un fondamentale &lt;i&gt;repoussoir&lt;/i&gt;, incarna tutto ci&#242; che la rivista respinge nelle avanguardie. Se Proust, Tzara, Breton, Aragon sono al centro dell'interesse nella &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;, i temi rilevanti per &lt;i&gt;La Ronda&lt;/i&gt; sono altri, e lo stesso si pu&#242; dire per la rivista di Eliot.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Poich&#233; Hermetet, tuttavia, non prende in considerazione questi temi, la sua analisi risulta deformante: l'apporto della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt; &#232; ricostruito e commentato, quello delle altre due riviste sembra ridursi ai rari interventi che riguardano il dibattito in corso in Francia. Quindi, anzich&#233; &#8220;le differenti gerarchie&#8221;, emergono &#8220;silenzi o assenze&#8221; rispetto alla rivista di Gide (p. 11) e gli ovvi &#8220;d&#233;calages&#8221; con cui sono importati autori e problematiche francesi. Al lettore rimane solo un'impressione di lacune o di ritardi, poich&#233; non sono ricostruiti i modelli proposti dalle due riviste, gli interlocutori rispettivi, il dibattito interno alla &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt;, n&#233; &#232; spiegata la rilevanza che ognuna ha avuto nel suo paese. &#200; vero che Hermetet, per giustificare la comparazione, afferma l'affinit&#224; dei programmi &#8220;estetici&#8221; e della &#8220;posizione che ogni rivista occupa o si propone di occupare nel campo letterario nazionale&#8221; (p. 15). Ma, poich&#232; non ricostruisce questa posizione (cio&#232; il contesto nazionale in cui le scelte delle riviste si iscrivono e i fattori che le rendono autorevoli, a cominciare dalle propriet&#224; e dalla reputazione dei redattori), non fornisce elementi indispensabili per capirne la linea e l'evoluzione. Convergenze come il &#8220;classicismo&#8221; e la paura del &#8220;caos&#8221; si potrebbero spiegare e prenderebbero tutto il loro senso se, invece di essere trattate come posizioni specifiche di questi gruppi, fossero ricondotte a tendenze collettive emerse gi&#224; durante la guerra.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Sarebbe stato necessario, per esempio, collegare questi atteggiamenti al fenomeno ampiamente studiato del &#8220;retour &#224; l'ordre&#8221;, che spesso ritraduce, in forma eufemizzata, preoccupazioni nazionalistiche e fantasmi associati ai grandi conflitti sociali e politici esplosi durante la guerra, in particolare la rivoluzione russa. Cos&#236; le dichiarazioni di principio dei redattori sull'esigenza di separare la cultura dalla politica non bastano a provare un'autentica distanza dalla politica (nessuno dei principali redattori della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt; e della &lt;i&gt; &lt;i&gt;Ronda&lt;/i&gt; &lt;/i&gt; si astiene da prese di posizione nazionaliste, a volte chiaramente xenofobe) ma esprimono la consapevolezza che la partecipazione diretta agli scontri ideologici in atto rischia di compromettere ogni possibilit&#224; di preservare una certa autonomia della cultura.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'insufficiente riflessione sulla costruzione dell'oggetto e sui concetti utilizzati &#232; il limite fondamentale di cui risente questo volume. Il suo approccio prevalentemente descrittivo ha tutti gli inconvenienti della ricerca positivistica: se uno studio di caso non analizza il dato, non lo interpreta, non lo confronta con le ipotesi e i risultati che emergono da altri studi di caso, non arriva a distinguere ci&#242; che &#232; particolare, specifico del caso, legato alle propriet&#224; di un contesto storico, e ci&#242; che, alla luce di altre analisi, si pu&#242; considerare come un meccanismo, una tendenza generale. Questo lavoro sembra ignorare le acquisizioni dei molti studi e interventi che, con la mondializzazione della ricerca, hanno messo radicalmente in discussione i presupposti e gli orizzonti della storia letteraria, sia nella comparatistica sia nello studio delle letterature nazionali. Cos&#236;, mentre i &lt;i&gt;Translation studies&lt;/i&gt;, i &lt;i&gt;Transfer Studies&lt;/i&gt;, le &lt;i&gt;World-System Theories&lt;/i&gt;, la sociologia della traduzione hanno messo in luce la complessit&#224; dei fattori che occorre prendere in considerazione per spiegare i flussi delle traduzioni e le relazioni che si instaurano tra le diverse culture (la gerarchia di importanza, invisibile e variabile, tra le lingue, le letterature, le nazioni, i mercati, ma anche le relazioni diplomatiche, i conflitti e le alleanze, la presenza delle lingue straniere nell'insegnamento e la loro diffusione, le poste in gioco nello spazio nazionale, eccetera), Hermetet si limita a dire, come se si trattasse di un principio di spiegazione ovvio e sufficiente: &#171;On sait [&#8230;] que plus une langue est rare dans un pays donn&#233;, moins les &#339;uvres litt&#233;raires sont traduites et plus le nombre des commentateurs est restreint&#187; (p. 31). Allo stesso modo &#232; ricondotta a una falsa evidenza la relazione tra fenomeni e rappresentazioni che sono altrettante mitografie cristallizzate, da decostruire, come il &#8220;simbolismo&#8221; e la &#171;crisi del romanzo&#187; : &#171;On sait, en effet, que la sortie du symbolisme passe par une r&#233;d&#233;finition du genre romanesque, dans le contexte g&#233;n&#233;ral de &#8220;crise du roman&#8221;&#187; (p. 28).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'insufficiente riflessivit&#224; emerge anche nelle tendenza dell'analista a adottare il linguaggio delle sue fonti, usando senza distanza concetti fortemente marcati e carichi di presupposti ideologici, come &#8220;intelligence&#8221; - lanciato da Maurras (L'Avenir de l'intelligence) e ripreso da Massis (le Parti de l'Intelligence) - inestricabilmente associato all'autorappresentazione degli intellettuali nazionalisti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Appare altrettanto superficiale il modo in cui &#232; affrontata una questione rilevante come il nazionalismo culturale della &lt;i&gt;NRf&lt;/i&gt;. Certo il compito dell'analista, di fronte al razzismo che emerge da molti testi di Gide e di Rivi&#232;re, non &#232; condannare, ma neppure sorvolare o assolvere, come fa Hermetet, secondo la quale non si tratta di &lt;i&gt;chauvinisme&lt;/i&gt; (229), ma di &#8220;psicologia dei popoli&#8221; (p. 228) mossa da un'intenzione &#8220;contrastiva&#8221; (p. 27). Non ci si pu&#242; limitare a spiegare l'idea di una missione storica della Francia, fondata sulla superiorit&#224; culturale, collegandola alla &#8220;prospettiva universalista ereditata dalla Rivoluzione del 1789&#8221; (p. 75), senza prendere esplicitamente le distanze dall'imperialismo culturale che quest'universalismo ha finito di fatto per legittimare. Sarebbe stato necessario almeno evocare le condizioni storiche di un accecamento nazionalistico che pu&#242; sorprendere, se non lo si inquadra storicamente. Esistono molti studi sul nazionalismo letterario in Francia, che permettono di capirne la genesi e lo sviluppo, prendendo in considerazione non solo il conflitto con la Germania ma tutto il processo di nazionalizzazione della letteratura francese che si avvia con il Romanticismo e, inseparabilmente, il ruolo sociale eminente che il nazionalismo assicura agli scrittori, in una fase della storia intellettuale in cui il prestigio e lo status della categoria &#232; minacciato dall'ascesa di altre frazioni intellettuali, in particolare gli universitari, che in qualit&#224; di esperti e di consiglieri possono esercitare un'influenza considerevole sullo stato.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'impresa tentata da Hermetet non era certo facile. Una maggiore vigilanza sulla costruzione del corpus, sugli strumenti concettuali e sul metodo le avrebbe permesso di andare al di l&#224; della descrizione sommaria e impressionistica, di situare queste esperienze, di darne un'idea pi&#249; adeguata e di avanzare ipotesi capaci di spiegare la variet&#224; degli orientamenti, la loro evoluzione, le esitazioni e le contraddizioni apparenti. Purtroppo il suo lavoro non dice nulla di nuovo sulle riviste prese in considerazione, sul loro ruolo nello spazio nazionale e sui rapporti tra loro. Al contrario ne d&#224; un'immagine molto schematica e parziale, rispetto a quella che emerge dalle numerose analisi in circolazione. E non si pu&#242; neppure considerare un contributo al dibattito in corso tra i comparatisti che hanno contribuito con le loro ricerche e con la loro riflessione a trasformare e ad arricchire le prospettive della storia letteraria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(da: Rivista di letterature moderne e comparate, vol. LXIV, fasc. 4 (ott.-dic. 2011), pp. 456-460)&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Oltre il recinto del senso comune</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Oltre-il-recinto-del-senso-comune</link>
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		<dc:date>2014-03-24T14:29:48Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Cultura</dc:subject>
		<dc:subject>Campo letterario</dc:subject>
		<dc:subject>Campo artistico</dc:subject>
		<dc:subject>Anna Boschetti</dc:subject>
		<dc:subject>Eduard Manet</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Forse nessuno dei molti testi, sempre accuratamente rifiniti, pubblicati in vita da Pierre Bourdieu d&#224; l'idea del suo modo di pensare e di lavorare quanto il volume postumo &lt;i&gt;Manet. Une r&#233;volution symbolique&lt;/i&gt; (Seuil, pp. 782, euro 32) in cui &#232; riunito ci&#242; che rimane di una ricerca interrotta dalla morte: un manoscritto incompiuto e la trascrizione di due cicli di lezioni. Questo studio di caso, dedicato a ricostruire il processo attraverso cui la pittura francese &#232; entrata nella modernit&#224;, mettendo in discussione il sistema accademico, era considerato da Bourdieu una delle sfide pi&#249; importanti e difficili che avesse affrontato, come mostra la lunga e tormentata gestazione. L'aveva iniziato verso la met&#224; degli anni Ottanta, poi, impegnato su altri fronti, l'aveva abbandonato. Ci era tornato in due corsi consecutivi al Coll&#232;ge de France (1998&#8211;1999 e 1999&#8211;2000), l'aveva nuovamente sospeso per dedicare l'ultimo anno alla sociologia della scienza, infine nell'autunno del 2001 aveva ripreso il vecchio manoscritto, deciso a rielaborarlo e a pubblicarlo. Non gli era stato ancora diagnosticato il male di cui sarebbe morto pochi mesi dopo. Preoccupazioni congiunturali avevano certamente contribuito a fargli riprendere questo lavoro. Ricordare quanto era stata difficile ed eroica l'emancipazione della pittura dal potere accademico e statale era un modo indiretto per difendere l'autonomia della cultura, in tutte le sue forme, dall'arte alla scienza, contro la &#171;rivoluzione conservatrice&#187; che secondo Bourdieu era in atto nella societ&#224; francese.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Forse nessuno dei molti testi, sempre accuratamente rifiniti, pubblicati in vita da Pierre Bourdieu d&#224; l'idea del suo modo di pensare e di lavorare quanto il volume postumo &lt;i&gt;Manet. Une r&#233;volution symbolique&lt;/i&gt; (Seuil, pp. 782, euro 32) in cui &#232; riunito ci&#242; che rimane di una ricerca interrotta dalla morte: un manoscritto incompiuto e la trascrizione di due cicli di lezioni. Questo studio di caso, dedicato a ricostruire il processo attraverso cui la pittura francese &#232; entrata nella modernit&#224;, mettendo in discussione il sistema accademico, era considerato da Bourdieu una delle sfide pi&#249; importanti e difficili che avesse affrontato, come mostra la lunga e tormentata gestazione. L'aveva iniziato verso la met&#224; degli anni Ottanta, poi, impegnato su altri fronti, l'aveva abbandonato. Ci era tornato in due corsi consecutivi al Coll&#232;ge de France (1998&#8211;1999 e 1999&#8211;2000), l'aveva nuovamente sospeso per dedicare l'ultimo anno alla sociologia della scienza, infine nell'autunno del 2001 aveva ripreso il vecchio manoscritto, deciso a rielaborarlo e a pubblicarlo. Non gli era stato ancora diagnosticato il male di cui sarebbe morto pochi mesi dopo. Preoccupazioni congiunturali avevano certamente contribuito a fargli riprendere questo lavoro. Ricordare quanto era stata difficile ed eroica l'emancipazione della pittura dal potere accademico e statale era un modo indiretto per difendere l'autonomia della cultura, in tutte le sue forme, dall'arte alla scienza, contro la &#171;rivoluzione conservatrice&#187; che secondo Bourdieu era in atto nella societ&#224; francese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Il potere del simbolico&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel corso su Manet Bourdieu sottolinea l'attualit&#224; della sua analisi, denunciando in particolare il populismo di cui si servono i conservatori, alla fine dell'Ottocento come nel 2000, per screditare la rivendicazione di autonomia delle ricerche artistiche e scientifiche che non sono immediatamente accessibili ai profani. In effetti molti degli intellettuali francesi che dalla met&#224; degli anni Settanta si sono imposti all'attenzione mediatica (dai &#171;nouveaux philosophes&#187; a Jacques Ranci&#232;re e Bruno Latour) si sono serviti di argomenti populisti per squalificare i loro pi&#249; famosi predecessori: L&#233;vi-Strauss, Lacan, Althusser, Foucault, Derrida e, in particolare, Bourdieu. I nuovi guru hanno preteso demagogicamente di farsi portavoce del senso comune, accusando di arroganza sia la visione strutturale, che spiega il soggetto ricostruendo il sistema di relazioni in cui &#232; inserito, sia i &#171;maestri del sospetto&#187;, colpevoli di aver fatto emergere l'impensato che si cela in ogni discorso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma non si pu&#242; capire l'interesse che questa ricerca presenta per chiunque desideri conoscere meglio il pensiero di Bourdieu se non si considera la scommessa teorica che rappresentava per lui. In quest'enorme cantiere, aperto su pi&#249; fronti, ha messo alla prova tutti gli strumenti e i saperi acquisiti in oltre quarant'anni di lavoro. Il libro offre la possibilit&#224; di entrare in uno straordinario laboratorio e di cogliere il pensiero nel suo farsi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fin dall'inizio della sua carriera Bourdieu aveva focalizzato la sua attenzione sulla dimensione simbolica della realt&#224;: il senso e il valore che diamo alle cose, anche quelle che consideriamo &#171;materiali&#187;, dipendono dalle nostre categorie di percezione, convinzioni, emozioni. Riteneva che la tradizione sociologica non avesse elaborato strumenti adeguati per rendere conto di quest'aspetto fondamentale. Marx aveva sottolineato nella prima delle &lt;i&gt;Tesi su Feuerbach&lt;/i&gt; il &#171;lato attivo&#187; della realt&#224; umana, ma non aveva sviluppato quest'intuizione, essendo preoccupato di sottolineare soprattutto, contro l'idealismo, il peso dei fattori economici. Emile Durkheim e soprattutto Max Weber avevano aperto la strada, con i loro studi sulla religione. Ma Bourdieu voleva elaborare un modello che permettesse di spiegare la cultura (in tutte le sue accezioni) di universi complessi e differenziati come la societ&#224; contemporanea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Modelli della trasformazione&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nei lavori sul sistema di insegnamento e nella &lt;i&gt;Distinzione&lt;/i&gt; Bourdieu si &#232; interrogato soprattutto sui meccanismi di riproduzione della cultura, per cercare di spiegare il grande paradosso della storia umana, il fatto che l'ordine simbolico tende a essere accettato come evidente, naturale, anche da quelli che ne sono vittime. Ha mostrato che le strutture mentali sono forgiate dalle strutture sociali, attraverso la scuola e la famiglia, e tendono quindi ad accordarsi con la visione dominante. Al tempo stesso non ha mai smesso di interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile, in alcune congiunture storiche, la trasformazione dei principi di visione e di divisione del mondo. Lungi dal proporre una visione rassegnata, la sua opera muove dalla convinzione che la conoscenza dei determinismi sociali sia il solo strumento di cui l'uomo dispone per tentare di &#171;defatalizzare&#187; il mondo. Bourdieu ha cos&#236; progressivamente elaborato un modello multifattoriale di spiegazione del cambiamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio di una &#171;rivoluzione simbolica&#187; riuscita era un modo per mettere alla prova questo modello. Si trattava non solo di individuare i fattori strutturali di una conversione mentale collettiva, ma di spiegare i meccanismi e gli esiti del cambiamento, grazie alla sua teoria dell'azione, da lui designata sinteticamente con le nozioni complementari di habitus e di campo. Avendo l'ambizione di provare la validit&#224; generale delle sue ipotesi, Bourdieu considerava come una sfida particolarmente significativa e un punto d'onore riuscire a rendere conto del funzionamento dell'arte e della letteratura, oggetti verso i quali sussiste ancora oggi un atteggiamento religioso, che pretende di sottrarli alla conoscenza razionale, come se non facessero parte del mondo sociale. Perci&#242; era importante per lui non limitarsi ad analizzare aspetti &#171;esterni&#187; come il mercato e il pubblico, ma mostrare che la nozione di campo permetteva di spiegare sociologicamente anche gli aspetti pi&#249; specifici di questi universi particolari: l'eroico disinteresse dimostrato da scrittori e artisti incompresi dalla maggior parte dei contemporanei come Baudelaire, Flaubert, Mallarm&#233;, Rimbaud, Courbet, Manet, Cezanne, Van Gogh; gli aspetti tecnici e formali delle opere; la genesi dei canoni estetici e delle gerarchie di valore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La quantit&#224; di piste che apre questo libro postumo attesta la fecondit&#224; del modello teorico e insieme la dismisura del lavoro che esso richiede. Mentre in altre ricerche Bourdieu ha potuto contare su un'&#233;quipe di collaboratori, qui ha proceduto da solo, e considerando il programma delineato nel manoscritto si capisce come in una lezione arrivi a confessare il suo sgomento di fronte all'impresa in cui si &#232; imbarcato. L'indice d&#224; l'idea della &#171;missione impossibile&#187; che si &#232; imposto, nell'esigenza di analizzare sistematicamente il funzionamento dei diversi campi e settori che hanno un ruolo nella rivoluzione della pittura: il sistema accademico; il campo artistico;il campo della critica; i mercanti e i collezionisti; le innovazioni estetiche e pittoriche. Secondo la sua teoria, per spiegare le pratiche (rappresentazioni, discorsi, opere) occorreva fare un lavoro senza precedenti: ricostruire, per ognuno di questi mondi (compresa la produzione critica della posterit&#224;), la struttura delle posizioni nonch&#233; le traiettorie e le propriet&#224; degli agenti. Inoltre, mentre nelle &lt;i&gt;Regole dell'arte&lt;/i&gt; Bourdieu si era concentrato sul caso francese, qui si pone in una prospettiva comparativa, per spiegare l'eccezione che rappresenta la Francia, per la forza del sistema accademico e per la radicalit&#224; della rivoluzione compiuta dagli innovatori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;L'insidia del determinismo&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nessuno dei capitoli pu&#242; dirsi finito. Alcuni sono note per un'immensa ricerca da fare. A volte Bourdieu avanza ipotesi che possono apparire discutibili o troppo perentorie. Ma si trova qui un esempio concreto e prezioso della complessa costruzione di oggetto che esige l'applicazione della &#171;teoria dei campi&#187;. Le domande che Bourdieu si pone e le ipotesi che elabora sono trasponibili. Il libro mostra quanto siano fruttuose queste trasposizioni, per esempio facendo emergere ci&#242; che accomuna il funzionamento del sistema accademico ai tempi di Manet e quello delle &lt;i&gt;Grandes &#233;coles&lt;/i&gt; francesi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'aspetto forse pi&#249; affascinante e istruttivo &#232; lo sforzo costante di riflessivit&#224;. La meditazione sui problemi teorici e metodologici, sull'uso dei concetti, sul lavoro di ricerca occupa pi&#249; di met&#224; dei corsi e coinvolge profondamente, grazie alla passione e onest&#224; intellettuale con cui l'illustre sociologo spiega quello che cerca di fare e confessa le sue difficolt&#224;. A proposito di questioni fondamentali (come la distinzione tra &#171;corpo&#187; accademico e &#171;campo&#187; artistico, o il rapporto rottura/continuit&#224; nel cambiamento) si notano esitazioni e progressive correzioni che attestano la fedelt&#224; all'ethos scientifico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Colpisce in particolare lo sforzo di vigilanza epistemologica sui determinismi insidiosi cui ogni ricercatore &#232; esposto. Nel manoscritto, per esempio, raccomanda a se stesso: &#171;non fare il poeta, bel discorso suggestivo&#187;. E (riferendosi al confronto con altri studiosi): &#171;Sfuggire all'effetto campo: 1) non cercare l'originalit&#224; 2) non accontentarsi di contrapporsi. Superare conservando&#187;. Questo breve promemoria riassume un segreto essenziale del pensiero di Bourdieu, che si &#232; costruito, come ha detto e scritto spesso, con e contro Marx, Durkheim, Weber e innumerevoli altri autori, appropriandosi le acquisizioni e correggendo gli errori. Ha sempre giudicato antiscientifica e nefasta la logica dicotomica che riduce tutto a alternative semplici. Qui ribadisce con forza la persuasione che la conoscenza pu&#242; progredire solo praticando un &#171;eclettismo razionale&#187;. E quest'impresa, incompiuta, forse, anche perch&#233; interminabile, lo conferma attraverso le prospettive che apre e i problemi che pone a quanti vorranno proseguirla e superarla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(recensione uscita su: &#034;il manifesto&#034;)&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Scienza e libido nel campo accademico</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Scienza-e-libido-nel-campo-accademico</link>
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		<dc:date>2014-03-23T18:39:45Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Mirella Giannini</dc:subject>
		<dc:subject>campo accademico</dc:subject>
		<dc:subject>Dominio maschile</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;&#034;Quando Bourdieu descrive il campo universitario come omologo al campo del potere, con l'evidente opposizione tra la parte dominante e la parte dominata, e quando, con il metodo della prosopografia, con indici che rappresentano pi&#249; o meno direttamente il capitale economico e culturale, classifica i docenti e la loro distribuzione nelle gerarchie disciplinari, si nota subito come, nelle statistiche, la presenza delle donne riporti percentuali bassissime, talvolta nulle, rispetto a quelle degli uomini (Bourdieu 1984/2013, p. 96)&#034;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Pubblichiamo l'anteprima di un saggio di Mirella Giannini in uscita nel volume &lt;i&gt;Pierre Bourdieu, Il mondo dell'uomo, i campi del sapere&lt;/i&gt;, curato da Emanuela Susca per Orthotes Editrice.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Mirella-Giannini" rel="tag"&gt;Mirella Giannini&lt;/a&gt;, 
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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Dominio-maschile" rel="tag"&gt;Dominio maschile&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Pubblichiamo l'anteprima di un saggio di Mirella Giannini in uscita nel volume &lt;i&gt;Pierre Bourdieu, Il mondo dell'uomo, i campi del sapere&lt;/i&gt;, curato da Emanuela Susca per Orthotes Editrice. Qui il par. 3: &lt;i&gt;La libido maschile e l'ombra della femina academica&lt;/i&gt;. Per leggere la versione completa di note occorre scaricare il pdf in fondo al post.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Quando Bourdieu descrive il campo universitario come omologo al campo del potere, con l'evidente opposizione tra la parte dominante e la parte dominata, e quando, con il metodo della prosopografia, con indici che rappresentano pi&#249; o meno direttamente il capitale economico e culturale, classifica i docenti e la loro distribuzione nelle gerarchie disciplinari, si nota subito come, nelle statistiche, la presenza delle donne riporti percentuali bassissime, talvolta nulle, rispetto a quelle degli uomini (Bourdieu 1984/2013, p. 96). Ancora, quando mostra come i docenti agiscano per conservare e accumulare il capitale sociale e simbolico, per esempio partecipando a commissioni, comitati, anche esterni all'universit&#224;, riproducendo cos&#236; le gerarchie universitarie, le donne non appaiono certamente nelle alte sfere. Rispetto a queste statistiche, dove &#232; chiaro che il genere maschile non solo &#232; numericamente preponderante ma anche &#232; esclusivo nei posti del potere accademico, Bourdieu rimane tiepido.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inoltre, quando descrive le dinamiche della cooptazione che sanzionano il reclutamento come diritto di ingresso nella corporazione degli accademici, Bourdieu fa chiaramente vedere come gli &#8220;uomini&#8221; siano concepiti come persone nella loro totalit&#224;, come habitus, quelle &#8220;disposizioni durevoli, costitutive di un ethos, di un hexis corporale, di un modo di esprimersi e di pensare&#8221; (ivi, p. 112). Ebbene qui non ritroviamo nessun cenno all'habitus di genere, nessun cenno al principio di omofilia maschile che regola la riproduzione dei gruppi dominanti e le relazioni tra maestro e allievo, pur nelle belle pagine in cui si mette in luce l'accademica &#8220;arte&#8221; di far attendere e di mantenere l'allievo nella relazione di dipendenza &#8220;fondata sull'attesa&#8221;, di suscitare &#8220;una sottomissione mimetica al maestro&#8221; (ivi, p. 152). Nella sua analisi dell'universit&#224;, Bourdieu non si sofferma, se non molto incidentalmente, sul genere dei docenti, e la donna accademica rimane davvero nell'ombra. Solo successivamente svilupper&#224; il suo approccio alla questione femminile, negli scritti su &lt;i&gt;Il dominio maschile&lt;/i&gt;, l'articolo del 1990 e il libro del 1998.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma ora, noi cercheremo &#8220;di pensare con Bourdieu per andare oltre Bourdieu&#8221; e di capire quale posto avrebbero avuto le donne nell'accademia se il nostro sociologo avesse riflettuto, come docente, sui propri &#8220;pregiudizi scolastici&#8221; o sui &#8220;condizionamenti dell'inconscio culturale&#8221;. In realt&#224;, lo fa lui stesso, in questi termini, quando, in articolo pubblicato postumo, descrive l'esercizio metodico della riflessivit&#224; come &#8220;un incessante andirivieni tra il momento riflessivo dell'oggettivazione dell'esperienza primaria e il momento attivo dell'investimento di questa esperienza cos&#236; oggettivata e criticata in atti di oggettivazione pi&#249; lontani da questa esperienza&#8221;, e sostiene che questo &#8220;doppio movimento&#8221;, che si costruisce &#8220;scientificamente&#8221;, permette allo &#8220;sguardo antropologico&#8221; di disvelare le relazioni invisibili e anche il proprio &#8220;inconscio culturale&#8221; (Bourdieu 2003, pp.52-53).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E cos&#236;, finalmente, richiamando la riflessivit&#224;, che ha esercitato nello scrivere &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt;, riconosce che l'oggettivazione &#232; stata talmente &#8220;fredda&#8221; da dimenticare quanto la libido accademica rappresenti una delle &#8220;follie della mascolinit&#224;&#8221; : &lt;br class='autobr' /&gt; &#8220;&#8230; Ma mi piacerebbe dare rapidamente un altro esempio di andirivieni particolarmente fecondo: avendo scoperto in Virginia Woolf (1929) &lt;i&gt;Al faro&lt;/i&gt;, quelle strutture sorrette da miti a cui non avrei fatto caso se non avessi acuito il mio sguardo attraverso la familiarit&#224; con la visione cabila - e pi&#249; generalmente mediterranea - della divisione sessuale del lavoro, sono stato in grado, grazie alla analisi estremamente raffinata che Virginia Woolf sviluppa in quel romanzo, di come il maschile dominante &#232; dominato dalla sua dominazione, che mi ha costretto a andare pi&#249; nel profondo con il lavoro di riflessivit&#224;, a scoprire subito dopo i limiti della lucidit&#224; di un antropologo che non aveva saputo o potuto ripensare l'antropologia contro se stessa. Ora l'ho fatto, aiutato in particolare dal richiamo, smisuratamente crudele e pure delicato, della libido academica, una forma del tutto particolare manifestata dalle follie della mascolinit&#224;, che avrebbe potuto e dovuto figurare in una versione meno freddamente oggettivista di Homo academicus, cio&#232; meno distante dall'oggetto e dal soggetto dell'oggettivazione&#8221; (Bourdieu 2003, pp.54-55).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In realt&#224;, nel 1989, intervistato da Wacquant sul suo libro sul campo universitario, Bourdieu ha gi&#224; dato una definizione della libido academica, al fine di contestualizzare gli open concepts, quali l'habitus e il campo: &#8220;C'&#232; una libido academica che &#232; un tipo di desiderio molto specifico o un impulso che nasce dalla relazione tra un certo habitus, socialmente costruito - sappiamo che i figli dei professori, per esempio, hanno, a parit&#224; di qualsiasi altra cosa, una propensione alla libido accademica pi&#249; grande dei figli di un uomo d'affari che, spesso, troveranno grottesche una tale ambizione - e un campo che offre profitti particolari vantaggi. La relazione tra un habitus specifico e un campo specifico, una libido academica, pu&#242;, in certe condizioni, sublimarsi in una libido scientifica capace anche di produrre scienza&#8221; (Wacquant, 1989 pp.19-20)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E' del tutto coerente che, ponendo all'origine dei giochi sociali l'illusio, l'&#8220;interesse al disinteresse&#8221;, il &#8220;divertimento&#8221; pascaliano, l'&#8220;incanto&#8221; di chi si coinvolge e investe nel gioco, Bourdieu ci racconti di una libido intesa come pulsione dell'individuo a entrare nel campo accademico. Ci dice anche che, in certe condizioni, questa libido academica &#232; in grado di diventare &#8220;scientifica&#8221;. Tuttavia, solo quando legge di Virginia Woolf il racconto della libido academica come virilit&#224; enfatizzata, Bourdieu la riprende nei termini della &#8220;metafora dell'avventura intellettuale e del capitale simbolico di celebrit&#224; che essa persegue&#8221;, e afferma che &#8220;l'illusio ludica permette di riprodurre ad un grado pi&#249; elevato di de-realizzazione quell'illusio academica dell'esistenza quotidiana&#8221; (Bourdieu 1998/1998, pp.88-89). Cos&#236; come quando, pur confessando la difficolt&#224; e talvolta il disagio, intraprende &#8220;un lavoro di socio-analisi dell'inconscio androcentrico&#8221; (ivi, p.13), si riappropria degli strumenti della conoscenza scientifica e mostra la &#8220;verit&#224;&#8221; delle relazioni strutturali di dominio sessuale. Svela, finalmente, che ci&#242; che mantiene le diverse relazioni sessuali di dominio/sottomissione &#232; una certa &#8220;aria di famiglia che unisce e che separa&#8221;, &#232; una &#8220;linea di demarcazione mistica&#8221;, e in questa definizione ritroviamo, ancora una volta, le parole di Virginia Woolf (ivi, p.125).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In realt&#224;, fin all'inizio del suo percorso scientifico, nelle prime ricerche etnologiche, Bourdieu ha analizzato i meccanismi del dominio maschile e ha trattato dell'&#8220;esclusione&#8221; delle donne dall'arte di dominare, essendo l'uomo ad essere designato attraverso i riti di iniziazione istituzionalizzati, e poi ad essere addestrato. Ancora successivamente, dir&#224; che la donna non &#232; toccata dalla libido dominandi , che &#232; &#8220;maschile&#8221;, e lo &#232; &#8220;sotto qualsiasi forma si presenti&#8221;, avendo tutte le forme di dominio a fondamento quell'illusio &#8220;costitutiva della mascolinit&#224;&#8221;. Guarda all'&#8220;esclusione&#8221; delle donne dal dominio, con lo sguardo simmeliano, dal momento che in questa esclusione vi vede la causa di una sorta di lucidit&#224;&#8221; . Le donne, quindi, sono ritenute &#8220;lucide&#8221; perch&#233; non sono prese dall'esaltazione ossessiva del s&#233; tutto maschile, perch&#233; hanno un &#8220;privilegio (tutto negativo) di non essere coinvolte in giochi di potere&#8221;, insomma, sono in una posizione di &#8220;distanza&#8221;, e se spesso partecipano al gioco, lo fanno &#8220;per procura, per solidariet&#224; affettiva&#8221; (Bourdieu 1990, pp. 21-29).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt; Bourdieu parla, anche se molto incidentalmente, sia della lontananza delle donne dai posti di potere, sia delle cause che le portano ad entrare nell'accademia, del fatto che restano &#8220;non coinvolte&#8221; nei giochi, &#8220;meno identificate&#8221; con l'istituzione accademica. Infatti, quando riflette sulla crisi del Maggio del &#8216;68, e sull'incidenza delle trasformazioni dello spazio sociale pi&#249; ampio sul campo universitario, fa notare come l'aumento di studenti abbia comportato l'aumento dei docenti e quindi un cambiamento nei rapporti di forza fra facolt&#224; e discipline, e anche all'interno rispetto alle posizioni di carriera. Ed &#232; con questo cambiamento morfologico e relazionale che nei livelli inferiori del corpo docente o, come specifica meglio, &#8220;nei bacini di reclutamento meno legati al potere accademico e al prestigio intellettuale&#8221;, entrano le donne, insieme a coloro che provengono dalla provincia. Le donne accademiche ci sono, allora, ma, come fa notare, appaiono &#8220;sotto-rappresentate&#8221; nel censimento, perch&#233;, secondo la logica dell'indagine, possono non rispondere al questionario a causa di una &#8220;minore identificazione con l'istituzione&#8221; (Bourdieu 1984/2013, pp.211-212, nota 5).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Qui Bourdieu, assegnando alle donne stesse un minore coinvolgimento istituzionale, sembra avere in mente il processo di socializzazione che le &#8220;prepara&#8221; all'esclusione, dal momento che quell'illusio, che &#232; designata come virilit&#224; e che entra nel rapporto tra habitus e spazio sociale, tende a riprodurre l'azione maschile di &#8220;accumulazione di capitale simbolico&#8221;, un terreno di giochi accademici da cui le donne sono escluse, proprio perch&#233; &#8220;preparate all'esclusione&#8221; (Bourdieu 1990, p.21). Tuttavia, dell'illusio originaria, quindi, di questo &#8220;sentimento&#8221; che &#232; una &#8220;predisposizione&#8221; che diventa il motore &#8220;umano&#8221; di &#8220;azioni virili&#8221;, Bourdieu non parla esplicitamente in &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt; e non dice che &#232; proprio questa illusio originaria a generare la libido dominandi dell'uomo accademico. Comunque osserver&#224; che se il dominio accademico &#232; messo in pericolo dall'ingresso di donne, si scatenano strategie di difesa e persino una forte &#8220;emotivit&#224;&#8221; degli uomini. Lo far&#224; nel 1998, quando, per dimostrare come il dominio maschile tenda a riprodursi attraverso meccanismi di cooptazione che funzionano secondo la logica della sex ratio, si riferir&#224; esplicitamente &#8220;al caso del reclutamento dei professori di pi&#249; basso livello durante quegli anni settanta in cui si doveva far fronte al massiccio afflusso degli studenti&#8221;, e dir&#224;:&lt;br class='autobr' /&gt;
&#8220;Inoltre, anche se non vogliamo certo attribuire agli uomini strategie organizzative di resistenza, possiamo supporre che la logica spontanea delle operazioni di cooptazione &#8211; che tende sempre a conservare le propriet&#224; pi&#249; rare dei corpi sociali, e in primo luogo la sex ratio &#8211; affondi le sue radici in un'apprensione confusa, e fortemente pervasa di emotivit&#224;, rispetto al pericolo che la femminilizzazione fa correre alla rarit&#224; e quindi al valore della posizione, e anche in qualche modo, all'identit&#224; sessuale dei suoi occupanti&#8221; (Bourdieu 1998/1998, p.112-113).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infatti, anche se &#232; evidente nelle statistiche della ricerca sull'universit&#224; post-sessantottina che la composizione del corpo docente &#232; cambiata nel senso di una riduzione delle quote di coloro che hanno titoli di studio pi&#249; apprezzati, in particolare nelle discipline che si situano al pi&#249; basso livello della gerarchia accademica, per Bourdieu non &#232; questo il punto. Per lui, le strategie accademiche di reclutamento &#8220;non mettono in crisi la logica di difesa di corpo tramite titoli formalmente diversi&#8221;, ma attraverso l'ampliamento della fascia d'et&#224; e, finalmente, con &#8220;la femminilizzazione&#8221;, che perci&#242; appare legata al rischio di &#8220;degrado&#8221; del corpo accademico nelle discipline pi&#249; prestigiose (Bourdieu 1984/2013, pp. 215). Bourdieu ci dice che sono gli uomini a controllare i limiti del campo. Da questo passaggio di &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt;, sembra che la &#8220;femminilizzazione&#8221; sia considerata come uno dei processi di cambiamento nello spazio sociale, pertanto influenti sul campo specifico dell'accademia, e che le donne, come i giovani, facciano parte di quei nuovi &#8220;entranti&#8221;, che provengono da omologhe classi sociali borghesi, ma che finiscono per mettere in crisi la riproduzione delle precedenti modalit&#224; istituzionali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le donne sono quelle dotate di capitale &#8220;contraddistinto insieme dal genere e dalla classe&#8221;, perch&#233; Bourdieu, in &lt;i&gt;La distinzione&lt;/i&gt;, il libro che secondo Susca &#232; il precedente logico di &lt;i&gt;Il dominio maschile&lt;/i&gt;, &#8220;non separa&#8221; genere e classificazione sociale (Susca 2011, p. 92). La femminilizzazione, allora, &#8220;intacca&#8221; un campo specifico ma, come una parte del dibattito femminista sostiene (Moi 1991, Reay 2004) , il genere &#8220;si disperde&#8221; attraverso i vari campi, perch&#233; ristruttura lo spazio sociale in generale. Questa prospettiva dell'&#8220;ingresso&#8221; della femminilizzazione sociale nell'accademia sembra rendere sfumato e meno &#8220;specifico&#8221; l'habitus delle donne. Sembra, anche, allontanarle da quella esperienza della illusio e della libido academica, che sono sentimenti costitutivi, come Bourdieu stesso dice (Wacquant, 1989 su citato), dell'incontro tra un &#8220;habitus specifico&#8221; e un &#8220;campo specifico&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Su questa linea il concetto bourdieusiano di habitus &#8220;specifico&#8221; appare &#8220;limitante&#8221; perch&#233; lascia supporre non tanto &#8220;una omogeneit&#224; di sviluppo a livello individuale&#8221;, quanto &#8220;una costrizione di questo sviluppo nei confini di un campo&#8221;. Da qui diventa facile ritenere che il concetto di &#8220;soggettivit&#224;&#8221;, centrale, invece, nell'epistemologia femminista, o il concetto di &#8220;soggettivit&#224; multipla&#8221;, che propone Lahire (1998, 2001), permetta lo studio degli effetti dell'&#8221;attraversamento di campi differenti&#8221;. Infatti, cos&#236;, si arriva a sostenere che &#8220;le donne non hanno legittimit&#224; in un campo professionalizzato&#8221;, come appunto quello accademico, perch&#233; &#8220;il campo corrisponde abbastanza bene ai domini dell'attivit&#224; professionale/pubblica&#8221;, e &#8220;alle attivit&#224; pubbliche di prestigio connotate da capitale simbolico&#8221; (Lahire 2001, p. 35), da cui appunto le donne rimangono &#8220;escluse&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In effetti, Bourdieu non si pone la questione se le donne attraversano diversi campi, se il loro habitus si specifica in relazione a esperienze plurali. E nemmeno studia le donne come protagoniste di negoziazioni e di lotte femminili (King 2000, p. 426). Le donne, le rileva &#8220;distinte&#8221; nelle classificazioni sociali, e con desideri di emancipazione che rispecchiano le auto-rappresentazioni d'&#233;lite, con aspirazioni di mobilit&#224; sociale e professionale che prefigurano &#8220;l'anticipazione pratica di obiettivi limitati, essendo le aspirazioni un elemento inserito all'interno di un habitus di classe e di genere&#8221; (Bourdieu 1979/2001, p. 471). Le inserisce in configurazioni relazionali e meccanismi del dominio simbolico e ritiene, comunque, possibile che la conoscenza scientifica degli effetti di questi meccanismi le porti obbligatoriamente &#8220;a scoprire che non possono arrivare ad una loro liberazione se non attraverso un sovvertimento delle strutture fondamentali dei campi dove si producono e si scambiano beni simbolici&#8221; (Bourdieu 1998/1998, p. 29).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per questo modo di trattare le donne, c'&#232; chi sostiene che lo sguardo di Bourdieu non &#232; viziato da &#8220;androcentrismo&#8221;, ma &#232; &#8220;lo sguardo irrispettoso di studioso e di uomo che si rifiuta di innalzare a tab&#249; la questione femminile&#8221; (Susca 2011 p. 92).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>L'&#8220;autosocioanalisi&#8221; come via d'uscita dalla crisi dei saperi accademici </title>
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		<description>&lt;p&gt;Rispetto agli altri due concetti-chiave della sua sociologia (habitus e capitale), il campo, l'ultimo arrivato, &#232; senz'altro quello che riproduce meglio il significato della massima di Pierre Bourdieu: &#171;il reale &#232; relazionale&#187;. La comparsa del concetto di campo nell'elaborazione teorica bourdieusiana data al 1971, anno di pubblicazione di due saggi sulla genesi e la strutturazione dei sistemi di credenza a partire dalla teoria della religione di Max Weber (ora tradotti in Pierre Bourdieu, &lt;i&gt;Il campo religioso. Con due esercizi&lt;/i&gt;, a cura di R. Alciati, E.R. Urciuoli, Torino, aAccademia University Press, 2012). A quarant'anni da quell'esordio, grazie al sostegno di due recenti progetti di ricerca finanziati dal MIUR, l'uno dedicato alla storia delle religioni nell'antichit&#224; mediterranea (&lt;i&gt;Polarizzazioni e/o coabitazioni religiose nel mondo antico, I-VI secolo d.C.&lt;/i&gt;), l'altro alla ricezione della letteratura tedesca in Italia (&lt;i&gt;Storia e mappe digitali della letteratura tedesca in Italia nel Novecento: editoria, campo letterario, interferenza&lt;/i&gt;), studiosi delle pi&#249; diverse discipline si sono dati appuntamento all'Universit&#224; di Torino per discutere di &#8220;campi&#8221;, di genesi e di logiche, di relazioni e di effetti di &#8220;campo&#8221;, e riflettere sulla funzionalit&#224; analitica di questo specifico strumento concettuale.&lt;/p&gt;

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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Rispetto agli altri due concetti-chiave della sua sociologia (habitus e capitale), il campo, l'ultimo arrivato, &#232; senz'altro quello che riproduce meglio il significato della massima di Pierre Bourdieu: &#171;il reale &#232; relazionale&#187;. La comparsa del concetto di campo nell'elaborazione teorica bourdieusiana data al 1971, anno di pubblicazione di due saggi sulla genesi e la strutturazione dei sistemi di credenza a partire dalla teoria della religione di Max Weber (ora tradotti in Pierre Bourdieu, &lt;i&gt;Il campo religioso. Con due esercizi&lt;/i&gt;, a cura di R. Alciati, E.R. Urciuoli, Torino, aAccademia University Press, 2012). Il risultato pi&#249; compiuto della teoria dei campi si avr&#224; per&#242; solo nel 1992 con &lt;i&gt;Le regole dell'arte&lt;/i&gt; (la cui traduzione italiana, a cura di A. Boschetti ed E. Bottaro, &#232; edita da Il Saggiatore nel 2005): qui l'ambito di applicazione &#232; ci&#242; che Bourdieu definisce il campo letterario, quella particolare arena sociale la cui &#8220;posta in palio&#8221; &#232; il monopolio della legittimit&#224; letteraria, ossia del potere di stabilire chi &#232; autorizzato a definirsi scrittore. In generale, bench&#233; molti siano stati gli oggetti d'indagine della sua ricerca (il sistema scolastico, l'arte, la religione, l'economia, lo Stato, ecc.), religione e letteratura sono probabilmente i due spazi di produzione sociale che il sociologo francese ha privilegiato per testare la tenuta della sua epistemologia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A quarant'anni da quell'esordio, grazie al sostegno di due recenti progetti di ricerca finanziati dal MIUR, l'uno dedicato alla storia delle religioni nell'antichit&#224; mediterranea (&lt;i&gt;Polarizzazioni e/o coabitazioni religiose nel mondo antico, I-VI secolo d.C.&lt;/i&gt;), l'altro alla ricezione della letteratura tedesca in Italia (&lt;i&gt;Storia e mappe digitali della letteratura tedesca in Italia nel Novecento: editoria, campo letterario, interferenza&lt;/i&gt;), studiosi delle pi&#249; diverse discipline si sono dati appuntamento all'Universit&#224; di Torino per discutere di &#8220;campi&#8221;, di genesi e di logiche, di relazioni e di effetti di &#8220;campo&#8221;, e riflettere sulla funzionalit&#224; analitica di questo specifico strumento concettuale. La giustapposizione di casi diversi, pi&#249; o meno contemporanei, ristretti e specialistici, &#232; stata finalizzata a una riflessione pi&#249; generale sulla presunta capacit&#224; generativa dei saperi accademicamente disciplinati. Questo perch&#233; la &#8220;teoria dei campi&#8221; non &#232; solo un metodo di ricerca, bens&#236; l'autentico grimaldello gnoseologico per compiere quell'oggettivazione del soggetto dell'oggettivazione (lo studioso) nella sua situazione conoscitiva (la disciplina, il metodo, ecc.) che consente allo specialista di auto-comprendersi come agente inesorabilmente circoscritto a un campo, quello accademico-scientifico. L'assunzione della postura auto-riflessiva pu&#242; contribuire cos&#236; all'urgente rinnovamento di discipline da tempo in crisi conclamata, come le due di cui si &#232; maggiormente discusso: l'&#8220;italianistica&#8221; e la &#8220;cristianistica&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Com'&#232; noto, le discipline che studiano la &#8220;letteratura italiana&#8221; si sono costituite durante le lotte risorgimentali per l'unit&#224; nazionale sulla base di criteri di inclusione legati a quell'orizzonte storico (autori che hanno scritto in lingua italiana, vivendo entro i confini territoriali del futuro stato unitario e contribuendo a formare la coscienza civile del paese), a cominciare proprio dalla distinzione fra &#8220;letteratura italiana&#8221; e &#8220;letterature straniere&#8221;. Le integrazioni proposte nel Novecento (autori latini e dialettali, letteratura popolare, autori emigrati e immigrati) non hanno di fatto messo in discussione l'assiologia proposta nel 1870-71 dalla &lt;i&gt;Storia della letteratura italiana&lt;/i&gt; di Francesco De Sanctis. Proprio perch&#233; l'inconscio disciplinare resta strutturato da principi di visione e divisione elaborati in funzione del nation building, tutti i recenti tentativi di inserire la storia della &#8220;letteratura italiana&#8221; in un orizzonte transnazionale si sono rivelati insoddisfacenti, come la recente &lt;i&gt;Storia europea della letteratura italiana&lt;/i&gt; curata da Alberto Asor Rosa (Torino, Einaudi, 2009).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per uscire &lt;i&gt;dall'&lt;i&gt;impasse&lt;/i&gt;&lt;/i&gt; sarebbe certo utile una storia dell'italianistica che ricostruisca la genesi e la riproduzione dei suoi dispositivi disciplinari, nonch&#233; le lotte tra fautori di concezioni alternative di &#8220;letteratura italiana&#8221;: una ricognizione analoga, per intenderci, alla recente &lt;i&gt;Storia della germanistica&lt;/i&gt; di Pier Carlo Bontempelli (Roma, Artemide, 2000). In attesa di uno strumento del genere, tuttavia, il ricercatore pu&#242; (e, a nostro giudizio, deve) interrogarsi nel modo pi&#249; radicale sulla costituzione del proprio oggetto di indagine. Questa impostazione pu&#242; portare a risultati sorprendenti, come ad esempio nel caso delle traduzioni di letteratura straniera in Italia. Qui l'adozione del concetto di campo ha comportato la presa d'atto dell'inadeguatezza ermeneutica del concetto stesso di &#8220;traduzione&#8221;, anche nelle sue pi&#249; recenti e larghe accezioni. Anzich&#233; isolarle come un oggetto a s&#233;, appare infatti pi&#249; produttivo considerare le traduzioni come parte integrante della produzione del campo letterario italiano: a promuoverle sono intellettuali italiani (da Prezzolini a Calasso), attraverso case editrici italiane (da Carabba a E/O) e traduttori legati a gruppi letterari italiani (come Alberto Spaini alla &#171;Voce&#187;), selezionandole e interpretandole sulla base di categorie di classificazione italiane (novecentismo, neorealismo, neoavanguardia) e di conseguenza producendo un vasto corpus di testi in lingua italiana. Questo corpus, che meriterebbe di essere assunto tra gli oggetti d'indagine dell'&#8220;italianistica&#8221;, costituisce l'anello di congiunzione fra la &#8220;letteratura italiana&#8221; e la &lt;i&gt;Weltliteratur&lt;/i&gt; e permette di evidenziare gli stretti legami di interdipendenza tra ci&#242; che solo la &#8220;ragion scolastica&#8221;, con la sua artificiale divisione del lavoro disciplinare, ha separato &#8211; &#8220;letteratura italiana&#8221; vs. &#8220;letterature straniere&#8221; &#8211;, ma che di fatto &#232; parte di un processo di produzione e riproduzione unitario.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ragione scolastica e &lt;i&gt;nation building&lt;/i&gt; sono fattori socio-simbolici collegati anche all'insorgenza &#8220;scientifica&#8221; dei saperi storico-religiosi. Accademicamente disciplinati in &#8220;storia del cristianesimo&#8221; e &#8220;storia delle religioni&#8221;, questi si collocano in un momento fondativo e preliminare alla costruzione delle nazioni e dei nazionalismi europei: la nascita dell'universit&#224; moderna e della moderna filologia. Nel 1810 apre i battenti l'Universit&#224; di Berlino progettata da Wilhelm von Humboldt. Appena due anni dopo si inaugura il Seminario filologico di August B&#246;ckh. Da l&#236; deriva la forma di sapere che ancora oggi costituisce il fondamento delle discipline storico-religiose. Nonostante tutto questo sia noto, solo il concetto di campo consente di valutarne la portata: ci&#242; che infatti &#232; considerato nella prassi disciplinare come naturale e razionale, e quindi misconosciuto nella sua storicit&#224; e arbitrariet&#224;, altro non &#232; che l'insieme delle posizioni, delle opposizioni e delle disposizioni consacrate e inculcate dall'istituzione statuale universitaria, che garantiscono il funzionamento della legge fondamentale del campo, ossia il produrre per riprodursi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per quanto riguarda l'Italia, la disciplina &#8220;storia del cristianesimo&#8221; nasce nel 1873 con l'abolizione delle facolt&#224; teologiche di Stato e cambier&#224; in seguito pi&#249; volte nome (storia del cristianesimo, storia della chiesa, storia delle religioni). Da allora, il dibattito sul suo statuto epistemologico sembra non riuscire a superare il confronto/scontro fra teologia e storia. In particolare, il potenziale scientifico del metodo storico-critico risulta ancora troppo spesso condizionato (e talora compromesso) dal sistematico riconoscimento pratico da parte dello studioso di una &#8220;decisione preliminare&#8221;, teologicamente orientata, sulla selezione degli oggetti di studio, sul vocabolario con cui li si nomina, sulle modalit&#224; con cui si interviene o si omette di intervenire sulle evidenze documentarie (le &#8220;fonti&#8221;). Per emanciparsi dalle sue genetiche ipoteche teologiche, la storia delle discipline storico-religiose deve dunque avviare una seria autoanalisi, sottoponendo a critica radicale quella storiografia del cristianesimo antico che persiste nell'enunciare il suo discorso a partire da una posizione di oggettivo interesse pratico nei confronti dell'esistenza del suo oggetto (il cristianesimo). E lo deve fare sapendo che l'astuzia della ragione di questo indigenismo epistemologico, che &#232; anche la sua formula magica, consiste in quello che Bourdieu ha definito il &#8220;doppio profitto&#8221; della lucidit&#224; scientifica e della lealt&#224; religiosa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In definitiva, la denuncia di questi ordini e delle loro norme, vigenti in ogni spazio regolato di produzione sociale, ha una precisa finalit&#224;: muovere contro la normalizzazione. Come la sovversione &#8220;ereticale&#8221; sfrutta la possibilit&#224; di cambiare il mondo in cui viviamo cambiandone la rappresentazione che contribuisce alla sua realt&#224;, cos&#236; anche la postura eterodossa rispetto ai codici consacrati di una disciplina, del suo modus operandi e del suo nomos, costituisce un attacco alla gerarchia degli oggetti scientifici &#8220;legittimi&#8221; e, al contempo, al modo di descriverli attraverso il linguaggio canonico della sua tradizione. Se c'&#232; un lascito morale dell'insegnamento di Bourdieu, questo &#232; proprio la riflessivit&#224; epistemica, intesa come oggettivazione di noi stessi in quanto agenti nel campo universitario. Ma svegliarsi dal torpore dell'illusio del campo equivale a strapparsi la pelle, e senza pelle si muore. Si muore al mondo sociale, a quello cui si crede di appartenere &lt;i&gt;naturaliter&lt;/i&gt; e di dover difendere &lt;i&gt;fortiter&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da: L'Indice dei libri del mese, gennaio 2014&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Un libro da bruciare?</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Un-libro-da-bruciare</link>
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		<dc:date>2013-11-25T09:59:42Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>campo accademico</dc:subject>
		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Campo intellettuale</dc:subject>
		<dc:subject>Universit&#224;</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;[L'incipit di &lt;em&gt;Homo academicus&lt;/em&gt;, Bari, Dedalo, 2013, pp. 35-45.]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se si prende come oggetto di studio un mondo sociale nel quale si &#232; coinvolti, si &#232; poi obbligati a confrontarsi, in una forma che si pu&#242; definire drammatizzata, con alcuni problemi epistemologici fondamentali, legati alla questione della differenza tra conoscenza pratica e conoscenza scientifica e, nello specifico, alla particolare difficolt&#224; sia di rompere con l'esperienza indigena sia di ricostruire poi la conoscenza che si ha proprio grazie a questa rottura. Si sa bene che ci&#242; che costituisce un ostacolo alla conoscenza scientifica &#232; tanto l'eccesso di prossimit&#224; quanto l'eccesso di distanza, e come sia difficile sanare la rottura e ristabilire questa relazione di prossimit&#224; che, a costo di lavorare a lungo non solo sull'oggetto ma anche sul soggetto della ricerca, consente di integrare tutto ci&#242; che si pu&#242; conoscere in quanto si &#232; dentro e tutto ci&#242; che non si pu&#242; o non si vuole conoscere fintanto che si resta dentro.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;[In &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt;, pubbicato in Francia nel 1984, Pierre Bourdieu applica l'analisi sociologica al mondo a cui egli stesso appartiene, quello degli intellettuali, e in particolare dell'universit&#224;. Rifiutando la polemica &lt;i&gt;ad hominem&lt;/i&gt; tipica della pamphlettistica anti-intellettuale, Bourdieu indaga il mondo accademico come uno spazio di relazioni oggettive, un &#8216;campo' di forze costituito dagli attori e dalle istituzioni che vi agiscono, dei quali &#232; possibile descrivere gli &lt;i&gt;habitus&lt;/i&gt;, le traiettorie, l'&lt;i&gt;illusio&lt;/i&gt; specifica, le poste in gioco. L'universit&#224; viene cos&#236; svelata come un campo di lotte in cui i docenti, differenziati per risorse e caratteristiche sociali, si scontrano per mantenere lo status quo, o per trasformare i rapporti di forza. La traduzione italiana esce in questi giorni per le edizioni Dedalo nella versione di Antonietta De Feo, con prefazione di Mirella Giannini e postfazione di Lo&#239;c Wacquant (collana La scienza nuova, 376 pp.). Ne proponiamo qui l'incipit. M.S.]&lt;/p&gt;
&lt;h2 class=&#034;spip&#034;&gt;Un &#171;libro da bruciare&#187;?&lt;/h2&gt;&lt;blockquote class=&#034;spip&#034;&gt;
&lt;p&gt;E non vogliono che si faccia la storia degli storici. Si dedicano volentieri a trattare molto a fondo l'indefinitezza del dettaglio storico. Ma non vogliono, loro, essere considerati come parte di questa indefinitezza del dettaglio storico. Non vogliono essere parte dell'ordine storico. &#200; come se i medici non volessero ammalarsi e morire. &lt;br class='autobr' /&gt;
C. P&#233;guy, L'argent (suite)&lt;/p&gt;
&lt;/blockquote&gt;
&lt;p&gt;Se si prende come oggetto di studio un mondo sociale nel quale si &#232; &lt;i&gt;coinvolti&lt;/i&gt;, si &#232; poi obbligati a confrontarsi, in una forma che si pu&#242; definire &lt;i&gt;drammatizzata&lt;/i&gt;, con alcuni problemi epistemologici fondamentali, legati alla questione della differenza tra conoscenza pratica e conoscenza scientifica e, nello specifico, alla particolare difficolt&#224; sia di &lt;i&gt;rompere&lt;/i&gt; con l'esperienza indigena sia di ricostruire poi la conoscenza che si ha proprio grazie a questa rottura. Si sa bene che ci&#242; che costituisce un ostacolo alla conoscenza scientifica &#232; tanto l'eccesso di prossimit&#224; quanto l'eccesso di distanza, e come sia difficile sanare la rottura e ristabilire questa relazione di prossimit&#224; che, a costo di lavorare a lungo non solo sull'oggetto ma anche sul soggetto della ricerca, consente di integrare tutto ci&#242; che si pu&#242; conoscere in quanto si &#232; dentro e tutto ci&#242; che non si pu&#242; o non si vuole conoscere fintanto che si resta dentro. Si conoscono forse meno i problemi che sorgono, soprattutto riguardo alla &lt;i&gt;scrittura&lt;/i&gt;, quando ci si sforza di trasmettere la conoscenza scientifica dell'oggetto, e che sono particolarmente evidenti quando si tratta dell'esemplificazione: una tale strategia retorica, comunemente utilizzata per &#171;far comprendere&#187;, ma che induce il lettore ad attingere dalla sua stessa esperienza &#8211; dunque furtivamente a far ricorso, leggendo, a informazioni incontrollate &#8211; comporta inevitabilmente la riduzione sul piano della conoscenza ordinaria di quelle costruzioni scientifiche che sono state ottenute contro di essa&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href=&#034;#nb1&#034; class=&#034;spip_note&#034; rel=&#034;appendix&#034; title=&#034;Ho completamente preso coscienza di questo problema quando alcuni dei miei (&#8230;)&#034; id=&#034;nh1&#034;&gt;1&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;. Basta anche inserire dei nomi propri &#8211; e come rinunciarvi del tutto, visto che si tratta di un universo dove &#232; importante &#171;farsi un nome&#187;? &#8211; per incoraggiare la propensione del lettore a ridurre a individuo concreto, percepito come indifferenziato, l'individuo costruito che, in quanto tale, esiste solo nello spazio teorico in cui si mettono in relazione di identit&#224; e di differenza l'insieme esplicitamente definito delle sue propriet&#224; con tutte le caratteristiche specifiche, definite secondo gli stessi princ&#236;pi, degli altri individui.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma, per quanto ci si possa sforzare al massimo di evitare tutte le allusioni che rischiano di funzionare nella logica ordinaria, quella del pettegolezzo, della maldicenza o della calunnia, o quella del libello e del pamphlet, che se oggi si mascherano facilmente da analisi, non rinunciano a un solo aneddoto, una sola riga, una sola parola solo per il piacere di ferire o di far bella figura, per quanto ci si possa astenere metodicamente, come qui, dal richiamare questioni gi&#224; note a tutti &#8211; come gli evidenti rapporti degli accademici con il giornalismo, senza parlare di quei legami nascosti, familiari o di altro tipo, della cui scoperta gli storici faranno una questione d'onore &#8211; non si sfuggir&#224; comunque al sospetto di fare un'azione di &lt;i&gt;denuncia&lt;/i&gt; di cui il lettore stesso &#232; di fatto responsabile: &#232; lui che, leggendo tra le righe, riempiendo pi&#249; o meno coscientemente i vuoti dell'analisi, o pi&#249; semplicemente pensando, come si dice, &#171;ai fatti suoi&#187;, trasforma il senso e il valore del protocollo dell'indagine scientifica volutamente censurato. Dal momento che non pu&#242; scrivere tutto ci&#242; che sa, comprese le questioni che i lettori pi&#249; desiderosi di denunciare le sue &#171;denunce&#187; spesso conoscono meglio di lui, sebbene su un piano completamente diverso, il sociologo rischia di sembrare arreso alle pi&#249; sperimentate strategie della polemica, dell'insinuazione, dell'allusione, dei mezzi termini, dei sottintesi, tutte procedure che sono particolarmente care alla retorica universitaria. Eppure questa storia senza nomi propri che il sociologo si limita a scrivere non &#232; pi&#249; rappresentativa della verit&#224; storica di quanto lo sia la narrazione aneddotica dei fatti e delle gesta dei singoli agenti, celebri o sconosciuti, alla quale si abbandona cos&#236; facilmente la storia, vecchia o nuova: gli effetti della necessit&#224; strutturale del campo si manifestano solo attraverso legami personali apparentemente accidentali, basati su casualit&#224; socialmente costruite di incontri e di frequentazioni comuni e sull'affinit&#224; di habitus, in termini di simpatia o antipatia. E come non rimpiangere che sia &lt;i&gt;socialmente impossibile&lt;/i&gt; dimostrare e far provare ci&#242; che ritengo essere la vera logica dell'azione storica e la giusta filosofia della storia, utilizzando appieno i vantaggi legati alla relazione d'appartenenza, che consente di combinare l'informazione raccolta attraverso le tecniche oggettive dell'indagine con le intuizioni personali suscitate dalla familiarit&#224;?&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Cos&#236;, la conoscenza sociologica &#232; sempre suscettibile di essere riportata a una visione primaria quando una lettura &#171;interessata&#187; finisce per concentrarsi sull'aneddoto e sui singoli dettagli e, non essendo fissata in un formalismo astratto, riduce a senso ordinario le parole che la lingua colta e quella ordinaria hanno in comune. Questa lettura quasi inevitabilmente parziale genera una falsa comprensione, fondata sull'incapacit&#224; di riconoscere tutto ci&#242; che si definisce come conoscenza propriamente scientifica, cio&#232; la struttura stessa del sistema esplicativo. Essa disfa quello che la costruzione scientifica aveva fatto, mescolando ci&#242; che era stato separato, ovvero l'individuo costruito (singola persona o istituzione), che non esiste se non all'interno della rete di relazioni elaborate dal lavoro scientifico, e l'individuo empirico, direttamente accessibile all'intuizione ordinaria. Dissolve tutto ci&#242; che distingue l'oggettivazione scientifica tanto dalla conoscenza comune quanto dalla conoscenza semi-colta che, come si pu&#242; ben vedere nella maggior parte dei saggi sugli intellettuali &#8211; pi&#249; mistificati che demistificatori &#8211;, ha quasi sempre per principio quello che si potrebbe chiamare &#171;il punto di vista di Tersite&#187;, il semplice soldato invidioso, in &lt;i&gt;Troilo e Cressida&lt;/i&gt; di Shakespeare, spietato nel diffamare i grandi, oppure, per rimanere pi&#249; vicino alla realt&#224; storica, &#171;il punto di vista di Marat&#187;, di cui si dimentica che fu anche, o prima di tutto, un cattivo fisico&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href=&#034;#nb2&#034; class=&#034;spip_note&#034; rel=&#034;appendix&#034; title=&#034;Si veda C. C. Gillispie, Science and Polity in France at the End of the Old (&#8230;)&#034; id=&#034;nh2&#034;&gt;2&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;. Essere poco lucidi comporta il bisogno di &lt;i&gt;ridurre&lt;/i&gt;, un bisogno ispirato dal risentimento, e conduce a una visione ingenuamente finalista della storia che, incapace di andare al principio ultimo delle pratiche, si ferma alla denuncia aneddotica di quelli che appaiono come responsabili e finisce per sovrastimare i presunti autori dei &#171;complotti&#187; denunciati, per farne cinici fautori di ogni spregevole azione e per di pi&#249; farli apparire in tutta la loro grandezza&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href=&#034;#nb3&#034; class=&#034;spip_note&#034; rel=&#034;appendix&#034; title=&#034;Tra gli altri, si pu&#242; citare l'ultimo venuto di questo filone, Herv&#233; (&#8230;)&#034; id=&#034;nh3&#034;&gt;3&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inoltre, quelli che campeggiano al confine tra la conoscenza colta e la conoscenza comune &#8211; saggisti, universitari-giornalisti e giornalisti-universitari &#8211; hanno un interesse vitale a confondere tale confine e a negare o annullare ci&#242; che separa l'analisi scientifica dalle oggettivazioni parziali, attribuendo a singoli individui o a lobby &#8211; come si &#232; visto nel caso del direttore di una trasmissione televisiva letteraria&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href=&#034;#nb4&#034; class=&#034;spip_note&#034; rel=&#034;appendix&#034; title=&#034;Il riferimento &#232; a Bernard Pivot, conduttore dello show televisivo (&#8230;)&#034; id=&#034;nh4&#034;&gt;4&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt; o nel caso dei membri dell'&#201;cole des Hautes &#201;tudes legati a &#171;Le Nouvel Observateur&#187; &#8211; gli effetti che coinvolgono in realt&#224; tutta la struttura del campo. Sar&#224; sufficiente che ora si lascino andare a una lettura guidata dalla semplice curiosit&#224;, interpretando esempi e casi particolari secondo la logica del pettegolezzo mondano o del pamphlet letterario, per ridurre la spiegazione sistematica e relazionale, che &#232; propria della scienza, alle procedure pi&#249; ordinarie della polemica riduttiva, &lt;i&gt;la spiegazione ad hoc attraverso argomenti ad hominem&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Un primo effetto dell'analisi (che si pu&#242; trovare in Appendice 3) del processo (o della procedura) con cui si raggiunge la notoriet&#224; giornalistica &#232; che viene subito segnalata l'ingenuit&#224; di tutte le denunce personali che, con il pretesto di oggettivare il gioco, vi sono tanto pi&#249; pienamente implicate quanto pi&#249; tentano di mettere le apparenze dell'analisi al servizio degli interessi associati a una posizione in questo stesso gioco. Il funzionamento dell'hit-parade letteraria non lo si deve al singolo agente (nel caso specifico, Bernard Pivot), per quanto possa essere abile e influente, o a una particolare istituzione (trasmissione televisiva, rivista), e neppure all'insieme degli organi giornalistici capaci di esercitare un potere sul campo della produzione culturale, ma all'insieme delle relazioni oggettive che costituiscono questo campo e precisamente quelle che si stabiliscono tra il campo della produzione per i produttori, e il campo della grande produzione. La logica tipica dell'analisi scientifica trascende ampiamente le intenzioni e le volont&#224; individuali e collettive (il complotto) degli agenti pi&#249; lucidi e potenti, quelli indicati dalla ricerca dei &#171;responsabili&#187;. Detto questo, sarebbe del tutto sbagliato trarre da queste analisi un motivo per cancellare qualsiasi responsabilit&#224; individuale nella rete di relazioni oggettive in cui ciascun agente &#232; coinvolto. Contro chi, nell'enunciato delle leggi sociali trasformate in destino vorrebbe trovare l'alibi di una fatalista o cinica rassegnazione, occorre ricordare che la spiegazione scientifica, che fornisce i mezzi per comprendere e perfino giustificare, &#232; anche quella che pu&#242; portare al cambiamento. Una conoscenza matura dei meccanismi che governano il mondo intellettuale (impiego volutamente questo linguaggio ambiguo) non dovrebbe avere per effetto di &#171;liberare l'individuo dal fardello imbarazzante della responsabilit&#224; morale&#187;, come teme Jacques Bouveresse&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href=&#034;#nb5&#034; class=&#034;spip_note&#034; rel=&#034;appendix&#034; title=&#034;J. Bouveresse, Le philosophe chez les autophages, &#201;ditions de Minuit, Paris (&#8230;)&#034; id=&#034;nh5&#034;&gt;5&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;. Al contrario, essa dovrebbe insegnargli a situare le sue responsabilit&#224; l&#224; dove si situano realmente le sue libert&#224; e a rifiutare ostinatamente le vigliaccherie e ogni minima rinuncia con cui si finisce per piegarsi alla necessit&#224; sociale, a combattere in se stesso e negli altri l'indifferentismo opportunista o il conformismo disincantato, che accetta di dare al mondo sociale tutto quello che gli chiede, tutte le piccolezze della rassegnata compiacenza e della complicit&#224; sottomessa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&#200; ben noto che i gruppi non amano &#171;chi fa la spia&#187;, forse soprattutto quando la trasgressione o il tradimento pu&#242; dirsi che siano tra i loro pi&#249; alti valori. Gli stessi che non esiterebbero ad acclamare come &#171;coraggioso&#187; o &#171;lucido&#187; il lavoro di oggettivazione quando riferito a gruppi estranei e antagonisti, saranno portati a gettare sospetto sui requisiti di lucidit&#224; di chi pensa di essere in grado di analizzare il proprio gruppo. &lt;i&gt;L'apprendista stregone&lt;/i&gt;, che decide a suo proprio rischio di interessarsi alla stregoneria indigena e ai suoi feticci, invece di andare a cercare in terre lontane le rassicuranti attrazioni di una magia esotica, deve aspettarsi di veder ritorcere contro se stesso la violenza che ha scatenato. Karl Kraus era in una posizione tale da poter formulare la legge secondo cui l'oggettivazione ha tante pi&#249; chance d'essere approvata e celebrata come &#171;coraggiosa&#187; nelle &#171;cerchie familiari&#187; quanto pi&#249; gli oggetti ai quali si applica sono lontani nello spazio sociale; e anzi egli affermava, nell'editoriale del primo numero della sua rivista, &#171;Die Fackel&#187;, che colui che rifiuta il piacere e i facili benef&#236;ci della critica distaccata per indagare l'ambiente immediato &#8211; dove &#232; consigliabile che consideri sacra qualsiasi cosa &#8211; deve aspettarsi i tormenti della &#171;persecuzione soggettiva&#187;. In questo senso potremmo essere tentati di riprendere il titolo &lt;i&gt;Libro da bruciare&lt;/i&gt; che Li Zhi, mandarino rinnegato, dava a quelle opere autodistruttive in cui venivano rivelate le regole del gioco mandarinale. Non per lanciare una sfida a quelli che, sebbene disposti a insorgere contro ogni autodaf&#233;, metterebbero al rogo qualsiasi opera percepita come oltraggio sacrilego contro le proprie credenze&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href=&#034;#nb6&#034; class=&#034;spip_note&#034; rel=&#034;appendix&#034; title=&#034;Per una sorta di autodaf&#233; simbolico, con ogni probabilit&#224; non concertato, (&#8230;)&#034; id=&#034;nh6&#034;&gt;6&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;, ma per evidenziare semplicemente la contraddizione che si trova nel divulgare i segreti tribali e che &#232; cos&#236; dolorosa solo perch&#233; la pubblicazione (anche parziale) di ci&#242; che &#232; molto privato &#232; anche una sorta di confessione pubblica&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt; [&lt;a href=&#034;#nb7&#034; class=&#034;spip_note&#034; rel=&#034;appendix&#034; title=&#034;L'interpretazione dei sogni, che Freud considerava la sua opera scientifica (&#8230;)&#034; id=&#034;nh7&#034;&gt;7&lt;/a&gt;]&lt;/span&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La sociologia concede troppo poco all'illusione perch&#233; il sociologo possa immaginarsi per un solo istante nel ruolo dell'eroe liberatore. Nondimeno, mettendo in atto tutte le acquisizioni scientifiche disponibili per tentare di oggettivare il mondo sociale, lungi dall'esercitare una violenza riduttrice o un imperialismo totalitario &#8211; come a volte succede, in particolare quando la ricerca del sociologo si applica a quelli che vogliono oggettivare senza essere oggettivati &#8211;, egli offre un'occasione di libert&#224;; e pu&#242; almeno sperare che il suo trattato delle passioni accademiche sar&#224; per altri ci&#242; che &#232; stato per lui, uno strumento di socio-analisi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;[da: Pierre Bourdieu, &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt;, Bari, Dedalo, 2013, pp. 35-43]&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;hr /&gt;
		&lt;div class='rss_notes'&gt;&lt;div id=&#034;nb1&#034;&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href=&#034;#nh1&#034; class=&#034;spip_note&#034; title=&#034;Note 1&#034; rev=&#034;appendix&#034;&gt;1&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Ho completamente preso coscienza di questo problema quando alcuni dei miei primi lettori mi chiesero di &#171;fare esempi&#187; in analisi da cui avevo consapevolmente escluso ogni informazione &#171;aneddotica&#187;, anche fra le pi&#249; note negli &#171;ambienti ben informati&#187;, quelle stesse che il giornalismo o la saggistica sensazionalistica intendono rivelare.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id=&#034;nb2&#034;&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href=&#034;#nh2&#034; class=&#034;spip_note&#034; title=&#034;Note 2&#034; rev=&#034;appendix&#034;&gt;2&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Si veda C. C. Gillispie, &lt;i&gt;Science and Polity in France at the End of the Old Regime&lt;/i&gt;, Princeton University Press, Princeton 1980, pp. 290-330; trad. it. &lt;i&gt;Scienza e potere in Francia alla fine dell'Ancien R&#233;gime&lt;/i&gt;, il Mulino, Bologna 1983.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id=&#034;nb3&#034;&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href=&#034;#nh3&#034; class=&#034;spip_note&#034; title=&#034;Note 3&#034; rev=&#034;appendix&#034;&gt;3&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Tra gli altri, si pu&#242; citare l'ultimo venuto di questo filone, Herv&#233; Coutau-B&#233;garie, le cui analisi dell'&#201;cole des Annales svelano, con assoluta ingenuit&#224;, la violenza repressa generata dall'esclusione intellettuale e dalla distanza provinciale: &#171;I nuovi storici hanno dunque un &lt;i&gt;progetto coerente&lt;/i&gt; e ideologicamente &lt;i&gt;adatto&lt;/i&gt; al pubblico al quale &#232; destinato [...]. &#200; questa espansione che spiega il successo dei nuovi storici. Inoltre, essi sono partiti alla conquista dell'editoria e dei media prevedendo di ottenere ci&#242; che R&#233;gis Debray ha chiamato &#171;visibilit&#224; sociale&#187;; H. Coutau-B&#233;garie, &lt;i&gt;Le ph&#233;nom&#232;ne nouvelle histoire&lt;/i&gt;, Economica, Paris 1983, pp. 247-248.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id=&#034;nb4&#034;&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href=&#034;#nh4&#034; class=&#034;spip_note&#034; title=&#034;Note 4&#034; rev=&#034;appendix&#034;&gt;4&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Il riferimento &#232; a Bernard Pivot, conduttore dello show televisivo &lt;i&gt;Apostrophes&lt;/i&gt; dedicato alla letteratura e al dibattito culturale, che fu criticato in una famosa intervista da R&#233;gis Debray, consigliere presidenziale e autore di un libro di denuncia degli intellettuali, &lt;i&gt;Les scribes&lt;/i&gt; [N.d.T.].&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id=&#034;nb5&#034;&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href=&#034;#nh5&#034; class=&#034;spip_note&#034; title=&#034;Note 5&#034; rev=&#034;appendix&#034;&gt;5&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;J. Bouveresse, &lt;i&gt;Le philosophe chez les autophages&lt;/i&gt;, &#201;ditions de Minuit, Paris 1984, p. 93.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id=&#034;nb6&#034;&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href=&#034;#nh6&#034; class=&#034;spip_note&#034; title=&#034;Note 6&#034; rev=&#034;appendix&#034;&gt;6&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;Per una sorta di autodaf&#233; simbolico, con ogni probabilit&#224; non concertato, tutti i giornali viennesi hanno osservato il silenzio pi&#249; assoluto su &#171;Die Fackel&#187;, per tutta la durata della vita di Karl Kraus.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;div id=&#034;nb7&#034;&gt;
&lt;p&gt;&lt;span class=&#034;spip_note_ref&#034;&gt;[&lt;a href=&#034;#nh7&#034; class=&#034;spip_note&#034; title=&#034;Note 7&#034; rev=&#034;appendix&#034;&gt;7&lt;/a&gt;] &lt;/span&gt;&lt;i&gt;L'interpretazione dei sogni&lt;/i&gt;, che Freud considerava la sua opera scientifica pi&#249; importante, contiene, sotto la logica manifesta del trattato scientifico, un discorso profondo, in cui Freud, attraverso una serie di sogni personali, intraprende un'analisi dei suoi rapporti, inestricabilmente mescolati, con suo padre, con la politica e con l'universit&#224;. Si veda in particolare C. E. Schorske, &lt;i&gt;Fin de Si&#232;cle Vienna: Politics and Culture&lt;/i&gt;, Knopf, New York 1980, pp. 181-207; trad. it. &lt;i&gt;Vienna fin de si&#232;cle: politica e cultura&lt;/i&gt;, Bompiani, Milano 1981.&lt;/p&gt;
&lt;/div&gt;&lt;/div&gt;
		
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<item xml:lang="it">
		<title>Homo academicus in traduzione italiana</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Homo-academicus-in-traduzione-italiana</link>
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		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Prefazioni</dc:subject>
		<dc:subject>Lo&#239;c Wacquant</dc:subject>
		<dc:subject>Mirella Giannini</dc:subject>
		<dc:subject>campo accademico</dc:subject>
		<dc:subject>Lo&#239;c Wacquant</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;&lt;i&gt;In occasione dell'uscita italiana di &lt;i&gt;Homo academicus &lt;/i&gt; (trad. di Antonietta De Feo, Bari, Dedalo, 376 p.) pubblichiamo un estratto del volume contente alcuni brani della prefazone di Mirella Giannini e della postfazione di Lo&#239;c Wacquant. &lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&#034;Bourdieu mostra che il campo dell'universit&#224;, inteso come l'insieme delle relazioni oggettive che sussistono fra le varie posizioni e discipline nella distribuzione di queste specie di capitale, &#232; il teatro di una lotta costante finalizzata ad alterare la sua stessa struttura. Potere accademico e prestigio intellettuale sono al contempo armi e poste in gioco nella guerra accademica di tutti contro tutti. E la posizione all'interno di tale struttura determina, attraverso la mediazione della loro selezione e dello specifico condizionamento, le strategie adottate da chi la occupa per imporre questo o quel principio di gerarchizzazione nell'ambito dello specifico universo&#034; (Lo&#239;c Wacquant).&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/campo-accademico" rel="tag"&gt;campo accademico&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Loic-Wacquant-51" rel="tag"&gt;Lo&#239;c Wacquant&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;[In occasione dell'uscita italiana di &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt; (trad. di Antonietta De Feo, Bari, &lt;a href=&#034;http://www.edizionidedalo.it/site/collane-scheda-libro.php?products_id=3235&amp;categories_id=74&amp;attive=1#&#034; class=&#034;spip_out&#034; rel=&#034;external&#034;&gt;Dedalo&lt;/a&gt;, 376 p.) pubblichiamo un estratto del volume contente alcuni brani della prefazone di Mirella Giannini e della postfazione di Lo&#239;c Wacquant. (v. pdf in calce)]&lt;/p&gt;
&lt;h2 class=&#034;spip&#034;&gt;Sociologia come socio-analisi: storie di Homo Academicus &lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;postfazione Lo&#239;c Wacquant all'edizione italiana&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In &lt;i&gt;Homo academicus &lt;/i&gt; Bourdieu applica il suo acume sociologico e la sua maestria interpretativa alla trib&#249; di cui egli stesso fa parte, quella dei professori universitari francesi. Cos&#236; facendo ci offre l'opportunit&#224; di capire meglio il suo lavoro, il mondo accademico in generale, e noi stessi in particolare.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A causa della sua struttura complessa, per comprendere adeguatamente &lt;i&gt;Homo academicus &lt;/i&gt; occorre collocarlo nel quadro pi&#249; ampio dell'intero progetto di Bourdieu. A una prima lettura si pu&#242; notare che, a un livello pi&#249; teorico, quest'opera fornisce una soluzione concreta ai problemi epistemologici sollevati in &lt;i&gt;Per una teoria della pratica&lt;/i&gt; (1972) e in &lt;i&gt;Il senso pratico &lt;/i&gt; (1980): la necessit&#224; di superare la fatale opposizione tra oggettivismo e soggettivismo, tra le ragioni soggettive e le cause oggettive, e di tenere sotto controllo il pregiudizio intellettualistico insito nello sguardo scientifico al fine di catturare le dinamiche immanenti all'azione sociale. In maniera pi&#249; sostanziale, il libro pu&#242; essere visto come un esteso prolungamento de &lt;i&gt;La riproduzione: teoria del sistema scolastico ovvero della conservazione dell'ordine culturale &lt;/i&gt; (1970, con J.C. Passeron), in cui si proponeva un'analisi della scuola come agenzia di legittimazione e dissimulazione della diseguaglianza sociale (di classe), ma anche come un approfondito riesame di quelle parti de &lt;i&gt;La distinzione &lt;/i&gt; (1979) che indagano sul ruolo esercitato dal capitale culturale istituzionalizzato in politica e nel dispiegarsi delle strategie sociali di distinzione. &lt;i&gt;Homo academicus &lt;/i&gt; &#232; inoltre un preludio a &lt;i&gt;La noblesse d'&#201;tat &lt;/i&gt; (1989), dove Bourdieu affronta di petto la struttura interna e le lotte intestine della classe dominante, nonch&#233; i molteplici meccanismi di consacrazione e naturalizzazione che mascherano e perpetuano il suo dominio, abbozzando cos&#236; una teoria generale del potere tecnocratico. Inoltre, grazie al suo argomento e alla sua dimensione autoreferenziale, questo studio sul mondo accademico francese &#232; forse l'anello cruciale nella lunga catena delle ricerche di Bourdieu, quello che, in ultima istanza, garantisce la solidit&#224; di tutti gli altri.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Senza dubbio, l'interesse scientifico di Bourdieu per gli intellettuali ha, come molta parte della sua sociologia, una forte componente biografica: la &#171;traiettoria del miracolato&#187;, che lo ha portato da una delle regioni pi&#249; depresse dello spazio geografico e sociale francese (uno sperduto villaggio del rurale B&#233;arn) all'apice della piramide intellettuale del suo paese (il Coll&#232;ge de France a Parigi), spiega il suo sentirsi un disadattato nel mondo universitario. Ecco ci&#242; che scrive: &#171;Io contesto questo mondo perch&#233; esso contesta me, e in una maniera molto profonda, che va ben al di l&#224; del mero senso di esclusione sociale; io non mi sento mai pienamente considerato un intellettuale, non mi sento &#8220;a casa&#8221;&#187;. Ma Bourdieu, nel fissare il suo sguardo sui propri pari e su se stesso, ha anche in mente un ben preciso obiettivo scientifico: vuole dimostrare, in modo quasi sperimentale, che la riflessivit&#224; sociologica determina una differenza cognitiva, e non solamente esistenziale o retorica, nello svolgimento di un'indagine sociale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Homo academicus &lt;/i&gt; occupa cos&#236; un posto davvero particolare nell'opera di Bourdieu, essendo sia il pi&#249; personale, sia il pi&#249; impersonale dei suoi libri. Esso entra nelle esperienze pi&#249; intime della biografia dell'autore, eppure si colloca al centro della sua attivit&#224; scientifica. Investigazione riflessiva dell'universo intellettuale, rappresenta una forma raramente praticata di &#171;autoanalisi by proxy&#187;, che simultaneamente funge da paradigma di una scienza autocritica della societ&#224;. &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt; porta la dialettica tra &#171;coinvolgimento e distacco&#187;, di cui ha parlato magistralmente Norbert Elias, al culmine del parossismo. Per tutte queste ragioni si tratta di un libro che sta molto a cuore a Bourdieu, come &#232; ampiamente testimoniato dalla candida ammissione della sua riluttanza e angoscia nel pubblicarlo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ci&#242; che distingue &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt; dalla massa sempre pi&#249; cospicua di studi che cercano di catalogare o categorizzare, elogiare o rimproverare gli intellettuali sta nel fatto che, invece di assumere un punto di vista parziale e partigiano sul mondo nel quale si muove, Bourdieu svela la totalit&#224; del gioco che genera tanto gli specifici interessi degli intellettuali, quanto la visione unilaterale che ciascun partecipante ha degli interessi degli altri. Tali interessi, egli sottolinea, &#171;sono assolutamente irriducibili all'interesse di classe tradizionalmente denunciato dall'artiglieria pesante della sociologia marxista che si occupa degli intellettuali, i cui proiettili sono grandi, ma volano ben al di sopra di tutte le teste&#187;. Gli intellettuali sono mossi da forze, motivati da poste in gioco ed esercitano forme di potere che sono specifiche del campo accademico: solo un'inclinazione professionale per il disimpegno politico potrebbe giustificare un'analisi che prenda le sue mosse altrove.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Quali sono queste forme di potere? Una seria analisi della distribuzione relazionale dei professori secondo le loro origini e legami sociali, le risorse economiche e politiche, la traiettoria accademica, i titoli, le pratiche professionali e la notoriet&#224;, le posizioni politiche mette in luce un quadro chiasmatico che riproduce coerentemente la struttura della classe dominante. Sul lato delle discipline &#171;temporalmente dominanti&#187;, medicina e diritto (a cui dovremmo aggiungere le business schools, il cui sviluppo &#232; stato impressionante a partire dagli anni '60), il potere &#232; essenzialmente basato sul capitale accademico, vale a dire sul controllo degli strumenti materiali, organizzativi e sociali di riproduzione della facolt&#224;. Sul lato delle discipline culturalmente autonome, simboleggiate dalle scienze naturali, il potere &#232; radicato principalmente nel capitale intellettuale, ossia prestigio scientifico e capacit&#224; rigidamente definite da e tra pari. L'opposizione fra questi due poli rispecchia quello fra le due principali componenti della classe dominante, con gli uomini d'affari, i dirigenti e i funzionari statali situati sul lato del potere economico e politico, in contrapposizione con gli artisti e gli intellettuali, situati sul lato del potere culturale e simbolico. Trovandosi a met&#224; strada tra questi due poli, le scienze umane e sociali sono similmente organizzate al loro interno attorno allo scontro fra autorit&#224; socio-politica e autorit&#224; scientifica.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Bourdieu mostra che il campo dell'universit&#224;, inteso come l'insieme delle relazioni oggettive che sussistono fra le varie posizioni e discipline nella distribuzione di queste specie di capitale, &#232; il teatro di una lotta costante finalizzata ad alterare la sua stessa struttura. Potere accademico e prestigio intellettuale sono al contempo armi e poste in gioco nella guerra accademica di tutti contro tutti. E la posizione all'interno di tale struttura determina, attraverso la mediazione della loro selezione e dello specifico condizionamento, le strategie adottate da chi la occupa per imporre questo o quel principio di gerarchizzazione nell'ambito dello specifico universo.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Dopo aver delineato la struttura immanente dello spazio accademico, Bourdieu procede a sbrogliare la logica sottesa alla sua trasformazione, sotto la spinta di forze morfologiche quali la crescita del corpo studentesco e delle facolt&#224;, i cambiamenti nel reclutamento sociale di professori e studenti e l'inflazione delle credenziali, fino a culminare nei fatti del maggio 1968. Ci&#242; gli permette di stabilire che l'omologia tra posizione (nella struttura della distribuzione delle varie specie di capitale nel campo universitario), disposizione e atteggiamenti non solo opera nella quotidianit&#224; delle pratiche professionali dei diversi tipi di docente, ma, pi&#249; significativamente, indirizza esplicitamente le opinioni politiche e le azioni compiute durante un periodo di crisi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In breve, le strategie professionali, le tendenze politiche e anche la produzione intellettuale degli accademici, che amano tanto pensare a se stessi come individui &#171;fluttuanti&#187; &#8211; come nella &lt;i&gt;freischwebende Intelligenz &lt;/i&gt; di Mannheim &#8211; e fuori portata rispetto al comune determinismo, risultano essere intimamente, pur se in maniera complessa, determinate dalla loro collocazione e traiettoria nello spazio accademico. Pertanto, l'analisi delle collocazioni oggettive dei vari protagonisti nell'arena delle forze operanti dentro e sopra l'universit&#224;, ivi compresi la collocazione e il punto di vista dell'analista (nel senso di &#171;un modo di vedere a partire da un punto&#187; all'interno di quello spazio), &#232; il prerequisito di qualsiasi sociologia degli intellettuali che voglia essere rigorosa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In un certo senso, al pari de &lt;i&gt;La distinzione&lt;/i&gt;, il libro che lo precede, &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt; &#232; sia una deliberata, seppur misurata, provocazione, sia un intervento politico nella specifica politica del mondo accademico. La speranza di Bourdieu &#232; che il suo libro sia usato come un'arma nelle lotte accademiche per contribuire allo sviluppo dell'autonomia del campo scientifico e quindi della responsabilit&#224; politica dei suoi partecipanti. Per il sociologo francese non c'&#232; opposizione fra autonomia e impegno. In punta di fatto, la &#171;combinazione instabile&#187; di queste due dimensioni, quella scientifica e quella politica, &#232; per lui ci&#242; che definisce la specificit&#224; dell'intellettuale moderno quale &#171;paradossale essere bidimensionale&#187;, storicamente sposato con il &#171;corporativismo dell'universale&#187; (si veda il finale de &lt;i&gt;Le regole dell'arte&lt;/i&gt;).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Alla stregua della crisi del maggio 1968, che spalanc&#242; uno spazio per l'attivit&#224; politica mandando in frantumi la doxa prevalente nella societ&#224; francese, Bourdieu spera che &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt; promuova, per quanto in misura limitata, un tipo di rottura con l'accettazione dossica del mondo accademico esistente che possa aiutare ad aprire nuovi spazi per la libert&#224; e l'azione intellettuali. La pubblicazione del libro crea almeno la possibilit&#224; di una generalizzazione degli interrogativi che esso pone: ciascun lettore o lettrice pu&#242; riprodurre o estendere per s&#233; l'analisi, cos&#236; che il lavoro di oggettivazione del soggetto oggettivante possa alla fine diventare il compito del campo scientifico su scala globale.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;[dalla postfazione a &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt;, Bari, Dedalo, 2013, pp. 365-370]&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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<item xml:lang="it">
		<title>Quarant'anni di campo, a Torino</title>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;Ecco la locandina e il programma del seminario. &lt;br class='autobr' /&gt;
Qui di seguito una breve presentazione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La comparsa del concetto di campo nell'elaborazione teorica di Pierre Bourdieu risale a poco pi&#249; di quarant'anni fa: nel 1971 infatti appaiono due saggi dedicati al campo religioso, frutto di un confronto con la sociologia della religione di Max Weber. Nel 1992, con Le regole dell'arte, si giunge alla presentazione pi&#249; completa e sistematica della teoria dei campi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Le tre sessioni del convegno intendono sottoporre a giudizio tale teoria, giustapponendo casi diversi e tentando una riflessione pi&#249; generale e ambiziosa sulla presunta capacit&#224; generativa dei saperi accademicamente disciplinati.&lt;br class='autobr' /&gt;
La prima sessione sar&#224; dedicata alla discussione di ricerche che applicano il concetto di campo agli ambiti pi&#249; diversi al fine di verificare se un'applicazione ragionata e critica del &#8220;metodo Bourdieu&#8221; determini conseguenze epistemologiche rilevanti per la comprensione degli oggetti indagati.&lt;br class='autobr' /&gt;
La seconda sessione sar&#224; invece volta a illustrare in che misura l'adozione del concetto di campo pu&#242; contribuire al rinnovamento dei saperi, partendo anzitutto da una necessaria autoriflessivit&#224; e risalendo alle origini dei paradigmi disciplinari entro cui ci muoviamo.&lt;br class='autobr' /&gt;
La terza sessione sar&#224; formata da una serie di &#8220;recensioni orali&#8221; di libri pi&#249; o meno recenti che applicano o discutono il concetto di campo.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/incontri" rel="directory"&gt;Incontri&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;La comparsa del concetto di campo nell'elaborazione teorica di Pierre Bourdieu risale a poco pi&#249; di quarant'anni fa: nel 1971 infatti appaiono due saggi dedicati al campo religioso, frutto di un confronto con la sociologia della religione di Max Weber. Nel 1992, con Le regole dell'arte, si giunge alla presentazione pi&#249; completa e sistematica della teoria dei campi.&lt;br class='autobr' /&gt;
Le tre sessioni del convegno intendono sottoporre a giudizio tale teoria, giustapponendo casi diversi e tentando una riflessione pi&#249; generale e ambiziosa sulla presunta capacit&#224; generativa dei saperi accademicamente disciplinati.&lt;br class='autobr' /&gt;
La prima sessione sar&#224; dedicata alla discussione di ricerche che applicano il concetto di campo agli ambiti pi&#249; diversi al fine di verificare se un'applicazione ragionata e critica del &#8220;metodo Bourdieu&#8221; determini conseguenze epistemologiche rilevanti per la comprensione degli oggetti indagati.&lt;br class='autobr' /&gt;
La seconda sessione sar&#224; invece volta a illustrare in che misura l'adozione del concetto di campo pu&#242; contribuire al rinnovamento dei saperi, partendo anzitutto da una necessaria autoriflessivit&#224; e risalendo alle origini dei paradigmi disciplinari entro cui ci muoviamo.&lt;br class='autobr' /&gt;
La terza sessione sar&#224; formata da una serie di &#8220;recensioni orali&#8221; di libri pi&#249; o meno recenti che applicano o discutono il concetto di campo.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
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		<title>Quarant'anni di campo</title>
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		<dc:date>2013-06-05T14:27:57Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;Il seminario &lt;i&gt;Quarant'anni di campo: il nuovo spirito scientifico di Pierre Bourdieu&lt;/i&gt; si propone di riflettere sugli effetti che l'uso di questo concetto ha prodotto e pu&#242; produrre nella ricerca scientifica, in particolare quella cosiddetta &#8220;umanistica&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Luogo e data&lt;br class='autobr' /&gt;
Universit&#224; di Torino, Biblioteca &#8220;Erik Peterson&#8221;&lt;br class='autobr' /&gt;
3-4 ottobre 2013&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Comitato organizzatore&lt;br class='autobr' /&gt;
Roberto ALCIATI (Univ. di Torino) &lt;br class='autobr' /&gt;
Michele SISTO (Ist. Italiano di Studi Germanici di Roma) &lt;br class='autobr' /&gt;
Emiliano R. URCIUOLI (Fondaz. San Carlo di Modena)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La scadenza per l'invio delle proposte &#232; il 15 luglio 2013.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/incontri" rel="directory"&gt;Incontri&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Il seminario &lt;i&gt;Quarant'anni di campo: il nuovo spirito scientifico di Pierre Bourdieu&lt;/i&gt; si propone di riflettere sugli effetti che l'uso di questo concetto ha prodotto e pu&#242; produrre nella ricerca scientifica, in particolare quella cosiddetta &#8220;umanistica&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Luogo e data &lt;br class='autobr' /&gt;
Universit&#224; di Torino, Biblioteca &#8220;Erik Peterson&#8221;&lt;br class='autobr' /&gt;
3-4 ottobre 2013&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Comitato organizzatore &lt;br class='autobr' /&gt;
Roberto ALCIATI (Univ. di Torino) &lt;br class='autobr' /&gt;
Michele SISTO (Ist. Italiano di Studi Germanici di Roma) &lt;br class='autobr' /&gt;
Emiliano R. URCIUOLI (Fondaz. San Carlo di Modena)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La scadenza per l'invio delle proposte &#232; il 15 luglio 2013.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il seminario si articoler&#224; in tre sessioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La prima sessione &#8211; Il campo e gli oggetti della ricerca: casi di studio &#8211; sar&#224; dedicata alla discussione di ricerche che applicano il concetto di campo agli ambiti pi&#249; diversi. Alla relazionalit&#224; della realt&#224; sociale corrisponde una relazionalit&#224; intrinseca allo strumentario analitico bourdieusiano: nella misura in cui un utilizzo congruo e conseguente del campo mobilita il ricorso a una pi&#249; estesa galassia di nozioni-chiave del lessico prasseologico del sociologo (habitus, illusio, capitale&#8230;), si prevede fin d'ora che un'applicazione ragionata e critica &#8211; non cosmetica, non manieristica &#8211; del &#8220;metodo Bourdieu&#8221; determini conseguenze epistemologiche rilevanti per la comprensione degli oggetti indagati.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La seconda sessione &#8211; Il campo e i dispositivi della ricerca: verso un rinnovamento delle discipline accademiche &#8211; sar&#224; invece volta a illustrare in che misura l'adozione del concetto di campo pu&#242; contribuire al rinnovamento di discipline che da tempo si trovano in una fase di stagnazione teorica e in alcuni casi, direbbe forse Bourdieu, di autentica &#8220;isteresi&#8221; metodologica. Si tratta di un invito all'autoriflessivit&#224;, a risalire alle origini dei paradigmi disciplinari entro cui ci muoviamo, a verificare la pertinenza delle domande a cui si cerca risposta ed eventualmente a formularne di nuove, sulla base di nuovi &#8220;criteri di visione e divisione&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La terza sessione &#8211; Comptes rendus &#8211; &#232; un esperimento: si tratta, in sostanza, di brevi &#8220;recensioni orali&#8221;. In una serie di brevi interventi verranno presentati studi pi&#249; o meno recenti che applicano o discutono il concetto di campo, oppure concetti integrabili con quello di campo. L'obiettivo &#232; aggiornarsi vicendevolmente su cosa sta accadendo nelle rispettive discipline e stimolare al confronto transdisciplinare.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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