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		<title>Produzione, riproduzione e distinzione</title>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Sociologia</dc:subject>
		<dc:subject>Conferenze</dc:subject>
		<dc:subject>Lo&#239;c Wacquant</dc:subject>
		<dc:subject>Marco Pitzalis</dc:subject>
		<dc:subject>Antonietta De Feo</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Produzione, riproduzione e distinzione&lt;br class='autobr' /&gt;
Studiare il mondo sociale con (e dopo Bourdieu)&lt;br class='autobr' /&gt;
a cura di Antonietta De Feo e Marco Pitzalis&lt;br class='autobr' /&gt;
con scritti di Pierre Bourdieu e Lo&#239;e Wacquant&lt;br class='autobr' /&gt;
Cagliari, CUEC, 2015, 240 p.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il libro &#232; un'opera collettanea dedicata alla sociologia di Pierre Bourdieu, che prosegue l'esperienza italiana di riscoperta intellettuale dell'autore francese e del suo progetto scientifico. Il volume, traendo ispirazione dal convegno internazionale &#8220;Scienza e critica del mondo sociale: la lezione di Pierre Bourdieu&#8221; tenutosi a Cagliari il 6-7 giugno 2013, vuole contribuire alla riflessione sul sistema di concetti e di principi epistemologici che guida la ricerca bourdieusiana. Il file rouge, che unisce i contributi raccolti, &#232; l'idea che la lezione sul metodo del sociologo d'oltralpe fornisca ancora gli strumenti per un'analisi insieme critica, teoricamente rigorosa, ed empiricamente fondata del mondo sociale contemporaneo.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/segnalazioni" rel="directory"&gt;Segnalazioni&lt;/a&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Sociologia" rel="tag"&gt;Sociologia&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Conferenze" rel="tag"&gt;Conferenze&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Loic-Wacquant" rel="tag"&gt;Lo&#239;c Wacquant&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Marco-Pitzalis" rel="tag"&gt;Marco Pitzalis&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Antonietta-De-Feo" rel="tag"&gt;Antonietta De Feo&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Produzione, riproduzione e distinzione&lt;br class='autobr' /&gt;
Studiare il mondo sociale con (e dopo Bourdieu)&lt;br class='autobr' /&gt;
a cura di Antonietta De Feo e Marco Pitzalis&lt;br class='autobr' /&gt;
con scritti di Pierre Bourdieu e Lo&#239;e Wacquant&lt;br class='autobr' /&gt;
Cagliari, CUEC, 2015, 240 p.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;ISBN 978-88-8467-952-9&lt;br class='autobr' /&gt;
University Press/Ricerche sociali&lt;br class='autobr' /&gt;
Disponibile anche in formato ebook&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il libro &#232; un'opera collettanea dedicata alla sociologia di Pierre Bourdieu, che prosegue l'esperienza italiana di riscoperta intellettuale dell'autore francese e del suo progetto scientifico. Il volume, traendo ispirazione dal convegno internazionale &#8220;Scienza e critica del mondo sociale: la lezione di Pierre Bourdieu&#8221; tenutosi a Cagliari il 6-7 giugno 2013, vuole contribuire alla riflessione sul sistema di concetti e di principi epistemologici che guida la ricerca bourdieusiana. Il file rouge, che unisce i contributi raccolti, &#232; l'idea che la lezione sul metodo del sociologo d'oltralpe fornisca ancora gli strumenti per un'analisi insieme critica, teoricamente rigorosa, ed empiricamente fondata del mondo sociale contemporaneo.&lt;br class='autobr' /&gt;
In apertura di questo libro, un articolo di Pierre Bourdieu scritto con Lo&#239;c Wacquant mostra la dimensione etica e politica dell'impresa scientifica, un aspetto che &#232; al cuore della sociologia di Bourdieu come ci ricorda lo stesso Wacquant, in un'intervista che chiude, quasi nostalgicamente, il volume.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="http://www.cuec.eu/2015/11/29/produzione-riproduzione-e-distinzione/" class="spip_out"&gt;Produzione, riproduzione e distinzione. Studiare il mondo sociale con (e dopo Bourdieu)&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
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		<title>Una questione di autonomia? </title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Una-questione-di-autonomia</link>
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		<dc:date>2015-09-28T16:10:57Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Gabriella Paolucci</dc:subject>
		<dc:subject>Sociologia politica</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Sebbene negli ultimi anni l'interesse verso Bourdieu sia cresciuto e si sia arricchito, la ricezione italiana di questo straordinario intellettuale &#232; ancora segnata da molte lacune. Aspetti importanti dell'opera bourdieusiana sono rimasti pressoch&#233; inesplorati, quasi non fossero parte integrante di quello stesso corpus che per altri versi viene indagato e usato. Un esempio: il modo in cui (non) &#232; stato recepito il contributo di Bourdieu alla comprensione &#8211; e allo smascheramento &#8211; delle forme di dominio simbolico che si annidano nelle istituzioni della politica e dello Stato. Ne &#232; testimonianza la scarsa presenza di studi sul campo della politica e dello Stato che discutano il modello teorico bourdieusiano, ne usino l'apparato concettuale e adottino il suo sguardo dissacrante.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo" rel="tag"&gt;Campo&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Gabriella-Paolucci" rel="tag"&gt;Gabriella Paolucci&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Sociologia-politica" rel="tag"&gt;Sociologia politica&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: Rassegna Italiana di Sociologia, n. 1, gennaio-marzo 2014, pp. 19-25.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;&lt;i&gt;Sebbene&lt;/i&gt; negli ultimi anni l'interesse verso Bourdieu sia cresciuto e si sia arricchito, la ricezione italiana di questo straordinario intellettuale &#232; ancora segnata da molte lacune. Aspetti importanti dell'opera bourdieusiana sono rimasti pressoch&#233; inesplorati, quasi non fossero parte integrante di quello stesso &lt;i&gt;corpus&lt;/i&gt; che per altri versi viene indagato e usato. Un esempio: il modo in cui (non) &#232; stato recepito il contributo di Bourdieu alla comprensione &#8211; e allo smascheramento &#8211; delle forme di dominio simbolico che si annidano nelle istituzioni della politica e dello Stato. Ne &#232; testimonianza la scarsa presenza di studi sul campo della politica e dello Stato che discutano il modello teorico bourdieusiano, ne usino l'apparato concettuale e adottino il suo sguardo dissacrante. La stessa tiepida accoglienza riservata ad alcune importanti traduzioni &#232; segno di un marcato disinteresse verso questo lato della sociologia bourdieusiana. Penso allo scarso successo dell'edizione italiana (parziale) dei corsi tenuti al Coll&#232;ge de France sullo Stato (Bourdieu, 2012). Eppure questo volume riveste un grande rilievo, sia per il profilo sostantivo che per il posto che occupa nel percorso complessivo del suo autore. Con le sue oltre seicento pagine dedicate alla genesi e alla struttura dello Stato &#8211; &#8220;quel settore del campo del potere che si definisce per il possesso del monopolio della violenza fisica e simbolica legittima&#8221; &#8211; &lt;i&gt;Sur l'&#201;tat&lt;/i&gt; &#232; una delle espressioni pi&#249; sistematiche del lavoro compiuto da Bourdieu sul potere e la politica. Un lavoro che inizia a prendere corpo gi&#224; negli anni 70, con la messa in discussione della nozione di &#8220;opinione pubblica&#8221; (Bourdieu, 1971), e la minuziosa decostruzione dell'ideologia dominante (Bourdieu e Boltanski, 1976) e l'analisi delle condizioni sociali della competenza politica (Bourdieu, 1977). L'interesse di Bourdieu per questi argomenti si precisa e si affina poi negli anni 80 e 90, con l'elaborazione di una pi&#249; sistematica definizione del campo politico (Bourdieu, 1981a), al quale sono dedicati i successivi saggi sulle condizioni di possibilit&#224; dell'efficacia dell'agire politico (Bourdieu, 1981b, 1984a) e sulla relazione che sussiste tra i campi che &#171;hanno in comune la pretesa di imporre una visione legittima del mondo sociale (cfr. Bourdieu 1996, trad. it. pp. 74-5). Questi sono anche gli anni in cui Bourdieu inizia a muovere i primi passi verso la costruzione di quella genealogia dello Stato moderno che gli permetter&#224; di definirlo come uno dei centri d'imputazione fondamentali della violenza simbolica (Bourdieu, 1993a). Non possiamo dimenticare, in questo veloce e schematico excursus, &lt;i&gt;La noblesse d'&#201;tat&lt;/i&gt; (Bourdieu, 1989), il volume (ancora non tradotto in italiano) che contiene una delle analisi pi&#249; dense e raffinate sull'esercizio della violenza simbolica da parte dello Stato. Gi&#224; da questi brevi accenni emerge la portata dirompente dello sguardo bourdieusiano. Sar&#224; forse per queste sue caratteristiche che, come nota Wacquant (2005: 7), l'interpretazione di Bourdieu come sociologo (e filosofo) della politica &#232; tra le meno diffuse? Sta di fatto che le scienze sociali italiane sembrano distinguersi nel panorama internazionale per la scarsit&#224; di studi che discutano questa dimensione del progetto scientifico bourdieusiano e che sperimentino le potenzialit&#224; euristiche di un apparato concettuale in grado di avviare importanti direzioni di ricerca per lo smascheramento dei sempre nuovi dispositivi di dominio simbolico che lo Stato e la politica mettono in atto. Certo, non possiamo passare sotto silenzio il prezioso lavoro di traduzione che in anni recenti ha reso disponibili al pubblico italiano alcuni dei testi bourdieusiani pi&#249; importanti su questi temi (oltre al gi&#224; citato &lt;i&gt;Sullo Stato&lt;/i&gt;, cfr. tra gli altri: Bourdieu, 1984d, 1996, 1997, 2000, 2001; Wacquant, 2005). Ma se andiamo a guardare la pubblicistica italiana, non &#232; difficile accorgersi della scarsit&#224; dei lavori che si appropriano dei concetti e dei modelli bourdieusiani, tanto da rendere assai difficile parlare di una direzione di ricerca con una sua identit&#224; e sue dinamiche interne. L'impressione che si ricava &#232; semmai quella di un piccolo insieme eterogeneo di studi che non dialogano fra di loro se non indirettamente, per il tramite del testo bourdieusiano. C'&#232; da dire che in questa sorta di nicchia, temi e modalit&#224; di appropriazione del modello bourdieusiano sono di interesse. Nel campo sociologico, insieme alle introduzioni ad alcune traduzioni dei testi di sociologia della politica e dello Stato (ad esempio Cerulo, 2010), vanno annoverati interventi che si appropriano della prospettiva bourdieusiana con una certa originalit&#224;. Limitiamoci agli anni Duemila, che sono del resto gli anni pi&#249; prolifici. In questo periodo sono stati pubblicati lavori sul campo della politica come &#8220;mondo a parte&#8221; (Balbo, 2001); analisi sul potere simbolico esercitato da una certa leadership politica in una citt&#224; dell'Italia meridionale (Savonardo 2003); studi sulle logiche istituzionali e simboliche del potere della mafia italiana, messe a confronto con la dimensione del potere statuale (raccolti in Santoro, 2007); indagini sul binomio governo/governance (Borghini, 2011); e, ancora, studi sulle produzioni discorsive delle istituzioni statuali finalizzate alla legittimazione delle politiche locali di privatizzazione (Cataldi e Gargiulo, 2011; Colombo e Gargiulo 2012). Vanno inoltre segnalati i saggi di Lombardo sul campo politico (Lombardo 2006 a; 2006b), il contributo di De Giorgio sulla rappresentazione della violenza simbolica nell'immaginario dei movimenti sociali (De Giorgio, 2013), oltre allo studio di Scott su Bourdieu e lo Stato, pubblicato dalla rivista &lt;i&gt;InTrasformazione&lt;/i&gt; (Scott, 2013). In campo giuridico &#232; d'interesse il contributo di Verdolini su &lt;i&gt;Studi sulla questione criminale&lt;/i&gt; (Verdolini, 2006), in cui l'autrice, sulla scorta dei modelli di Foucault, Bourdieu e Agamben, coglie nella relazione tra corpo, simboli e violenza il terreno sul quale agisce la violenza simbolica dello Stato e del terrorismo politico (Verdolini, 2006). In ambito filosofico troviamo il volume di Piazzesi su abitudine e potere in Bourdieu e Pascal (Piazzesi, 2003) e, pi&#249; recentemente, l'intervento di Denunzio sulla lettura bourdieusiana della prima &#8220;Tesi su Feuerbach&#8221; (Denunzio, 2013). L'autore propone un'interpretazione della prassiologia di Bourdieu alla luce della ricomposizione che opera tra fenomenologia e strutturalismo. Un tema che &#232; evidentemente legato alla filosofia della politica di Bourdieu. Di dominio simbolico esercitato dallo Stato si occupa anche Ricciardi nel saggio &#8220;Stato e dominio simbolico&#8221;, pubblicato nella rivista &lt;i&gt;Amministrare&lt;/i&gt; (Ricciardi, 2008).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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<item xml:lang="it">
		<title>Il senso del giudizio. Bourdieu, Foucault e la genealogia del diritto</title>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Cecilia Benaglia</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Campo giuridico</dc:subject>
		<dc:subject>Eleonora de Conciliis</dc:subject>
		<dc:subject>Michel Foucault</dc:subject>

		<description>
&lt;p&gt;Soltanto in alcuni brevi ma densi saggi, scritti nella seconda met&#224; degli anni Ottanta e tuttora inediti in Italia, Pierre Bourdieu ha compiuto un'incursione diretta nel mondo del diritto; tuttavia non &#232; esagerato affermare che le analisi dell'habitus del giudice, del campo giuridico e del giudizio come enunciato magico-performativo, appaiono disseminate in tutta la sua opera. Qui si cercher&#224; di illustrare la portata teorica e genealogica di tale disseminazione, tenendosi volutamente (&#8230;)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo-giuridico" rel="tag"&gt;Campo giuridico&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Eleonora-de-Conciliis" rel="tag"&gt;Eleonora de Conciliis&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Michel-Foucault" rel="tag"&gt;Michel Foucault&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Soltanto in alcuni brevi ma densi saggi, scritti nella seconda met&#224; degli anni Ottanta e tuttora inediti in Italia, Pierre Bourdieu ha compiuto un'incursione diretta nel mondo del diritto; tuttavia non &#232; esagerato affermare che le analisi dell'habitus del giudice, del campo giuridico e del giudizio come enunciato magico-performativo, appaiono disseminate in tutta la sua opera. Qui si cercher&#224; di illustrare la portata teorica e genealogica di tale disseminazione, tenendosi volutamente distanti sia dagli specialismi della sociologia e della filosofia del diritto, sia dal lavoro pi&#249; conosciuto e commentato di Bourdieu, &lt;i&gt;La distinzione&lt;/i&gt;. Esaminando invece i numerosi e significativi rimandi a Foucault &#8211; un pensatore che egli ha ambiguamente &#8216;giudicato' &#8211;, sar&#224; possibile interrogare, da un lato, il problematico legame tra l'universalit&#224; del giudizio e il carattere politico-emancipatorio della conoscenza; dall'altro, sulla scorta del percorso genealogico compiuto e attraverso espliciti rinvii all'attualit&#224;, cercheremo di formulare alcune ipotesi su quella che si pu&#242; indicare, senza mezzi termini, come la crisi del capitale simbolico-culturale della magistratura. [...]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&#034;http://www.kainos.it/numero9/ricerche/deconciliis-sulgiudizio.html&#034; class=&#034;spip_out&#034; rel=&#034;external&#034;&gt;&gt;&gt; Leggi l'articolo completo su Kairos - Rivista on line di Critica Filosofica&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>I giuristi, custodi dell'ipocrisia collettiva</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/I-giuristi-custodi-dell-ipocrisia-collettiva</link>
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		<dc:creator>Cecilia Benaglia</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Campo giuridico</dc:subject>

		<description>
&lt;p&gt;Una delle calamit&#224; della scienza sociale &#232; costituita da tutte quelle manifestazioni del pensiero dualista che si traducono in coppie di concetti antagonisti: interno / esterno, puro / impuro, normativo / positivo, assiologico / sociologico, comprensivo / esplicativo, Kelsen / Marx e ogni sorta di opposizione dello stesso tipo. Per esprimere subito le mie intenzioni, dir&#242; che il mio lavoro, senza che si sia proposto di farlo, mi sembra abbia come effetto proprio il superamento di queste (&#8230;)&lt;/p&gt;


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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu-48" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo-giuridico" rel="tag"&gt;Campo giuridico&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Una delle calamit&#224; della scienza sociale &#232; costituita da tutte quelle manifestazioni del pensiero dualista che si traducono in coppie di concetti antagonisti: interno / esterno, puro / impuro, normativo / positivo, assiologico / sociologico, comprensivo / esplicativo, Kelsen / Marx e ogni sorta di opposizione dello stesso tipo. Per esprimere subito le mie intenzioni, dir&#242; che il mio lavoro, senza che si sia proposto di farlo, mi sembra abbia come effetto proprio il superamento di queste opposizioni. Si prenda l'opposizione tra Kelsen e Marx, che grossomodo ricopre l'opposizione tra interno ed esterno; ebbene, &#232; importante sapere che la si ritrova dappertutto, sotto forme simili e con delle basi sociali simili, nel dominio della sociologia dell'arte, nel dominio della sociologia della scienza, nel dominio della sociologia della filosofia, nel dominio della sociologia della letteratura, etc. Ci&#242; permette in effetti di trasferire le esperienze da uno spazio all'altro. [...]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(traduzione di Gianvito Brindisi)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&#034;http://www.kainos.it/numero9/disvelamenti/giuristicustodi.html&#034; class=&#034;spip_out&#034; rel=&#034;external&#034;&gt;&gt;&gt; Leggi l'articolo completo su Kairos - Rivista on line di critica filosofica&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Lavoro flessibile e capitale simbolico</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Lavoro-flessibile-e-capitale-simbolico</link>
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		<dc:date>2015-07-24T07:10:22Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Federico Chicchi</dc:subject>
		<dc:subject>Capitale simbolico</dc:subject>
		<dc:subject>Lavoro</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;La nascita dell'era moderna &#232; coincisa con l'affermarsi della centralit&#224; sociale ed antropologica del lavoro. Questa forma &#8220;speciale&#8221; della pi&#249; ge-nerale attivit&#224; umana ha, infatti, progressivamente acquisito nella defini-zione delle singole esperienze personali, un ruolo sempre pi&#249; rilevante. Da un punto di vista economico, con lo sviluppo della societ&#224; capitalistica, &#232; la crescente razionalizzazione dei processi di produzione e il diffondersi del modello industriale di produzione che caratterizzano le forme sociali del lavoro, forme ambivalenti che permettono da un lato di aumentare pro-gressivamente ed enormemente la capacit&#224; di produzione della ricchezza ma dall'altro generano nuove e rilevanti questioni sociali, come la paupe-rizzazione crescente delle classi subalterne al capitale e l'intensificarsi del-le forme d'alienazione del lavoro.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Federico-Chicchi" rel="tag"&gt;Federico Chicchi&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Capitale-simbolico" rel="tag"&gt;Capitale simbolico&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Lavoro" rel="tag"&gt;Lavoro&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: Federico Chicchi, Lavoro e capitale simbolico. Una ricerca empirica sul lavoro operaio nella societ&#224; post-fordista, Milano, Franco Angeli, 2003, pp. 46-71.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h2 class=&#034;spip&#034;&gt;il lavoro come legame tra individuo e societ&#224;&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La nascita dell'era moderna &#232; coincisa con l'affermarsi della centralit&#224; sociale ed antropologica del lavoro. Questa forma &#8220;speciale&#8221; della pi&#249; generale &lt;i&gt;attivit&#224;&lt;/i&gt; umana ha, infatti, progressivamente acquisito nella definizione delle singole esperienze personali, un ruolo sempre pi&#249; rilevante. Da un punto di vista economico, con lo sviluppo della societ&#224; capitalistica, &#232; la crescente razionalizzazione dei processi di produzione e il diffondersi del modello industriale di produzione che caratterizzano le forme sociali del lavoro, forme ambivalenti che permettono da un lato di aumentare progressivamente ed enormemente la capacit&#224; di produzione della ricchezza ma dall'altro generano nuove e rilevanti questioni sociali, come la pauperizzazione crescente delle classi subalterne al capitale e l'intensificarsi delle forme d'alienazione del lavoro. &lt;br class='autobr' /&gt;
Sarebbe, per&#242;, sociologicamente inaccettabile interpretare la storia e la natura del lavoro (modernamente inteso) unicamente dal punto di vista della sua capacit&#224; di creare e moltiplicare la ricchezza sociale disponibile. Il lavoro, infatti, non &#232; riducibile alla sua funzione &lt;i&gt;trasformativa&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;valorizzante&lt;/i&gt;, ma rappresenta anche quell'attivit&#224; umana che mette in relazione gli individui per organizzare la necessaria riproduzione materiale della vita sociale e per questo uno spazio centrale di fondazione delle appartenenze e delle gerarchie sociali. Il lavoro, in quanto attivit&#224; di cooperazione tra diversi individui, svolge, infatti, anche la funzione di collegare l'attivit&#224; finalizzata dei singoli a quella dei gruppi e delle comunit&#224; che li comprendono; il lavoro evocando appartenenze sociali intermedie tra l'individuo e lo Stato, tra la sfera privata dell'azione e quella pubblica (Cella, 1997) contribuisce a fondare e modellare i legami tra i diversi attori sociali e tra questi e le istituzioni che sono preposte a governarne i rapporti. Il lavoro permette dunque, di unire, senza assoggettarla, l'esperienza individuale alla pi&#249; ampia dimensione sociale, attribuendo a chi lo esercita riconoscimento e senso d'utilit&#224; sociale. Per dirla con le parole di Yves Barel (1990) il lavoro ha assunto nella societ&#224; industriale il ruolo di &lt;i&gt;grand int&#233;grateur&lt;/i&gt; dei rapporti sociali. &lt;br class='autobr' /&gt;
L'importanza del lavoro s'inscrive quindi indelebilmente nel corpo della modernit&#224; anche perch&#233; in quest'epoca attraverso di esso, si afferma il principio sociale del &lt;i&gt;poter essere altrimenti&lt;/i&gt;. Il senso ultimo della rivoluzione moderna risiede, infatti, nel rifiuto della &#8220;fissit&#224;&#8221; della posizione naturale e sociale intesa come realt&#224; inviolabile ed intoccabile e nella conseguente e necessaria ricerca dell'&lt;i&gt;autonomia&lt;/i&gt; come tensione dialettica tra coscienza privata e sfera pubblica dell'esistenza. Il lavoro &#232; in questo senso, anche uno &#8220;spazio politico&#8221; in cui tale tensione acquista senso e diventa progettabile dal basso. Il sociale nel moderno, allora, assume il &#8220;fare&#8221; e il &#8220;progetto del fare&#8221; per essere altrimenti, come sua attivit&#224; poietica fondante, attivit&#224; che definisce i confini del reale come determinazione dinamica di ci&#242; che &#232; possibile o impossibile. In altre parole con la modernit&#224;, il lavoro, la sua intrinseca potenzialit&#224; trasformativa, diventa l'attivit&#224; che condiziona gli ordini strutturali e simbolici del reale ora &#8220;disincantato&#8221; .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&#200; all'interno e per mezzo dell'intreccio del possibile e dell'impossibile che la societ&#224; e ogni societ&#224; costituisce il &#8220;reale&#8221; e il suo &#8220;reale&#8221;. La realt&#224; non &#232; soltanto, come si ripete dopo Diltey, &#8220;quel che resiste&#8221;; essa &#232; altrettanto, e indissociabilmente, quel che pu&#242; essere trasformato, quel che permette il fare (e il &lt;i&gt;teuchein&lt;/i&gt;) come far essere l'altro da quel che &#232; o far essere altrimenti ci&#242; che &#232; cos&#236;. La realt&#224; &#232; ci&#242; al cui interno vi &#232; il fattibile e il non fattibile (Castoriadis, 1995, p. 129).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se il lavoro, e le sue tecniche operative sono, nella modernit&#224;, il mezzo sociale del &lt;i&gt;fare&lt;/i&gt; e del &lt;i&gt;trasformare&lt;/i&gt;, diviene immediatamente evidente la sostanziale rilevanza politica dell'ambito sociale che esso racchiude. Le modalit&#224; e la qualit&#224; della partecipazione di una persona all'attivit&#224; lavorativa determinano, infatti, la possibilit&#224; o meno, per quest'ultima, di accedere alle risorse materiali e simboliche utili alla sua validazione sociale: il lavoro d&#224; facolt&#224; di entrare nel &lt;i&gt;circolo del riconoscimento sociale&lt;/i&gt; dove l'attivit&#224; individuale, attraverso la contribuzione alla produzione del benessere collettivo, diviene attivit&#224; pubblicamente riconosciuta come &#8220;utile&#8221;. Il lavoro rappresenta, dunque, il principale canale di fondazione del &lt;i&gt;senso&lt;/i&gt; e del &lt;i&gt;valore&lt;/i&gt; della propria esistenza sociale e, per questo, uno dei principali catalizzatori individuali e collettivi di capitale simbolico (Cfr. Chicchi, 2002). Le modalit&#224; e il grado di riconoscimento ottenibile attraverso tale contribuzione non sono per&#242; automatici e monolitici, essi sono regolati e definiti nelle loro forme simboliche dai rapporti di potere che esistono tra i diversi attori che cooperano e/o confliggono all'interno del mondo produttivo, e quindi dalla loro possibilit&#224; di accedere (o meno) alla definizione degli stessi criteri attraverso cui il &lt;i&gt;riconoscimento&lt;/i&gt; viene &#8220;distribuito&#8221; ed &#8220;attivato&#8221;. Nel proseguo dell'analisi cercheremo allora di comprendere come alla luce delle recenti trasformazioni produttive in senso post-fordista il lavoro si &#8220;riposizioni&#8221; all'interno della societ&#224; contemporanea.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Oltre il recinto del senso comune</title>
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		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Cultura</dc:subject>
		<dc:subject>Campo letterario</dc:subject>
		<dc:subject>Campo artistico</dc:subject>
		<dc:subject>Anna Boschetti</dc:subject>
		<dc:subject>Eduard Manet</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Forse nessuno dei molti testi, sempre accuratamente rifiniti, pubblicati in vita da Pierre Bourdieu d&#224; l'idea del suo modo di pensare e di lavorare quanto il volume postumo &lt;i&gt;Manet. Une r&#233;volution symbolique&lt;/i&gt; (Seuil, pp. 782, euro 32) in cui &#232; riunito ci&#242; che rimane di una ricerca interrotta dalla morte: un manoscritto incompiuto e la trascrizione di due cicli di lezioni. Questo studio di caso, dedicato a ricostruire il processo attraverso cui la pittura francese &#232; entrata nella modernit&#224;, mettendo in discussione il sistema accademico, era considerato da Bourdieu una delle sfide pi&#249; importanti e difficili che avesse affrontato, come mostra la lunga e tormentata gestazione. L'aveva iniziato verso la met&#224; degli anni Ottanta, poi, impegnato su altri fronti, l'aveva abbandonato. Ci era tornato in due corsi consecutivi al Coll&#232;ge de France (1998&#8211;1999 e 1999&#8211;2000), l'aveva nuovamente sospeso per dedicare l'ultimo anno alla sociologia della scienza, infine nell'autunno del 2001 aveva ripreso il vecchio manoscritto, deciso a rielaborarlo e a pubblicarlo. Non gli era stato ancora diagnosticato il male di cui sarebbe morto pochi mesi dopo. Preoccupazioni congiunturali avevano certamente contribuito a fargli riprendere questo lavoro. Ricordare quanto era stata difficile ed eroica l'emancipazione della pittura dal potere accademico e statale era un modo indiretto per difendere l'autonomia della cultura, in tutte le sue forme, dall'arte alla scienza, contro la &#171;rivoluzione conservatrice&#187; che secondo Bourdieu era in atto nella societ&#224; francese.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Forse nessuno dei molti testi, sempre accuratamente rifiniti, pubblicati in vita da Pierre Bourdieu d&#224; l'idea del suo modo di pensare e di lavorare quanto il volume postumo &lt;i&gt;Manet. Une r&#233;volution symbolique&lt;/i&gt; (Seuil, pp. 782, euro 32) in cui &#232; riunito ci&#242; che rimane di una ricerca interrotta dalla morte: un manoscritto incompiuto e la trascrizione di due cicli di lezioni. Questo studio di caso, dedicato a ricostruire il processo attraverso cui la pittura francese &#232; entrata nella modernit&#224;, mettendo in discussione il sistema accademico, era considerato da Bourdieu una delle sfide pi&#249; importanti e difficili che avesse affrontato, come mostra la lunga e tormentata gestazione. L'aveva iniziato verso la met&#224; degli anni Ottanta, poi, impegnato su altri fronti, l'aveva abbandonato. Ci era tornato in due corsi consecutivi al Coll&#232;ge de France (1998&#8211;1999 e 1999&#8211;2000), l'aveva nuovamente sospeso per dedicare l'ultimo anno alla sociologia della scienza, infine nell'autunno del 2001 aveva ripreso il vecchio manoscritto, deciso a rielaborarlo e a pubblicarlo. Non gli era stato ancora diagnosticato il male di cui sarebbe morto pochi mesi dopo. Preoccupazioni congiunturali avevano certamente contribuito a fargli riprendere questo lavoro. Ricordare quanto era stata difficile ed eroica l'emancipazione della pittura dal potere accademico e statale era un modo indiretto per difendere l'autonomia della cultura, in tutte le sue forme, dall'arte alla scienza, contro la &#171;rivoluzione conservatrice&#187; che secondo Bourdieu era in atto nella societ&#224; francese.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Il potere del simbolico&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nel corso su Manet Bourdieu sottolinea l'attualit&#224; della sua analisi, denunciando in particolare il populismo di cui si servono i conservatori, alla fine dell'Ottocento come nel 2000, per screditare la rivendicazione di autonomia delle ricerche artistiche e scientifiche che non sono immediatamente accessibili ai profani. In effetti molti degli intellettuali francesi che dalla met&#224; degli anni Settanta si sono imposti all'attenzione mediatica (dai &#171;nouveaux philosophes&#187; a Jacques Ranci&#232;re e Bruno Latour) si sono serviti di argomenti populisti per squalificare i loro pi&#249; famosi predecessori: L&#233;vi-Strauss, Lacan, Althusser, Foucault, Derrida e, in particolare, Bourdieu. I nuovi guru hanno preteso demagogicamente di farsi portavoce del senso comune, accusando di arroganza sia la visione strutturale, che spiega il soggetto ricostruendo il sistema di relazioni in cui &#232; inserito, sia i &#171;maestri del sospetto&#187;, colpevoli di aver fatto emergere l'impensato che si cela in ogni discorso.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma non si pu&#242; capire l'interesse che questa ricerca presenta per chiunque desideri conoscere meglio il pensiero di Bourdieu se non si considera la scommessa teorica che rappresentava per lui. In quest'enorme cantiere, aperto su pi&#249; fronti, ha messo alla prova tutti gli strumenti e i saperi acquisiti in oltre quarant'anni di lavoro. Il libro offre la possibilit&#224; di entrare in uno straordinario laboratorio e di cogliere il pensiero nel suo farsi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Fin dall'inizio della sua carriera Bourdieu aveva focalizzato la sua attenzione sulla dimensione simbolica della realt&#224;: il senso e il valore che diamo alle cose, anche quelle che consideriamo &#171;materiali&#187;, dipendono dalle nostre categorie di percezione, convinzioni, emozioni. Riteneva che la tradizione sociologica non avesse elaborato strumenti adeguati per rendere conto di quest'aspetto fondamentale. Marx aveva sottolineato nella prima delle &lt;i&gt;Tesi su Feuerbach&lt;/i&gt; il &#171;lato attivo&#187; della realt&#224; umana, ma non aveva sviluppato quest'intuizione, essendo preoccupato di sottolineare soprattutto, contro l'idealismo, il peso dei fattori economici. Emile Durkheim e soprattutto Max Weber avevano aperto la strada, con i loro studi sulla religione. Ma Bourdieu voleva elaborare un modello che permettesse di spiegare la cultura (in tutte le sue accezioni) di universi complessi e differenziati come la societ&#224; contemporanea.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;Modelli della trasformazione&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nei lavori sul sistema di insegnamento e nella &lt;i&gt;Distinzione&lt;/i&gt; Bourdieu si &#232; interrogato soprattutto sui meccanismi di riproduzione della cultura, per cercare di spiegare il grande paradosso della storia umana, il fatto che l'ordine simbolico tende a essere accettato come evidente, naturale, anche da quelli che ne sono vittime. Ha mostrato che le strutture mentali sono forgiate dalle strutture sociali, attraverso la scuola e la famiglia, e tendono quindi ad accordarsi con la visione dominante. Al tempo stesso non ha mai smesso di interrogarsi sulle condizioni che hanno reso possibile, in alcune congiunture storiche, la trasformazione dei principi di visione e di divisione del mondo. Lungi dal proporre una visione rassegnata, la sua opera muove dalla convinzione che la conoscenza dei determinismi sociali sia il solo strumento di cui l'uomo dispone per tentare di &#171;defatalizzare&#187; il mondo. Bourdieu ha cos&#236; progressivamente elaborato un modello multifattoriale di spiegazione del cambiamento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio di una &#171;rivoluzione simbolica&#187; riuscita era un modo per mettere alla prova questo modello. Si trattava non solo di individuare i fattori strutturali di una conversione mentale collettiva, ma di spiegare i meccanismi e gli esiti del cambiamento, grazie alla sua teoria dell'azione, da lui designata sinteticamente con le nozioni complementari di habitus e di campo. Avendo l'ambizione di provare la validit&#224; generale delle sue ipotesi, Bourdieu considerava come una sfida particolarmente significativa e un punto d'onore riuscire a rendere conto del funzionamento dell'arte e della letteratura, oggetti verso i quali sussiste ancora oggi un atteggiamento religioso, che pretende di sottrarli alla conoscenza razionale, come se non facessero parte del mondo sociale. Perci&#242; era importante per lui non limitarsi ad analizzare aspetti &#171;esterni&#187; come il mercato e il pubblico, ma mostrare che la nozione di campo permetteva di spiegare sociologicamente anche gli aspetti pi&#249; specifici di questi universi particolari: l'eroico disinteresse dimostrato da scrittori e artisti incompresi dalla maggior parte dei contemporanei come Baudelaire, Flaubert, Mallarm&#233;, Rimbaud, Courbet, Manet, Cezanne, Van Gogh; gli aspetti tecnici e formali delle opere; la genesi dei canoni estetici e delle gerarchie di valore.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La quantit&#224; di piste che apre questo libro postumo attesta la fecondit&#224; del modello teorico e insieme la dismisura del lavoro che esso richiede. Mentre in altre ricerche Bourdieu ha potuto contare su un'&#233;quipe di collaboratori, qui ha proceduto da solo, e considerando il programma delineato nel manoscritto si capisce come in una lezione arrivi a confessare il suo sgomento di fronte all'impresa in cui si &#232; imbarcato. L'indice d&#224; l'idea della &#171;missione impossibile&#187; che si &#232; imposto, nell'esigenza di analizzare sistematicamente il funzionamento dei diversi campi e settori che hanno un ruolo nella rivoluzione della pittura: il sistema accademico; il campo artistico;il campo della critica; i mercanti e i collezionisti; le innovazioni estetiche e pittoriche. Secondo la sua teoria, per spiegare le pratiche (rappresentazioni, discorsi, opere) occorreva fare un lavoro senza precedenti: ricostruire, per ognuno di questi mondi (compresa la produzione critica della posterit&#224;), la struttura delle posizioni nonch&#233; le traiettorie e le propriet&#224; degli agenti. Inoltre, mentre nelle &lt;i&gt;Regole dell'arte&lt;/i&gt; Bourdieu si era concentrato sul caso francese, qui si pone in una prospettiva comparativa, per spiegare l'eccezione che rappresenta la Francia, per la forza del sistema accademico e per la radicalit&#224; della rivoluzione compiuta dagli innovatori.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;L'insidia del determinismo&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Nessuno dei capitoli pu&#242; dirsi finito. Alcuni sono note per un'immensa ricerca da fare. A volte Bourdieu avanza ipotesi che possono apparire discutibili o troppo perentorie. Ma si trova qui un esempio concreto e prezioso della complessa costruzione di oggetto che esige l'applicazione della &#171;teoria dei campi&#187;. Le domande che Bourdieu si pone e le ipotesi che elabora sono trasponibili. Il libro mostra quanto siano fruttuose queste trasposizioni, per esempio facendo emergere ci&#242; che accomuna il funzionamento del sistema accademico ai tempi di Manet e quello delle &lt;i&gt;Grandes &#233;coles&lt;/i&gt; francesi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'aspetto forse pi&#249; affascinante e istruttivo &#232; lo sforzo costante di riflessivit&#224;. La meditazione sui problemi teorici e metodologici, sull'uso dei concetti, sul lavoro di ricerca occupa pi&#249; di met&#224; dei corsi e coinvolge profondamente, grazie alla passione e onest&#224; intellettuale con cui l'illustre sociologo spiega quello che cerca di fare e confessa le sue difficolt&#224;. A proposito di questioni fondamentali (come la distinzione tra &#171;corpo&#187; accademico e &#171;campo&#187; artistico, o il rapporto rottura/continuit&#224; nel cambiamento) si notano esitazioni e progressive correzioni che attestano la fedelt&#224; all'ethos scientifico.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Colpisce in particolare lo sforzo di vigilanza epistemologica sui determinismi insidiosi cui ogni ricercatore &#232; esposto. Nel manoscritto, per esempio, raccomanda a se stesso: &#171;non fare il poeta, bel discorso suggestivo&#187;. E (riferendosi al confronto con altri studiosi): &#171;Sfuggire all'effetto campo: 1) non cercare l'originalit&#224; 2) non accontentarsi di contrapporsi. Superare conservando&#187;. Questo breve promemoria riassume un segreto essenziale del pensiero di Bourdieu, che si &#232; costruito, come ha detto e scritto spesso, con e contro Marx, Durkheim, Weber e innumerevoli altri autori, appropriandosi le acquisizioni e correggendo gli errori. Ha sempre giudicato antiscientifica e nefasta la logica dicotomica che riduce tutto a alternative semplici. Qui ribadisce con forza la persuasione che la conoscenza pu&#242; progredire solo praticando un &#171;eclettismo razionale&#187;. E quest'impresa, incompiuta, forse, anche perch&#233; interminabile, lo conferma attraverso le prospettive che apre e i problemi che pone a quanti vorranno proseguirla e superarla.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(recensione uscita su: &#034;il manifesto&#034;)&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Scienza e libido nel campo accademico</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Scienza-e-libido-nel-campo-accademico</link>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Mirella Giannini</dc:subject>
		<dc:subject>campo accademico</dc:subject>
		<dc:subject>Dominio maschile</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;&#034;Quando Bourdieu descrive il campo universitario come omologo al campo del potere, con l'evidente opposizione tra la parte dominante e la parte dominata, e quando, con il metodo della prosopografia, con indici che rappresentano pi&#249; o meno direttamente il capitale economico e culturale, classifica i docenti e la loro distribuzione nelle gerarchie disciplinari, si nota subito come, nelle statistiche, la presenza delle donne riporti percentuali bassissime, talvolta nulle, rispetto a quelle degli uomini (Bourdieu 1984/2013, p. 96)&#034;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Pubblichiamo l'anteprima di un saggio di Mirella Giannini in uscita nel volume &lt;i&gt;Pierre Bourdieu, Il mondo dell'uomo, i campi del sapere&lt;/i&gt;, curato da Emanuela Susca per Orthotes Editrice.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Mirella-Giannini" rel="tag"&gt;Mirella Giannini&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/campo-accademico" rel="tag"&gt;campo accademico&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Dominio-maschile" rel="tag"&gt;Dominio maschile&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Pubblichiamo l'anteprima di un saggio di Mirella Giannini in uscita nel volume &lt;i&gt;Pierre Bourdieu, Il mondo dell'uomo, i campi del sapere&lt;/i&gt;, curato da Emanuela Susca per Orthotes Editrice. Qui il par. 3: &lt;i&gt;La libido maschile e l'ombra della femina academica&lt;/i&gt;. Per leggere la versione completa di note occorre scaricare il pdf in fondo al post.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Quando Bourdieu descrive il campo universitario come omologo al campo del potere, con l'evidente opposizione tra la parte dominante e la parte dominata, e quando, con il metodo della prosopografia, con indici che rappresentano pi&#249; o meno direttamente il capitale economico e culturale, classifica i docenti e la loro distribuzione nelle gerarchie disciplinari, si nota subito come, nelle statistiche, la presenza delle donne riporti percentuali bassissime, talvolta nulle, rispetto a quelle degli uomini (Bourdieu 1984/2013, p. 96). Ancora, quando mostra come i docenti agiscano per conservare e accumulare il capitale sociale e simbolico, per esempio partecipando a commissioni, comitati, anche esterni all'universit&#224;, riproducendo cos&#236; le gerarchie universitarie, le donne non appaiono certamente nelle alte sfere. Rispetto a queste statistiche, dove &#232; chiaro che il genere maschile non solo &#232; numericamente preponderante ma anche &#232; esclusivo nei posti del potere accademico, Bourdieu rimane tiepido.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inoltre, quando descrive le dinamiche della cooptazione che sanzionano il reclutamento come diritto di ingresso nella corporazione degli accademici, Bourdieu fa chiaramente vedere come gli &#8220;uomini&#8221; siano concepiti come persone nella loro totalit&#224;, come habitus, quelle &#8220;disposizioni durevoli, costitutive di un ethos, di un hexis corporale, di un modo di esprimersi e di pensare&#8221; (ivi, p. 112). Ebbene qui non ritroviamo nessun cenno all'habitus di genere, nessun cenno al principio di omofilia maschile che regola la riproduzione dei gruppi dominanti e le relazioni tra maestro e allievo, pur nelle belle pagine in cui si mette in luce l'accademica &#8220;arte&#8221; di far attendere e di mantenere l'allievo nella relazione di dipendenza &#8220;fondata sull'attesa&#8221;, di suscitare &#8220;una sottomissione mimetica al maestro&#8221; (ivi, p. 152). Nella sua analisi dell'universit&#224;, Bourdieu non si sofferma, se non molto incidentalmente, sul genere dei docenti, e la donna accademica rimane davvero nell'ombra. Solo successivamente svilupper&#224; il suo approccio alla questione femminile, negli scritti su &lt;i&gt;Il dominio maschile&lt;/i&gt;, l'articolo del 1990 e il libro del 1998.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma ora, noi cercheremo &#8220;di pensare con Bourdieu per andare oltre Bourdieu&#8221; e di capire quale posto avrebbero avuto le donne nell'accademia se il nostro sociologo avesse riflettuto, come docente, sui propri &#8220;pregiudizi scolastici&#8221; o sui &#8220;condizionamenti dell'inconscio culturale&#8221;. In realt&#224;, lo fa lui stesso, in questi termini, quando, in articolo pubblicato postumo, descrive l'esercizio metodico della riflessivit&#224; come &#8220;un incessante andirivieni tra il momento riflessivo dell'oggettivazione dell'esperienza primaria e il momento attivo dell'investimento di questa esperienza cos&#236; oggettivata e criticata in atti di oggettivazione pi&#249; lontani da questa esperienza&#8221;, e sostiene che questo &#8220;doppio movimento&#8221;, che si costruisce &#8220;scientificamente&#8221;, permette allo &#8220;sguardo antropologico&#8221; di disvelare le relazioni invisibili e anche il proprio &#8220;inconscio culturale&#8221; (Bourdieu 2003, pp.52-53).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E cos&#236;, finalmente, richiamando la riflessivit&#224;, che ha esercitato nello scrivere &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt;, riconosce che l'oggettivazione &#232; stata talmente &#8220;fredda&#8221; da dimenticare quanto la libido accademica rappresenti una delle &#8220;follie della mascolinit&#224;&#8221; : &lt;br class='autobr' /&gt; &#8220;&#8230; Ma mi piacerebbe dare rapidamente un altro esempio di andirivieni particolarmente fecondo: avendo scoperto in Virginia Woolf (1929) &lt;i&gt;Al faro&lt;/i&gt;, quelle strutture sorrette da miti a cui non avrei fatto caso se non avessi acuito il mio sguardo attraverso la familiarit&#224; con la visione cabila - e pi&#249; generalmente mediterranea - della divisione sessuale del lavoro, sono stato in grado, grazie alla analisi estremamente raffinata che Virginia Woolf sviluppa in quel romanzo, di come il maschile dominante &#232; dominato dalla sua dominazione, che mi ha costretto a andare pi&#249; nel profondo con il lavoro di riflessivit&#224;, a scoprire subito dopo i limiti della lucidit&#224; di un antropologo che non aveva saputo o potuto ripensare l'antropologia contro se stessa. Ora l'ho fatto, aiutato in particolare dal richiamo, smisuratamente crudele e pure delicato, della libido academica, una forma del tutto particolare manifestata dalle follie della mascolinit&#224;, che avrebbe potuto e dovuto figurare in una versione meno freddamente oggettivista di Homo academicus, cio&#232; meno distante dall'oggetto e dal soggetto dell'oggettivazione&#8221; (Bourdieu 2003, pp.54-55).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In realt&#224;, nel 1989, intervistato da Wacquant sul suo libro sul campo universitario, Bourdieu ha gi&#224; dato una definizione della libido academica, al fine di contestualizzare gli open concepts, quali l'habitus e il campo: &#8220;C'&#232; una libido academica che &#232; un tipo di desiderio molto specifico o un impulso che nasce dalla relazione tra un certo habitus, socialmente costruito - sappiamo che i figli dei professori, per esempio, hanno, a parit&#224; di qualsiasi altra cosa, una propensione alla libido accademica pi&#249; grande dei figli di un uomo d'affari che, spesso, troveranno grottesche una tale ambizione - e un campo che offre profitti particolari vantaggi. La relazione tra un habitus specifico e un campo specifico, una libido academica, pu&#242;, in certe condizioni, sublimarsi in una libido scientifica capace anche di produrre scienza&#8221; (Wacquant, 1989 pp.19-20)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E' del tutto coerente che, ponendo all'origine dei giochi sociali l'illusio, l'&#8220;interesse al disinteresse&#8221;, il &#8220;divertimento&#8221; pascaliano, l'&#8220;incanto&#8221; di chi si coinvolge e investe nel gioco, Bourdieu ci racconti di una libido intesa come pulsione dell'individuo a entrare nel campo accademico. Ci dice anche che, in certe condizioni, questa libido academica &#232; in grado di diventare &#8220;scientifica&#8221;. Tuttavia, solo quando legge di Virginia Woolf il racconto della libido academica come virilit&#224; enfatizzata, Bourdieu la riprende nei termini della &#8220;metafora dell'avventura intellettuale e del capitale simbolico di celebrit&#224; che essa persegue&#8221;, e afferma che &#8220;l'illusio ludica permette di riprodurre ad un grado pi&#249; elevato di de-realizzazione quell'illusio academica dell'esistenza quotidiana&#8221; (Bourdieu 1998/1998, pp.88-89). Cos&#236; come quando, pur confessando la difficolt&#224; e talvolta il disagio, intraprende &#8220;un lavoro di socio-analisi dell'inconscio androcentrico&#8221; (ivi, p.13), si riappropria degli strumenti della conoscenza scientifica e mostra la &#8220;verit&#224;&#8221; delle relazioni strutturali di dominio sessuale. Svela, finalmente, che ci&#242; che mantiene le diverse relazioni sessuali di dominio/sottomissione &#232; una certa &#8220;aria di famiglia che unisce e che separa&#8221;, &#232; una &#8220;linea di demarcazione mistica&#8221;, e in questa definizione ritroviamo, ancora una volta, le parole di Virginia Woolf (ivi, p.125).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In realt&#224;, fin all'inizio del suo percorso scientifico, nelle prime ricerche etnologiche, Bourdieu ha analizzato i meccanismi del dominio maschile e ha trattato dell'&#8220;esclusione&#8221; delle donne dall'arte di dominare, essendo l'uomo ad essere designato attraverso i riti di iniziazione istituzionalizzati, e poi ad essere addestrato. Ancora successivamente, dir&#224; che la donna non &#232; toccata dalla libido dominandi , che &#232; &#8220;maschile&#8221;, e lo &#232; &#8220;sotto qualsiasi forma si presenti&#8221;, avendo tutte le forme di dominio a fondamento quell'illusio &#8220;costitutiva della mascolinit&#224;&#8221;. Guarda all'&#8220;esclusione&#8221; delle donne dal dominio, con lo sguardo simmeliano, dal momento che in questa esclusione vi vede la causa di una sorta di lucidit&#224;&#8221; . Le donne, quindi, sono ritenute &#8220;lucide&#8221; perch&#233; non sono prese dall'esaltazione ossessiva del s&#233; tutto maschile, perch&#233; hanno un &#8220;privilegio (tutto negativo) di non essere coinvolte in giochi di potere&#8221;, insomma, sono in una posizione di &#8220;distanza&#8221;, e se spesso partecipano al gioco, lo fanno &#8220;per procura, per solidariet&#224; affettiva&#8221; (Bourdieu 1990, pp. 21-29).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt; Bourdieu parla, anche se molto incidentalmente, sia della lontananza delle donne dai posti di potere, sia delle cause che le portano ad entrare nell'accademia, del fatto che restano &#8220;non coinvolte&#8221; nei giochi, &#8220;meno identificate&#8221; con l'istituzione accademica. Infatti, quando riflette sulla crisi del Maggio del &#8216;68, e sull'incidenza delle trasformazioni dello spazio sociale pi&#249; ampio sul campo universitario, fa notare come l'aumento di studenti abbia comportato l'aumento dei docenti e quindi un cambiamento nei rapporti di forza fra facolt&#224; e discipline, e anche all'interno rispetto alle posizioni di carriera. Ed &#232; con questo cambiamento morfologico e relazionale che nei livelli inferiori del corpo docente o, come specifica meglio, &#8220;nei bacini di reclutamento meno legati al potere accademico e al prestigio intellettuale&#8221;, entrano le donne, insieme a coloro che provengono dalla provincia. Le donne accademiche ci sono, allora, ma, come fa notare, appaiono &#8220;sotto-rappresentate&#8221; nel censimento, perch&#233;, secondo la logica dell'indagine, possono non rispondere al questionario a causa di una &#8220;minore identificazione con l'istituzione&#8221; (Bourdieu 1984/2013, pp.211-212, nota 5).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Qui Bourdieu, assegnando alle donne stesse un minore coinvolgimento istituzionale, sembra avere in mente il processo di socializzazione che le &#8220;prepara&#8221; all'esclusione, dal momento che quell'illusio, che &#232; designata come virilit&#224; e che entra nel rapporto tra habitus e spazio sociale, tende a riprodurre l'azione maschile di &#8220;accumulazione di capitale simbolico&#8221;, un terreno di giochi accademici da cui le donne sono escluse, proprio perch&#233; &#8220;preparate all'esclusione&#8221; (Bourdieu 1990, p.21). Tuttavia, dell'illusio originaria, quindi, di questo &#8220;sentimento&#8221; che &#232; una &#8220;predisposizione&#8221; che diventa il motore &#8220;umano&#8221; di &#8220;azioni virili&#8221;, Bourdieu non parla esplicitamente in &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt; e non dice che &#232; proprio questa illusio originaria a generare la libido dominandi dell'uomo accademico. Comunque osserver&#224; che se il dominio accademico &#232; messo in pericolo dall'ingresso di donne, si scatenano strategie di difesa e persino una forte &#8220;emotivit&#224;&#8221; degli uomini. Lo far&#224; nel 1998, quando, per dimostrare come il dominio maschile tenda a riprodursi attraverso meccanismi di cooptazione che funzionano secondo la logica della sex ratio, si riferir&#224; esplicitamente &#8220;al caso del reclutamento dei professori di pi&#249; basso livello durante quegli anni settanta in cui si doveva far fronte al massiccio afflusso degli studenti&#8221;, e dir&#224;:&lt;br class='autobr' /&gt;
&#8220;Inoltre, anche se non vogliamo certo attribuire agli uomini strategie organizzative di resistenza, possiamo supporre che la logica spontanea delle operazioni di cooptazione &#8211; che tende sempre a conservare le propriet&#224; pi&#249; rare dei corpi sociali, e in primo luogo la sex ratio &#8211; affondi le sue radici in un'apprensione confusa, e fortemente pervasa di emotivit&#224;, rispetto al pericolo che la femminilizzazione fa correre alla rarit&#224; e quindi al valore della posizione, e anche in qualche modo, all'identit&#224; sessuale dei suoi occupanti&#8221; (Bourdieu 1998/1998, p.112-113).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infatti, anche se &#232; evidente nelle statistiche della ricerca sull'universit&#224; post-sessantottina che la composizione del corpo docente &#232; cambiata nel senso di una riduzione delle quote di coloro che hanno titoli di studio pi&#249; apprezzati, in particolare nelle discipline che si situano al pi&#249; basso livello della gerarchia accademica, per Bourdieu non &#232; questo il punto. Per lui, le strategie accademiche di reclutamento &#8220;non mettono in crisi la logica di difesa di corpo tramite titoli formalmente diversi&#8221;, ma attraverso l'ampliamento della fascia d'et&#224; e, finalmente, con &#8220;la femminilizzazione&#8221;, che perci&#242; appare legata al rischio di &#8220;degrado&#8221; del corpo accademico nelle discipline pi&#249; prestigiose (Bourdieu 1984/2013, pp. 215). Bourdieu ci dice che sono gli uomini a controllare i limiti del campo. Da questo passaggio di &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt;, sembra che la &#8220;femminilizzazione&#8221; sia considerata come uno dei processi di cambiamento nello spazio sociale, pertanto influenti sul campo specifico dell'accademia, e che le donne, come i giovani, facciano parte di quei nuovi &#8220;entranti&#8221;, che provengono da omologhe classi sociali borghesi, ma che finiscono per mettere in crisi la riproduzione delle precedenti modalit&#224; istituzionali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le donne sono quelle dotate di capitale &#8220;contraddistinto insieme dal genere e dalla classe&#8221;, perch&#233; Bourdieu, in &lt;i&gt;La distinzione&lt;/i&gt;, il libro che secondo Susca &#232; il precedente logico di &lt;i&gt;Il dominio maschile&lt;/i&gt;, &#8220;non separa&#8221; genere e classificazione sociale (Susca 2011, p. 92). La femminilizzazione, allora, &#8220;intacca&#8221; un campo specifico ma, come una parte del dibattito femminista sostiene (Moi 1991, Reay 2004) , il genere &#8220;si disperde&#8221; attraverso i vari campi, perch&#233; ristruttura lo spazio sociale in generale. Questa prospettiva dell'&#8220;ingresso&#8221; della femminilizzazione sociale nell'accademia sembra rendere sfumato e meno &#8220;specifico&#8221; l'habitus delle donne. Sembra, anche, allontanarle da quella esperienza della illusio e della libido academica, che sono sentimenti costitutivi, come Bourdieu stesso dice (Wacquant, 1989 su citato), dell'incontro tra un &#8220;habitus specifico&#8221; e un &#8220;campo specifico&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Su questa linea il concetto bourdieusiano di habitus &#8220;specifico&#8221; appare &#8220;limitante&#8221; perch&#233; lascia supporre non tanto &#8220;una omogeneit&#224; di sviluppo a livello individuale&#8221;, quanto &#8220;una costrizione di questo sviluppo nei confini di un campo&#8221;. Da qui diventa facile ritenere che il concetto di &#8220;soggettivit&#224;&#8221;, centrale, invece, nell'epistemologia femminista, o il concetto di &#8220;soggettivit&#224; multipla&#8221;, che propone Lahire (1998, 2001), permetta lo studio degli effetti dell'&#8221;attraversamento di campi differenti&#8221;. Infatti, cos&#236;, si arriva a sostenere che &#8220;le donne non hanno legittimit&#224; in un campo professionalizzato&#8221;, come appunto quello accademico, perch&#233; &#8220;il campo corrisponde abbastanza bene ai domini dell'attivit&#224; professionale/pubblica&#8221;, e &#8220;alle attivit&#224; pubbliche di prestigio connotate da capitale simbolico&#8221; (Lahire 2001, p. 35), da cui appunto le donne rimangono &#8220;escluse&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In effetti, Bourdieu non si pone la questione se le donne attraversano diversi campi, se il loro habitus si specifica in relazione a esperienze plurali. E nemmeno studia le donne come protagoniste di negoziazioni e di lotte femminili (King 2000, p. 426). Le donne, le rileva &#8220;distinte&#8221; nelle classificazioni sociali, e con desideri di emancipazione che rispecchiano le auto-rappresentazioni d'&#233;lite, con aspirazioni di mobilit&#224; sociale e professionale che prefigurano &#8220;l'anticipazione pratica di obiettivi limitati, essendo le aspirazioni un elemento inserito all'interno di un habitus di classe e di genere&#8221; (Bourdieu 1979/2001, p. 471). Le inserisce in configurazioni relazionali e meccanismi del dominio simbolico e ritiene, comunque, possibile che la conoscenza scientifica degli effetti di questi meccanismi le porti obbligatoriamente &#8220;a scoprire che non possono arrivare ad una loro liberazione se non attraverso un sovvertimento delle strutture fondamentali dei campi dove si producono e si scambiano beni simbolici&#8221; (Bourdieu 1998/1998, p. 29).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per questo modo di trattare le donne, c'&#232; chi sostiene che lo sguardo di Bourdieu non &#232; viziato da &#8220;androcentrismo&#8221;, ma &#232; &#8220;lo sguardo irrispettoso di studioso e di uomo che si rifiuta di innalzare a tab&#249; la questione femminile&#8221; (Susca 2011 p. 92).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>L'&#8220;autosocioanalisi&#8221; come via d'uscita dalla crisi dei saperi accademici </title>
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		<description>&lt;p&gt;Rispetto agli altri due concetti-chiave della sua sociologia (habitus e capitale), il campo, l'ultimo arrivato, &#232; senz'altro quello che riproduce meglio il significato della massima di Pierre Bourdieu: &#171;il reale &#232; relazionale&#187;. La comparsa del concetto di campo nell'elaborazione teorica bourdieusiana data al 1971, anno di pubblicazione di due saggi sulla genesi e la strutturazione dei sistemi di credenza a partire dalla teoria della religione di Max Weber (ora tradotti in Pierre Bourdieu, &lt;i&gt;Il campo religioso. Con due esercizi&lt;/i&gt;, a cura di R. Alciati, E.R. Urciuoli, Torino, aAccademia University Press, 2012). A quarant'anni da quell'esordio, grazie al sostegno di due recenti progetti di ricerca finanziati dal MIUR, l'uno dedicato alla storia delle religioni nell'antichit&#224; mediterranea (&lt;i&gt;Polarizzazioni e/o coabitazioni religiose nel mondo antico, I-VI secolo d.C.&lt;/i&gt;), l'altro alla ricezione della letteratura tedesca in Italia (&lt;i&gt;Storia e mappe digitali della letteratura tedesca in Italia nel Novecento: editoria, campo letterario, interferenza&lt;/i&gt;), studiosi delle pi&#249; diverse discipline si sono dati appuntamento all'Universit&#224; di Torino per discutere di &#8220;campi&#8221;, di genesi e di logiche, di relazioni e di effetti di &#8220;campo&#8221;, e riflettere sulla funzionalit&#224; analitica di questo specifico strumento concettuale.&lt;/p&gt;

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 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Rispetto agli altri due concetti-chiave della sua sociologia (habitus e capitale), il campo, l'ultimo arrivato, &#232; senz'altro quello che riproduce meglio il significato della massima di Pierre Bourdieu: &#171;il reale &#232; relazionale&#187;. La comparsa del concetto di campo nell'elaborazione teorica bourdieusiana data al 1971, anno di pubblicazione di due saggi sulla genesi e la strutturazione dei sistemi di credenza a partire dalla teoria della religione di Max Weber (ora tradotti in Pierre Bourdieu, &lt;i&gt;Il campo religioso. Con due esercizi&lt;/i&gt;, a cura di R. Alciati, E.R. Urciuoli, Torino, aAccademia University Press, 2012). Il risultato pi&#249; compiuto della teoria dei campi si avr&#224; per&#242; solo nel 1992 con &lt;i&gt;Le regole dell'arte&lt;/i&gt; (la cui traduzione italiana, a cura di A. Boschetti ed E. Bottaro, &#232; edita da Il Saggiatore nel 2005): qui l'ambito di applicazione &#232; ci&#242; che Bourdieu definisce il campo letterario, quella particolare arena sociale la cui &#8220;posta in palio&#8221; &#232; il monopolio della legittimit&#224; letteraria, ossia del potere di stabilire chi &#232; autorizzato a definirsi scrittore. In generale, bench&#233; molti siano stati gli oggetti d'indagine della sua ricerca (il sistema scolastico, l'arte, la religione, l'economia, lo Stato, ecc.), religione e letteratura sono probabilmente i due spazi di produzione sociale che il sociologo francese ha privilegiato per testare la tenuta della sua epistemologia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A quarant'anni da quell'esordio, grazie al sostegno di due recenti progetti di ricerca finanziati dal MIUR, l'uno dedicato alla storia delle religioni nell'antichit&#224; mediterranea (&lt;i&gt;Polarizzazioni e/o coabitazioni religiose nel mondo antico, I-VI secolo d.C.&lt;/i&gt;), l'altro alla ricezione della letteratura tedesca in Italia (&lt;i&gt;Storia e mappe digitali della letteratura tedesca in Italia nel Novecento: editoria, campo letterario, interferenza&lt;/i&gt;), studiosi delle pi&#249; diverse discipline si sono dati appuntamento all'Universit&#224; di Torino per discutere di &#8220;campi&#8221;, di genesi e di logiche, di relazioni e di effetti di &#8220;campo&#8221;, e riflettere sulla funzionalit&#224; analitica di questo specifico strumento concettuale. La giustapposizione di casi diversi, pi&#249; o meno contemporanei, ristretti e specialistici, &#232; stata finalizzata a una riflessione pi&#249; generale sulla presunta capacit&#224; generativa dei saperi accademicamente disciplinati. Questo perch&#233; la &#8220;teoria dei campi&#8221; non &#232; solo un metodo di ricerca, bens&#236; l'autentico grimaldello gnoseologico per compiere quell'oggettivazione del soggetto dell'oggettivazione (lo studioso) nella sua situazione conoscitiva (la disciplina, il metodo, ecc.) che consente allo specialista di auto-comprendersi come agente inesorabilmente circoscritto a un campo, quello accademico-scientifico. L'assunzione della postura auto-riflessiva pu&#242; contribuire cos&#236; all'urgente rinnovamento di discipline da tempo in crisi conclamata, come le due di cui si &#232; maggiormente discusso: l'&#8220;italianistica&#8221; e la &#8220;cristianistica&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Com'&#232; noto, le discipline che studiano la &#8220;letteratura italiana&#8221; si sono costituite durante le lotte risorgimentali per l'unit&#224; nazionale sulla base di criteri di inclusione legati a quell'orizzonte storico (autori che hanno scritto in lingua italiana, vivendo entro i confini territoriali del futuro stato unitario e contribuendo a formare la coscienza civile del paese), a cominciare proprio dalla distinzione fra &#8220;letteratura italiana&#8221; e &#8220;letterature straniere&#8221;. Le integrazioni proposte nel Novecento (autori latini e dialettali, letteratura popolare, autori emigrati e immigrati) non hanno di fatto messo in discussione l'assiologia proposta nel 1870-71 dalla &lt;i&gt;Storia della letteratura italiana&lt;/i&gt; di Francesco De Sanctis. Proprio perch&#233; l'inconscio disciplinare resta strutturato da principi di visione e divisione elaborati in funzione del nation building, tutti i recenti tentativi di inserire la storia della &#8220;letteratura italiana&#8221; in un orizzonte transnazionale si sono rivelati insoddisfacenti, come la recente &lt;i&gt;Storia europea della letteratura italiana&lt;/i&gt; curata da Alberto Asor Rosa (Torino, Einaudi, 2009).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per uscire &lt;i&gt;dall'&lt;i&gt;impasse&lt;/i&gt;&lt;/i&gt; sarebbe certo utile una storia dell'italianistica che ricostruisca la genesi e la riproduzione dei suoi dispositivi disciplinari, nonch&#233; le lotte tra fautori di concezioni alternative di &#8220;letteratura italiana&#8221;: una ricognizione analoga, per intenderci, alla recente &lt;i&gt;Storia della germanistica&lt;/i&gt; di Pier Carlo Bontempelli (Roma, Artemide, 2000). In attesa di uno strumento del genere, tuttavia, il ricercatore pu&#242; (e, a nostro giudizio, deve) interrogarsi nel modo pi&#249; radicale sulla costituzione del proprio oggetto di indagine. Questa impostazione pu&#242; portare a risultati sorprendenti, come ad esempio nel caso delle traduzioni di letteratura straniera in Italia. Qui l'adozione del concetto di campo ha comportato la presa d'atto dell'inadeguatezza ermeneutica del concetto stesso di &#8220;traduzione&#8221;, anche nelle sue pi&#249; recenti e larghe accezioni. Anzich&#233; isolarle come un oggetto a s&#233;, appare infatti pi&#249; produttivo considerare le traduzioni come parte integrante della produzione del campo letterario italiano: a promuoverle sono intellettuali italiani (da Prezzolini a Calasso), attraverso case editrici italiane (da Carabba a E/O) e traduttori legati a gruppi letterari italiani (come Alberto Spaini alla &#171;Voce&#187;), selezionandole e interpretandole sulla base di categorie di classificazione italiane (novecentismo, neorealismo, neoavanguardia) e di conseguenza producendo un vasto corpus di testi in lingua italiana. Questo corpus, che meriterebbe di essere assunto tra gli oggetti d'indagine dell'&#8220;italianistica&#8221;, costituisce l'anello di congiunzione fra la &#8220;letteratura italiana&#8221; e la &lt;i&gt;Weltliteratur&lt;/i&gt; e permette di evidenziare gli stretti legami di interdipendenza tra ci&#242; che solo la &#8220;ragion scolastica&#8221;, con la sua artificiale divisione del lavoro disciplinare, ha separato &#8211; &#8220;letteratura italiana&#8221; vs. &#8220;letterature straniere&#8221; &#8211;, ma che di fatto &#232; parte di un processo di produzione e riproduzione unitario.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ragione scolastica e &lt;i&gt;nation building&lt;/i&gt; sono fattori socio-simbolici collegati anche all'insorgenza &#8220;scientifica&#8221; dei saperi storico-religiosi. Accademicamente disciplinati in &#8220;storia del cristianesimo&#8221; e &#8220;storia delle religioni&#8221;, questi si collocano in un momento fondativo e preliminare alla costruzione delle nazioni e dei nazionalismi europei: la nascita dell'universit&#224; moderna e della moderna filologia. Nel 1810 apre i battenti l'Universit&#224; di Berlino progettata da Wilhelm von Humboldt. Appena due anni dopo si inaugura il Seminario filologico di August B&#246;ckh. Da l&#236; deriva la forma di sapere che ancora oggi costituisce il fondamento delle discipline storico-religiose. Nonostante tutto questo sia noto, solo il concetto di campo consente di valutarne la portata: ci&#242; che infatti &#232; considerato nella prassi disciplinare come naturale e razionale, e quindi misconosciuto nella sua storicit&#224; e arbitrariet&#224;, altro non &#232; che l'insieme delle posizioni, delle opposizioni e delle disposizioni consacrate e inculcate dall'istituzione statuale universitaria, che garantiscono il funzionamento della legge fondamentale del campo, ossia il produrre per riprodursi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per quanto riguarda l'Italia, la disciplina &#8220;storia del cristianesimo&#8221; nasce nel 1873 con l'abolizione delle facolt&#224; teologiche di Stato e cambier&#224; in seguito pi&#249; volte nome (storia del cristianesimo, storia della chiesa, storia delle religioni). Da allora, il dibattito sul suo statuto epistemologico sembra non riuscire a superare il confronto/scontro fra teologia e storia. In particolare, il potenziale scientifico del metodo storico-critico risulta ancora troppo spesso condizionato (e talora compromesso) dal sistematico riconoscimento pratico da parte dello studioso di una &#8220;decisione preliminare&#8221;, teologicamente orientata, sulla selezione degli oggetti di studio, sul vocabolario con cui li si nomina, sulle modalit&#224; con cui si interviene o si omette di intervenire sulle evidenze documentarie (le &#8220;fonti&#8221;). Per emanciparsi dalle sue genetiche ipoteche teologiche, la storia delle discipline storico-religiose deve dunque avviare una seria autoanalisi, sottoponendo a critica radicale quella storiografia del cristianesimo antico che persiste nell'enunciare il suo discorso a partire da una posizione di oggettivo interesse pratico nei confronti dell'esistenza del suo oggetto (il cristianesimo). E lo deve fare sapendo che l'astuzia della ragione di questo indigenismo epistemologico, che &#232; anche la sua formula magica, consiste in quello che Bourdieu ha definito il &#8220;doppio profitto&#8221; della lucidit&#224; scientifica e della lealt&#224; religiosa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In definitiva, la denuncia di questi ordini e delle loro norme, vigenti in ogni spazio regolato di produzione sociale, ha una precisa finalit&#224;: muovere contro la normalizzazione. Come la sovversione &#8220;ereticale&#8221; sfrutta la possibilit&#224; di cambiare il mondo in cui viviamo cambiandone la rappresentazione che contribuisce alla sua realt&#224;, cos&#236; anche la postura eterodossa rispetto ai codici consacrati di una disciplina, del suo modus operandi e del suo nomos, costituisce un attacco alla gerarchia degli oggetti scientifici &#8220;legittimi&#8221; e, al contempo, al modo di descriverli attraverso il linguaggio canonico della sua tradizione. Se c'&#232; un lascito morale dell'insegnamento di Bourdieu, questo &#232; proprio la riflessivit&#224; epistemica, intesa come oggettivazione di noi stessi in quanto agenti nel campo universitario. Ma svegliarsi dal torpore dell'illusio del campo equivale a strapparsi la pelle, e senza pelle si muore. Si muore al mondo sociale, a quello cui si crede di appartenere &lt;i&gt;naturaliter&lt;/i&gt; e di dover difendere &lt;i&gt;fortiter&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da: L'Indice dei libri del mese, gennaio 2014&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
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		<title>&#171;T&#244;rdre le b&#226;ton dans l'autre sens&#187;. Pierre Bourdieu e la sua lettura di Pascal</title>
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		<dc:date>2013-05-24T12:32:36Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Sociologia</dc:subject>
		<dc:subject>Pier Carlo Bontempelli</dc:subject>
		<dc:subject>Blaise Pascal</dc:subject>
		<dc:subject>Filosofia</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Nel suo procedere Bourdieu ha operato spesso con lo scopo esplicito di affermare la propria identit&#224; di sociologo in contrasto esplicito e polemico con la tradizione filosofica di cui pur era figlio. E nella quarta di copertina della sua opera dedicata a Pascal, &lt;em&gt;M&#233;ditations pascaliennes&lt;/em&gt;, si definisce, certo non casualmente, &#171;anthropologue, sociologue, professeur au Coll&#233;ge de France&#187; , negando cos&#236; (o omettendo) la propria appartenenza alla corporazione dei filosofi e al campo disciplinare della filosofia. Solo in quanto sociologo e antropologo si occupa dei suoi antenati filosofi (Pascal, Hume, Kant, Marx, Husserl, Bachelard, Wittgenstein, Austin, Dewey) e dei loro eredi, per trasformarli in oggetti di studio sociologico ed etnologico, come se fossero i cabili, i contadini algerini o i contadini celibi del B&#233;arn, tutti soggetti a cui Bourdieu aveva gi&#224; dedicato o avrebbe dedicato il suo lavoro di sociologo e antropologo. In realt&#224; egli vuole sottoporre a una critica esplicita il campo degli studi filosofici, cos&#236; come si presenta alla sua riflessione.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;[da: &lt;i&gt;Il conforto della ragione. Studi in onore di Bernardo Razzotti&lt;/i&gt;, a cura di Elisabetta Fazzini, Andrea Mariani, Giuliana Di Biase, Editrice Itinerari, Lanciano 2010, pp. 159-169.]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chi ancor oggi si interroga sulla funzione che Pierre Bourdieu ha avuto nella storia intellettuale del nostro tempo, si trova di fronte alla difficolt&#224; di classificare la sua opera all'interno di coordinate istituzionali che corrispondono alla tradizionale ripartizione delle discipline universitarie. D'altra parte l'impegno teorico di Bourdieu &#232; talmente vasto e transdisciplinare che nei vari ambiti nazionali &#232; stato di volta in volta presentato e rappresentato in forme varie. Proprio per questa sua inclinazione a superare gli ambiti del sapere tradizionalmente consolidati e perpetuati, si &#232; spesso trovato in conflitto con quanti, nei vari campi di forze in cui si articolano, in particolare, le discipline universitarie, di volta in volta intendevano ergersi a difensori dell'ortodossia. Se dovessi riassumere il suo lavoro con una breve formulazione, utilizzerei quanto scritto da Anna Baldini, che ha cos&#236; riassunto la sua principale aspirazione: &#171;costruire una teoria dell'agire sociale che spieghi i meccanismi del comportamento umano in ogni settore della societ&#224;&#187; .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il progetto ambizioso del sociologo &#232; stato quello di spiegare l'agire umano in campo sociale e, in via subordinata, anche nel campo dell'arte, della letteratura, della filosofia e in tutti gli ambiti relazionali in cui si esplica l'attivit&#224; dell'uomo. Operazione non facile, come si pu&#242; intuire, perch&#233; Bourdieu intende rimettere in discussione tutto quanto viene dato per consolidato e naturale dalle varie discipline e dal loro uso accademico e scolastico. Il suo metodo interroga criticamente il significato vero delle parole e dei concetti, riprendendo spesso termini (e autori) caduti in disuso e riutilizzandoli con un significato diverso da quello &#171;abituale&#187; con un effetto che definirei di straniamento. In altri termini, egli vuole costringere i suoi lettori a riflettere sul significato vero di parole e formazioni linguistiche, &#8220;denaturalizzandole&#8221; e riportandole rigorosamente all'interno dei singoli campi relazionali (politico, religioso, scientifico, filosofico, artistico, letterario, giuridico ecc.) in cui gli scambi linguistici sono prodotti e si realizzano.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Il sociologo e lo storico</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Il-sociologo-e-lo-storico</link>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Roger Chartier</dc:subject>
		<dc:subject>Mirella Giannini</dc:subject>
		<dc:subject>Prefazioni</dc:subject>
		<dc:subject>Storia</dc:subject>
		<dc:subject>Sociologia</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Pierre Bourdieu e Roger Chartier, da rappresentanti della sociologia e della storia, si confrontano su come le due discipline cercano di conoscere e comprendere la nostra societ&#224;. Nell'introduzione francese Chartier richiama le occasioni pubbliche di questo confronto e, durante le conversazioni, si fa spesso riferimento al dibattito scientifico che in Francia ha visto come protagonisti Bourdieu e gli storici. Un test per l'Italia, dove appare debolissimo il dibattito interdisciplinare tra sociologi e storici, nonostante, da un lato, la sociologia esperienziale colga l'attraversamento dei processi storici nelle vite individuali e, dall'altro, la storia sperimenti il rapporto tra macro e micro nell'approccio biografico. Per Bourdieu, &#171;la separazione tra sociologia e storia &#232; disastrosa e totalmente priva di giustificazione epistemologica: ogni sociologia deve essere storica e ogni storia sociologica&#187;.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Roger-Chartier" rel="tag"&gt;Roger Chartier&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Mirella-Giannini" rel="tag"&gt;Mirella Giannini&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Prefazioni" rel="tag"&gt;Prefazioni&lt;/a&gt;, 
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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Sociologia" rel="tag"&gt;Sociologia&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Pierre Bourdieu e Roger Chartier, da rappresentanti della sociologia e della storia, si confrontano su come le due discipline cercano di conoscere e comprendere la nostra societ&#224;. Nell'introduzione francese Chartier richiama le occasioni pubbliche di questo confronto e, durante le conversazioni, si fa spesso riferimento al dibattito scientifico che in Francia ha visto come protagonisti Bourdieu e gli storici. Un test per l'Italia, dove appare debolissimo il dibattito interdisciplinare tra sociologi e storici, nonostante, da un lato, la sociologia esperienziale colga l'attraversamento dei processi storici nelle vite individuali e, dall'altro, la storia sperimenti il rapporto tra macro e micro nell'approccio biografico. Per la sociologia, gi&#224; nel 1959, Mills rilevava che &#171;ogni individuo vive, da una generazione all'altra, in una determinata societ&#224; [...], costruisce una biografia [...] nell'ambito di una particolare sequenza storica&#187; e, proprio per questo, concorre a formare la societ&#224; e ad alimentare la storia, mentre allo stesso tempo &#232; formato dalla societ&#224; e spinto dalla storia. Sosteneva che proprio &#171;l'immaginazione sociologica ci permette di afferrare biografia e storia e il loro mutuo rapporto&#187; (Wright Mills, 1959/1995: 16).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per Bourdieu, &#171;la separazione tra sociologia e storia &#232; disastrosa e totalmente priva di giustificazione epistemologica: ogni sociologia deve essere storica e ogni storia sociologica&#187; (Bourdieu, 1992/1992: 62). Infatti, tutto il suo apparato concettuale, in parte richiamato nelle conversazioni qui pubblicate, non potrebbe essere compreso se non nel quadro della movimentazione storica, proprio nel senso di Mills, del mutuo rapporto tra le azioni degli individui e le sequenze storiche. Basti ricordare molto brevemente alcuni concetti che, come si vedr&#224; meglio pi&#249; avanti, rappresentano la sua capacit&#224; epistemologica di cogliere le sequenze temporali.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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