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		<title>Bourdieu et le travail</title>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Lavoro</dc:subject>
		<dc:subject>Maxime Quijoux</dc:subject>
		<dc:subject>Michele Nani</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Capitale simbolico, movimenti sociali, ascesa e declino del salariato. Un volume collettivo su Bourdieu et le travail, a cura di Maxime Quijoux.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Michele-Nani" rel="tag"&gt;Michele Nani&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: il manifesto, 20 ottobre 2016.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Pierre Bourdieu &#232; uno dei sociologi francesi pi&#249; letti e citati nel mondo: tuttavia il suo ruolo &#232; stato e resta marginale in uno dei settori pi&#249; importanti della sociologia francese, la sociologia del lavoro. Parte da questo paradosso la ponderosa raccolta di studi &lt;i&gt;Bourdieu et le travail&lt;/i&gt; (Presses universitaires de Rennes, pp. 400), promossa e curata da Maxime Quijoux. Noto ai pi&#249; per le sue ricerche sulla cultura, sulle istituzioni formative e sugli intellettuali, oppure per il suo impegno pubblico a fianco dei movimenti sociali nel corso degli anni Novanta, Bourdieu si &#232; forse disinteressato del lavoro come oggetto di studio? Quijoux e compagni lo negano recisamente, a partire dall'esperienza algerina del sociologo.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il primo libro di ricerca di Bourdieu, in collaborazione con altri studiosi, fu dedicato nel 1963 a &lt;i&gt;Lavoro e lavoratori in Algeria&lt;/i&gt;. Prendendo congedo dalla sua formazione filosofica, il giovane ricercatore aveva operato una svolta verso le scienze sociali parallelamente al suo trasferimento all'Universit&#224; di Algeri durante la guerra di indipendenza (su quel momento fondativo si veda &lt;i&gt;In Algeria. Immagini dello sradicamento&lt;/i&gt;, Carocci, volume impreziosito dalle foto scattate dallo stesso&lt;br class='autobr' /&gt;
sociologo, la cui edizione italiana dobbiamo ad Andrea Rapini). &lt;br class='autobr' /&gt;
L'intreccio fra violenza coloniale e trasformazione capitalistica facevano dell'Algeria un&lt;br class='autobr' /&gt;
laboratorio politico e sociale: il giovane studioso leggeva i conflitti in corso attraverso le&lt;br class='autobr' /&gt;
trasformazioni del lavoro, contadino e urbano. Il mercato del lavoro algerino era caratterizzato dalla polarizzazione fra una massa di sottoproletari espulsi dalle campagne (anche ad opera dell'esercito coloniale) e la minoranza salariata urbana: mentre i primi vivevano lacerati fra i valori dell'universo contadino di partenza ormai dissolto e la precariet&#224; della vita nei &#171;campi di raggruppamento&#187; e nelle bidonvilles urbane, cercando o inventandosi occupazioni giorno per giorno, i secondi grazie alla&lt;br class='autobr' /&gt;
relativa sicurezza dell'impiego potevano accedere a una vera trasformazione antropologica, al riconoscimento di interessi collettivi, al conflitto, alla politica. I limiti di una lettura delle comunit&#224; rurali &#171;tradizionali&#187; legata agli studi coloniali precedenti e di uno schiacciamento sul presente di capitalismo e salarizzazione, ben evidenziati dai bei saggi di Fabien Sacriste e di Claude Didry, nulla tolgono all'antropologia della precariet&#224; e del salariato delineate da Bourdieu nel quadro di una storicizzazione del capitalismo e dell'agire economico.&lt;br class='autobr' /&gt;
Al ritorno in patria il sociologo si sarebbe convertito ad altri oggetti e avrebbe cos&#236; dimenticato i lavoratori? Se lo spostamento degli interessi di ricerca &#232; innegabile, Quijoux sostiene, con buone ragioni, che l'esperienza algerina e dunque la focalizzazione sul lavoro, abbia forgiato l'arsenale concettuale e teorico delle indagini a venire. Bourdieu non avrebbe mai rinunciato all'idea che il lavoro salariato, veicolo di dominazione sociale, &#232; anche condizione del suo superamento e dunque dell'emancipazione dei subalterni.&lt;br class='autobr' /&gt;
Il lavoro &#232; inoltre essenziale nella definizione della teoria bourdieusiana delle classi e del loro conflitto, che nel volume &#232; meno presente di quel che forse avrebbe meritato, cos&#236; come non vi figurano le considerazioni sul movimento operaio, che hanno anche rappresentato il punto di partenza per la riflessione di Bourdieu sul &#171;campo politico&#187;. La pi&#249; sintetica introduzione in merito &#232; forse in un saggio del 1978 (&lt;i&gt;Capitale simbolico e classi sociali&lt;/i&gt;) ora disponibile in italiano grazie a Marco Santoro, che lo ha fatto tradurre sulla rivista &#171;Polis&#187; (n. 3), assieme a un utilissimo contributo di Lo&#239;c Wacquant su &#171;come Bourdieu ha riformulato la questione delle classi&#187;.&lt;br class='autobr' /&gt;
L'approccio del sociologo francese alle classi rappresenta un'integrazione critica e non un rifiuto di quello marxista (si veda la recensione, uscita su queste pagine il 7 febbraio scorso, di Andrea Girometti alla recente traduzione del saggio bourdieusiano &lt;i&gt;Forme di capitale&lt;/i&gt;). Anche per questo nel volume compaiono un interessante contributo di Sophie B&#233;roud sulla fertilit&#224; del concetto di &#171;campo&#187; per indagare il mondo sindacale e un ricco studio in cui Michael Burawoy, uno dei pi&#249; importanti sociologi (neo)marxisti del lavoro, mette a confronto il proprio approccio e quelli di Gramsci e Bourdieu.&lt;br class='autobr' /&gt;
&lt;i&gt;Bourdieu et le travail&lt;/i&gt; non &#232; solo un'opera filologica e teorica di ricostruzione degli approcci del sociologo al lavoro, ma presenta molte ricerche che si servono dei suoi strumenti per leggere le trasformazioni del presente, analizzando un ampio ventaglio di figure lavorative, ad esempio, fra gli altri, gli insegnanti, le professioni artistiche, le bibliotecarie, i poliziotti e i &lt;i&gt;concierges&lt;/i&gt; degli alberghi di lusso.&lt;br class='autobr' /&gt;
Non &#232; un caso che l'arsenale teorico di Bourdieu sia ancora produttivo: &#232; stato modellato con l'attenzione costante a uomini e donne concreti, alle loro &#171;pratiche&#187; reali, lavoro incluso, da uno studioso che non ha mai dimenticato che &#171;i movimenti per l'emancipazione sono l&#236; per provare che una certa dose di utopismo&#187; traduco liberamente dalla splendida &lt;i&gt;Lezione sulla lezione&lt;/i&gt; con la quale Bourdieu ha inaugurato nel 1982 la sua presenza in uno dei templi della cultura francese, il Coll&#232;ge de France &#171;pu&#242; anche contribuire a creare le condizioni politiche di una negazione pratica della mera constatazione realistica&#187;.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Una questione di autonomia? </title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Una-questione-di-autonomia</link>
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		<dc:date>2015-09-28T16:10:57Z</dc:date>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Gabriella Paolucci</dc:subject>
		<dc:subject>Sociologia politica</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Sebbene negli ultimi anni l'interesse verso Bourdieu sia cresciuto e si sia arricchito, la ricezione italiana di questo straordinario intellettuale &#232; ancora segnata da molte lacune. Aspetti importanti dell'opera bourdieusiana sono rimasti pressoch&#233; inesplorati, quasi non fossero parte integrante di quello stesso corpus che per altri versi viene indagato e usato. Un esempio: il modo in cui (non) &#232; stato recepito il contributo di Bourdieu alla comprensione &#8211; e allo smascheramento &#8211; delle forme di dominio simbolico che si annidano nelle istituzioni della politica e dello Stato. Ne &#232; testimonianza la scarsa presenza di studi sul campo della politica e dello Stato che discutano il modello teorico bourdieusiano, ne usino l'apparato concettuale e adottino il suo sguardo dissacrante.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Sociologia-politica" rel="tag"&gt;Sociologia politica&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: Rassegna Italiana di Sociologia, n. 1, gennaio-marzo 2014, pp. 19-25.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;&lt;i&gt;Sebbene&lt;/i&gt; negli ultimi anni l'interesse verso Bourdieu sia cresciuto e si sia arricchito, la ricezione italiana di questo straordinario intellettuale &#232; ancora segnata da molte lacune. Aspetti importanti dell'opera bourdieusiana sono rimasti pressoch&#233; inesplorati, quasi non fossero parte integrante di quello stesso &lt;i&gt;corpus&lt;/i&gt; che per altri versi viene indagato e usato. Un esempio: il modo in cui (non) &#232; stato recepito il contributo di Bourdieu alla comprensione &#8211; e allo smascheramento &#8211; delle forme di dominio simbolico che si annidano nelle istituzioni della politica e dello Stato. Ne &#232; testimonianza la scarsa presenza di studi sul campo della politica e dello Stato che discutano il modello teorico bourdieusiano, ne usino l'apparato concettuale e adottino il suo sguardo dissacrante. La stessa tiepida accoglienza riservata ad alcune importanti traduzioni &#232; segno di un marcato disinteresse verso questo lato della sociologia bourdieusiana. Penso allo scarso successo dell'edizione italiana (parziale) dei corsi tenuti al Coll&#232;ge de France sullo Stato (Bourdieu, 2012). Eppure questo volume riveste un grande rilievo, sia per il profilo sostantivo che per il posto che occupa nel percorso complessivo del suo autore. Con le sue oltre seicento pagine dedicate alla genesi e alla struttura dello Stato &#8211; &#8220;quel settore del campo del potere che si definisce per il possesso del monopolio della violenza fisica e simbolica legittima&#8221; &#8211; &lt;i&gt;Sur l'&#201;tat&lt;/i&gt; &#232; una delle espressioni pi&#249; sistematiche del lavoro compiuto da Bourdieu sul potere e la politica. Un lavoro che inizia a prendere corpo gi&#224; negli anni 70, con la messa in discussione della nozione di &#8220;opinione pubblica&#8221; (Bourdieu, 1971), e la minuziosa decostruzione dell'ideologia dominante (Bourdieu e Boltanski, 1976) e l'analisi delle condizioni sociali della competenza politica (Bourdieu, 1977). L'interesse di Bourdieu per questi argomenti si precisa e si affina poi negli anni 80 e 90, con l'elaborazione di una pi&#249; sistematica definizione del campo politico (Bourdieu, 1981a), al quale sono dedicati i successivi saggi sulle condizioni di possibilit&#224; dell'efficacia dell'agire politico (Bourdieu, 1981b, 1984a) e sulla relazione che sussiste tra i campi che &#171;hanno in comune la pretesa di imporre una visione legittima del mondo sociale (cfr. Bourdieu 1996, trad. it. pp. 74-5). Questi sono anche gli anni in cui Bourdieu inizia a muovere i primi passi verso la costruzione di quella genealogia dello Stato moderno che gli permetter&#224; di definirlo come uno dei centri d'imputazione fondamentali della violenza simbolica (Bourdieu, 1993a). Non possiamo dimenticare, in questo veloce e schematico excursus, &lt;i&gt;La noblesse d'&#201;tat&lt;/i&gt; (Bourdieu, 1989), il volume (ancora non tradotto in italiano) che contiene una delle analisi pi&#249; dense e raffinate sull'esercizio della violenza simbolica da parte dello Stato. Gi&#224; da questi brevi accenni emerge la portata dirompente dello sguardo bourdieusiano. Sar&#224; forse per queste sue caratteristiche che, come nota Wacquant (2005: 7), l'interpretazione di Bourdieu come sociologo (e filosofo) della politica &#232; tra le meno diffuse? Sta di fatto che le scienze sociali italiane sembrano distinguersi nel panorama internazionale per la scarsit&#224; di studi che discutano questa dimensione del progetto scientifico bourdieusiano e che sperimentino le potenzialit&#224; euristiche di un apparato concettuale in grado di avviare importanti direzioni di ricerca per lo smascheramento dei sempre nuovi dispositivi di dominio simbolico che lo Stato e la politica mettono in atto. Certo, non possiamo passare sotto silenzio il prezioso lavoro di traduzione che in anni recenti ha reso disponibili al pubblico italiano alcuni dei testi bourdieusiani pi&#249; importanti su questi temi (oltre al gi&#224; citato &lt;i&gt;Sullo Stato&lt;/i&gt;, cfr. tra gli altri: Bourdieu, 1984d, 1996, 1997, 2000, 2001; Wacquant, 2005). Ma se andiamo a guardare la pubblicistica italiana, non &#232; difficile accorgersi della scarsit&#224; dei lavori che si appropriano dei concetti e dei modelli bourdieusiani, tanto da rendere assai difficile parlare di una direzione di ricerca con una sua identit&#224; e sue dinamiche interne. L'impressione che si ricava &#232; semmai quella di un piccolo insieme eterogeneo di studi che non dialogano fra di loro se non indirettamente, per il tramite del testo bourdieusiano. C'&#232; da dire che in questa sorta di nicchia, temi e modalit&#224; di appropriazione del modello bourdieusiano sono di interesse. Nel campo sociologico, insieme alle introduzioni ad alcune traduzioni dei testi di sociologia della politica e dello Stato (ad esempio Cerulo, 2010), vanno annoverati interventi che si appropriano della prospettiva bourdieusiana con una certa originalit&#224;. Limitiamoci agli anni Duemila, che sono del resto gli anni pi&#249; prolifici. In questo periodo sono stati pubblicati lavori sul campo della politica come &#8220;mondo a parte&#8221; (Balbo, 2001); analisi sul potere simbolico esercitato da una certa leadership politica in una citt&#224; dell'Italia meridionale (Savonardo 2003); studi sulle logiche istituzionali e simboliche del potere della mafia italiana, messe a confronto con la dimensione del potere statuale (raccolti in Santoro, 2007); indagini sul binomio governo/governance (Borghini, 2011); e, ancora, studi sulle produzioni discorsive delle istituzioni statuali finalizzate alla legittimazione delle politiche locali di privatizzazione (Cataldi e Gargiulo, 2011; Colombo e Gargiulo 2012). Vanno inoltre segnalati i saggi di Lombardo sul campo politico (Lombardo 2006 a; 2006b), il contributo di De Giorgio sulla rappresentazione della violenza simbolica nell'immaginario dei movimenti sociali (De Giorgio, 2013), oltre allo studio di Scott su Bourdieu e lo Stato, pubblicato dalla rivista &lt;i&gt;InTrasformazione&lt;/i&gt; (Scott, 2013). In campo giuridico &#232; d'interesse il contributo di Verdolini su &lt;i&gt;Studi sulla questione criminale&lt;/i&gt; (Verdolini, 2006), in cui l'autrice, sulla scorta dei modelli di Foucault, Bourdieu e Agamben, coglie nella relazione tra corpo, simboli e violenza il terreno sul quale agisce la violenza simbolica dello Stato e del terrorismo politico (Verdolini, 2006). In ambito filosofico troviamo il volume di Piazzesi su abitudine e potere in Bourdieu e Pascal (Piazzesi, 2003) e, pi&#249; recentemente, l'intervento di Denunzio sulla lettura bourdieusiana della prima &#8220;Tesi su Feuerbach&#8221; (Denunzio, 2013). L'autore propone un'interpretazione della prassiologia di Bourdieu alla luce della ricomposizione che opera tra fenomenologia e strutturalismo. Un tema che &#232; evidentemente legato alla filosofia della politica di Bourdieu. Di dominio simbolico esercitato dallo Stato si occupa anche Ricciardi nel saggio &#8220;Stato e dominio simbolico&#8221;, pubblicato nella rivista &lt;i&gt;Amministrare&lt;/i&gt; (Ricciardi, 2008).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>Il critico cinematografico</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Il-critico-cinematografico</link>
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		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Fabio Andreazza</dc:subject>
		<dc:subject>Cinema</dc:subject>
		<dc:subject>Fabio Andreazza</dc:subject>
		<dc:subject>Campo cinematografico</dc:subject>
		<dc:subject>Legittimazione</dc:subject>
		<dc:subject>Intermediari culturali</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;La nozione di &#8220;intermediario culturale&#8221; &#232; stata introdotta da Pierre Bourdieu nella &lt;i&gt;Distinzione&lt;/i&gt;. Studiando la societ&#224; francese degli anni sessanta, egli aveva individuato un campo professionale in ascesa il cui compito consisteva nella divulgazione della cultura legittima. Una missione disperata, mancando ai suoi componenti l'&#171;autorit&#224; statutaria&#187; per portarla a compimento (Bourdieu 1979b, 333). Questi volenterosi erano, fondamentalmente, i critici e i giornalisti attivi nei mezzi di comunicazione di massa: stampa, radio e televisione. Bourdieu li definiva &#8220;nuovi&#8221; intermediari culturali per distinguerli dai tradizionali specialisti che svolgevano questo ruolo nelle sedi legittime (scuola e universit&#224;), e li collegava alla piccola borghesia, reverente verso la cultura legittima ma incapace di padroneggiarla con la disinvoltura propria delle classi sociali dotate dell'habitus adeguato.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Fabio-Andreazza-65" rel="tag"&gt;Fabio Andreazza&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo-cinematografico" rel="tag"&gt;Campo cinematografico&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Legittimazione" rel="tag"&gt;Legittimazione&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Intermediari-culturali" rel="tag"&gt;Intermediari culturali&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;&#171;Studi culturali&#187;, n. 3, dicembre 2014&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div class='spip_document_14 spip_document spip_documents spip_document_image spip_documents_left spip_document_left'&gt;
&lt;figure class=&#034;spip_doc_inner&#034;&gt; &lt;img src='https://www.ragionipratiche.it/local/cache-vignettes/L150xH215/1824-369x-6e176.gif?1435018062' width='150' height='215' alt='' /&gt;
&lt;/figure&gt;
&lt;/div&gt;&lt;h2 class=&#034;spip&#034;&gt;1. Siamo tutti intermediari culturali?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La nozione di &#8220;intermediario culturale&#8221; &#232; stata introdotta da Pierre Bourdieu nella &lt;i&gt;Distinzione&lt;/i&gt;. Studiando la societ&#224; francese degli anni sessanta, egli aveva individuato un campo professionale in ascesa il cui compito consisteva nella divulgazione della cultura legittima. Una missione disperata, mancando ai suoi componenti l'&#171;autorit&#224; statutaria&#187; per portarla a compimento (Bourdieu 1979b, 333). Questi volenterosi erano, fondamentalmente, i critici e i giornalisti attivi nei mezzi di comunicazione di massa: stampa, radio e televisione. Bourdieu li definiva &#8220;nuovi&#8221; intermediari culturali per distinguerli dai tradizionali specialisti che svolgevano questo ruolo nelle sedi legittime (scuola e universit&#224;), e li collegava alla piccola borghesia, reverente verso la cultura legittima ma incapace di padroneggiarla con la disinvoltura propria delle classi sociali dotate dell'habitus adeguato.&lt;br class='autobr' /&gt;
Se si d&#224; uno sguardo alla letteratura sulla nozione coniata da Bourdieu si vede come essa non sia stata associata specificamente ai divulgatori della cultura legittima, bens&#236; a un pi&#249; vasto ambito professionale in cui nel periodo in esame la piccola borghesia in espansione aveva trovato impiego. Bourdieu ne parla, senza riferirsi all'intermediazione culturale, nello stesso capitolo: la nuova piccola borghesia &#171;si realizza nelle professioni di presentazione e di rappresentanza (rappresentanti di commercio e pubblicitari, specialisti di pubbliche relazioni, di moda, di arredamento, ecc.) ed in tutte le istituzioni destinate alla vendita di beni e servizi simbolici: si tratti delle professioni di assistente medico-sociale [&#8230;] o di produzione e animazione culturali [&#8230;], che hanno subito una forte crescita nel corso degli ultimi anni&#187; (ivi, 366).&lt;br class='autobr' /&gt;
Essendo cos&#236; generale la definizione, si ha l'impressione che per i sociologi che hanno lavorato con questo concetto il principale merito di Bourdieu sia stato quello di aver posto all'attenzione lo spazio fra la produzione e il consumo, di aver dato un nome a una zona che negli ultimi decenni si &#232; stipata di figure professionali. L'eroe degli studi (principalmente inglesi) che hanno scandagliato questo tema &#232; il pubblicitario (si veda McFall 2002, 536). Non &#232; sorprendente. Che si interpretino gli ultimi decenni come una fase storica del capitalismo in cui la mercificazione ha invaso la produzione culturale e, attraverso di essa, l'inconscio (Jameson 1991, che si pone nel solco della Scuola di Francoforte) o come un'epoca in cui si &#232; verificata un'intensificazione dell'uso delle competenze estetiche per obiettivi commerciali (Lash e Urry, 1987 e 1994), &#232; evidente che i rapporti fra cultura ed economia sono diventati sempre pi&#249; stretti (si veda MacFall 2002, 535-536). &lt;br class='autobr' /&gt;
Dal &lt;i&gt;fashion designer&lt;/i&gt; (Skov 2002) al &lt;i&gt;branding consultant&lt;/i&gt; (Moor 2008), al &lt;i&gt;manga scanlator&lt;/i&gt; (Lee 2012), ecc.: nel corso degli anni la costellazione degli intermediari culturali si &#232; allargata al punto da indurre Jennifer Smith Maguire e Julian Matthews a chiedersi provocatoriamente: &#171;siamo tutti intermediari culturali?&#187; (Smith Maguire e Matthews 2012, 552). La risposta che offrono &#232; negativa: gli intermediari culturali &#171;si distinguono per le loro esplicite rivendicazioni di competenza professionale per quanto riguarda gusto e valore all'interno di specifici campi culturali&#187; (Smith Maguire e Matthews, 2012, 552). &#200; la competenza specifica, quindi, a fare la differenza. Ma l'intermediazione &#232; utile allo stesso modo in tutti i campi?&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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		<title>L'&#8220;autosocioanalisi&#8221; come via d'uscita dalla crisi dei saperi accademici </title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/L-autosocioanalisi-come-via-d-uscita-dalla-crisi-dei-saperi-accademici</link>
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		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Campo letterario</dc:subject>
		<dc:subject>Campo religioso</dc:subject>
		<dc:subject>Michele Sisto</dc:subject>
		<dc:subject>Conferenze</dc:subject>
		<dc:subject>campo accademico</dc:subject>
		<dc:subject>Universit&#224;</dc:subject>
		<dc:subject>Roberto Alciati</dc:subject>
		<dc:subject>Emiliano R. Urciuoli</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Rispetto agli altri due concetti-chiave della sua sociologia (habitus e capitale), il campo, l'ultimo arrivato, &#232; senz'altro quello che riproduce meglio il significato della massima di Pierre Bourdieu: &#171;il reale &#232; relazionale&#187;. La comparsa del concetto di campo nell'elaborazione teorica bourdieusiana data al 1971, anno di pubblicazione di due saggi sulla genesi e la strutturazione dei sistemi di credenza a partire dalla teoria della religione di Max Weber (ora tradotti in Pierre Bourdieu, &lt;i&gt;Il campo religioso. Con due esercizi&lt;/i&gt;, a cura di R. Alciati, E.R. Urciuoli, Torino, aAccademia University Press, 2012). A quarant'anni da quell'esordio, grazie al sostegno di due recenti progetti di ricerca finanziati dal MIUR, l'uno dedicato alla storia delle religioni nell'antichit&#224; mediterranea (&lt;i&gt;Polarizzazioni e/o coabitazioni religiose nel mondo antico, I-VI secolo d.C.&lt;/i&gt;), l'altro alla ricezione della letteratura tedesca in Italia (&lt;i&gt;Storia e mappe digitali della letteratura tedesca in Italia nel Novecento: editoria, campo letterario, interferenza&lt;/i&gt;), studiosi delle pi&#249; diverse discipline si sono dati appuntamento all'Universit&#224; di Torino per discutere di &#8220;campi&#8221;, di genesi e di logiche, di relazioni e di effetti di &#8220;campo&#8221;, e riflettere sulla funzionalit&#224; analitica di questo specifico strumento concettuale.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Rispetto agli altri due concetti-chiave della sua sociologia (habitus e capitale), il campo, l'ultimo arrivato, &#232; senz'altro quello che riproduce meglio il significato della massima di Pierre Bourdieu: &#171;il reale &#232; relazionale&#187;. La comparsa del concetto di campo nell'elaborazione teorica bourdieusiana data al 1971, anno di pubblicazione di due saggi sulla genesi e la strutturazione dei sistemi di credenza a partire dalla teoria della religione di Max Weber (ora tradotti in Pierre Bourdieu, &lt;i&gt;Il campo religioso. Con due esercizi&lt;/i&gt;, a cura di R. Alciati, E.R. Urciuoli, Torino, aAccademia University Press, 2012). Il risultato pi&#249; compiuto della teoria dei campi si avr&#224; per&#242; solo nel 1992 con &lt;i&gt;Le regole dell'arte&lt;/i&gt; (la cui traduzione italiana, a cura di A. Boschetti ed E. Bottaro, &#232; edita da Il Saggiatore nel 2005): qui l'ambito di applicazione &#232; ci&#242; che Bourdieu definisce il campo letterario, quella particolare arena sociale la cui &#8220;posta in palio&#8221; &#232; il monopolio della legittimit&#224; letteraria, ossia del potere di stabilire chi &#232; autorizzato a definirsi scrittore. In generale, bench&#233; molti siano stati gli oggetti d'indagine della sua ricerca (il sistema scolastico, l'arte, la religione, l'economia, lo Stato, ecc.), religione e letteratura sono probabilmente i due spazi di produzione sociale che il sociologo francese ha privilegiato per testare la tenuta della sua epistemologia.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;A quarant'anni da quell'esordio, grazie al sostegno di due recenti progetti di ricerca finanziati dal MIUR, l'uno dedicato alla storia delle religioni nell'antichit&#224; mediterranea (&lt;i&gt;Polarizzazioni e/o coabitazioni religiose nel mondo antico, I-VI secolo d.C.&lt;/i&gt;), l'altro alla ricezione della letteratura tedesca in Italia (&lt;i&gt;Storia e mappe digitali della letteratura tedesca in Italia nel Novecento: editoria, campo letterario, interferenza&lt;/i&gt;), studiosi delle pi&#249; diverse discipline si sono dati appuntamento all'Universit&#224; di Torino per discutere di &#8220;campi&#8221;, di genesi e di logiche, di relazioni e di effetti di &#8220;campo&#8221;, e riflettere sulla funzionalit&#224; analitica di questo specifico strumento concettuale. La giustapposizione di casi diversi, pi&#249; o meno contemporanei, ristretti e specialistici, &#232; stata finalizzata a una riflessione pi&#249; generale sulla presunta capacit&#224; generativa dei saperi accademicamente disciplinati. Questo perch&#233; la &#8220;teoria dei campi&#8221; non &#232; solo un metodo di ricerca, bens&#236; l'autentico grimaldello gnoseologico per compiere quell'oggettivazione del soggetto dell'oggettivazione (lo studioso) nella sua situazione conoscitiva (la disciplina, il metodo, ecc.) che consente allo specialista di auto-comprendersi come agente inesorabilmente circoscritto a un campo, quello accademico-scientifico. L'assunzione della postura auto-riflessiva pu&#242; contribuire cos&#236; all'urgente rinnovamento di discipline da tempo in crisi conclamata, come le due di cui si &#232; maggiormente discusso: l'&#8220;italianistica&#8221; e la &#8220;cristianistica&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Com'&#232; noto, le discipline che studiano la &#8220;letteratura italiana&#8221; si sono costituite durante le lotte risorgimentali per l'unit&#224; nazionale sulla base di criteri di inclusione legati a quell'orizzonte storico (autori che hanno scritto in lingua italiana, vivendo entro i confini territoriali del futuro stato unitario e contribuendo a formare la coscienza civile del paese), a cominciare proprio dalla distinzione fra &#8220;letteratura italiana&#8221; e &#8220;letterature straniere&#8221;. Le integrazioni proposte nel Novecento (autori latini e dialettali, letteratura popolare, autori emigrati e immigrati) non hanno di fatto messo in discussione l'assiologia proposta nel 1870-71 dalla &lt;i&gt;Storia della letteratura italiana&lt;/i&gt; di Francesco De Sanctis. Proprio perch&#233; l'inconscio disciplinare resta strutturato da principi di visione e divisione elaborati in funzione del nation building, tutti i recenti tentativi di inserire la storia della &#8220;letteratura italiana&#8221; in un orizzonte transnazionale si sono rivelati insoddisfacenti, come la recente &lt;i&gt;Storia europea della letteratura italiana&lt;/i&gt; curata da Alberto Asor Rosa (Torino, Einaudi, 2009).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per uscire &lt;i&gt;dall'&lt;i&gt;impasse&lt;/i&gt;&lt;/i&gt; sarebbe certo utile una storia dell'italianistica che ricostruisca la genesi e la riproduzione dei suoi dispositivi disciplinari, nonch&#233; le lotte tra fautori di concezioni alternative di &#8220;letteratura italiana&#8221;: una ricognizione analoga, per intenderci, alla recente &lt;i&gt;Storia della germanistica&lt;/i&gt; di Pier Carlo Bontempelli (Roma, Artemide, 2000). In attesa di uno strumento del genere, tuttavia, il ricercatore pu&#242; (e, a nostro giudizio, deve) interrogarsi nel modo pi&#249; radicale sulla costituzione del proprio oggetto di indagine. Questa impostazione pu&#242; portare a risultati sorprendenti, come ad esempio nel caso delle traduzioni di letteratura straniera in Italia. Qui l'adozione del concetto di campo ha comportato la presa d'atto dell'inadeguatezza ermeneutica del concetto stesso di &#8220;traduzione&#8221;, anche nelle sue pi&#249; recenti e larghe accezioni. Anzich&#233; isolarle come un oggetto a s&#233;, appare infatti pi&#249; produttivo considerare le traduzioni come parte integrante della produzione del campo letterario italiano: a promuoverle sono intellettuali italiani (da Prezzolini a Calasso), attraverso case editrici italiane (da Carabba a E/O) e traduttori legati a gruppi letterari italiani (come Alberto Spaini alla &#171;Voce&#187;), selezionandole e interpretandole sulla base di categorie di classificazione italiane (novecentismo, neorealismo, neoavanguardia) e di conseguenza producendo un vasto corpus di testi in lingua italiana. Questo corpus, che meriterebbe di essere assunto tra gli oggetti d'indagine dell'&#8220;italianistica&#8221;, costituisce l'anello di congiunzione fra la &#8220;letteratura italiana&#8221; e la &lt;i&gt;Weltliteratur&lt;/i&gt; e permette di evidenziare gli stretti legami di interdipendenza tra ci&#242; che solo la &#8220;ragion scolastica&#8221;, con la sua artificiale divisione del lavoro disciplinare, ha separato &#8211; &#8220;letteratura italiana&#8221; vs. &#8220;letterature straniere&#8221; &#8211;, ma che di fatto &#232; parte di un processo di produzione e riproduzione unitario.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ragione scolastica e &lt;i&gt;nation building&lt;/i&gt; sono fattori socio-simbolici collegati anche all'insorgenza &#8220;scientifica&#8221; dei saperi storico-religiosi. Accademicamente disciplinati in &#8220;storia del cristianesimo&#8221; e &#8220;storia delle religioni&#8221;, questi si collocano in un momento fondativo e preliminare alla costruzione delle nazioni e dei nazionalismi europei: la nascita dell'universit&#224; moderna e della moderna filologia. Nel 1810 apre i battenti l'Universit&#224; di Berlino progettata da Wilhelm von Humboldt. Appena due anni dopo si inaugura il Seminario filologico di August B&#246;ckh. Da l&#236; deriva la forma di sapere che ancora oggi costituisce il fondamento delle discipline storico-religiose. Nonostante tutto questo sia noto, solo il concetto di campo consente di valutarne la portata: ci&#242; che infatti &#232; considerato nella prassi disciplinare come naturale e razionale, e quindi misconosciuto nella sua storicit&#224; e arbitrariet&#224;, altro non &#232; che l'insieme delle posizioni, delle opposizioni e delle disposizioni consacrate e inculcate dall'istituzione statuale universitaria, che garantiscono il funzionamento della legge fondamentale del campo, ossia il produrre per riprodursi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per quanto riguarda l'Italia, la disciplina &#8220;storia del cristianesimo&#8221; nasce nel 1873 con l'abolizione delle facolt&#224; teologiche di Stato e cambier&#224; in seguito pi&#249; volte nome (storia del cristianesimo, storia della chiesa, storia delle religioni). Da allora, il dibattito sul suo statuto epistemologico sembra non riuscire a superare il confronto/scontro fra teologia e storia. In particolare, il potenziale scientifico del metodo storico-critico risulta ancora troppo spesso condizionato (e talora compromesso) dal sistematico riconoscimento pratico da parte dello studioso di una &#8220;decisione preliminare&#8221;, teologicamente orientata, sulla selezione degli oggetti di studio, sul vocabolario con cui li si nomina, sulle modalit&#224; con cui si interviene o si omette di intervenire sulle evidenze documentarie (le &#8220;fonti&#8221;). Per emanciparsi dalle sue genetiche ipoteche teologiche, la storia delle discipline storico-religiose deve dunque avviare una seria autoanalisi, sottoponendo a critica radicale quella storiografia del cristianesimo antico che persiste nell'enunciare il suo discorso a partire da una posizione di oggettivo interesse pratico nei confronti dell'esistenza del suo oggetto (il cristianesimo). E lo deve fare sapendo che l'astuzia della ragione di questo indigenismo epistemologico, che &#232; anche la sua formula magica, consiste in quello che Bourdieu ha definito il &#8220;doppio profitto&#8221; della lucidit&#224; scientifica e della lealt&#224; religiosa.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In definitiva, la denuncia di questi ordini e delle loro norme, vigenti in ogni spazio regolato di produzione sociale, ha una precisa finalit&#224;: muovere contro la normalizzazione. Come la sovversione &#8220;ereticale&#8221; sfrutta la possibilit&#224; di cambiare il mondo in cui viviamo cambiandone la rappresentazione che contribuisce alla sua realt&#224;, cos&#236; anche la postura eterodossa rispetto ai codici consacrati di una disciplina, del suo modus operandi e del suo nomos, costituisce un attacco alla gerarchia degli oggetti scientifici &#8220;legittimi&#8221; e, al contempo, al modo di descriverli attraverso il linguaggio canonico della sua tradizione. Se c'&#232; un lascito morale dell'insegnamento di Bourdieu, questo &#232; proprio la riflessivit&#224; epistemica, intesa come oggettivazione di noi stessi in quanto agenti nel campo universitario. Ma svegliarsi dal torpore dell'illusio del campo equivale a strapparsi la pelle, e senza pelle si muore. Si muore al mondo sociale, a quello cui si crede di appartenere &lt;i&gt;naturaliter&lt;/i&gt; e di dover difendere &lt;i&gt;fortiter&lt;/i&gt;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da: L'Indice dei libri del mese, gennaio 2014&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Tra Primo Levi e Pierre Bourdieu</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Tra-Primo-Levi-e-Pierre-Bourdieu</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/Tra-Primo-Levi-e-Pierre-Bourdieu</guid>
		<dc:date>2013-04-07T10:59:00Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Paola Quadrelli</dc:subject>
		<dc:subject>Primo Levi</dc:subject>
		<dc:subject>Resistenza</dc:subject>
		<dc:subject>Shoah</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Con un titolo tratto dalla preghiera introduttiva di &lt;i&gt;Se questo &#232; un uomo&lt;/i&gt; appare in un'ottima traduzione lo studio appassionante che l'italianista inglese Robert S.C. Gordon ha dedicato alla memoria e alla rielaborazione dell'Olocausto nella cultura italiana. A partire dagli anni Ottanta, da quando, cio&#232;, l'Olocausto o meglio, la Shoah secondo la dizione invalsa nel nostro Paese, ha assunto una posizione centrale nella sfera pubblica, la ricerca sulla deportazione ebraica si &#232; intensificata e approfondita, articolandosi in studi dedicati ad aspetti specifici, a episodi singoli, oltre che alle risposte fornite in ambito artistico-letterario a quell'immane evento. Mancava, tuttavia, un'indagine globale che passasse in rassegna questi lavori e che, secondo le parole di Gordon, li inserisse &#8222;nel pi&#249; vasto ambito di risposte che li ha generati e plasmati&#8220;. L'esplicito punto di riferimento metodologico &#232; Pierre Bourdieu con la sua fortunata nozione di &#8222;campo culturale&#8220;.&lt;/p&gt;

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		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Con un titolo tratto dalla preghiera introduttiva di &lt;i&gt;Se questo &#232; un uomo&lt;/i&gt; appare in un'ottima traduzione lo studio appassionante che l'italianista inglese Robert S.C. Gordon ha dedicato alla memoria e alla rielaborazione dell'Olocausto nella cultura italiana. A partire dagli anni Ottanta, da quando, cio&#232;, l'Olocausto o meglio, la Shoah secondo la dizione invalsa nel nostro Paese, ha assunto una posizione centrale nella sfera pubblica, la ricerca sulla deportazione ebraica si &#232; intensificata e approfondita, articolandosi in studi dedicati ad aspetti specifici, a episodi singoli, oltre che alle risposte fornite in ambito artistico-letterario a quell'immane evento. Mancava, tuttavia, un'indagine globale che passasse in rassegna questi lavori e che, secondo le parole di Gordon, li inserisse &#8222;nel pi&#249; vasto ambito di risposte che li ha generati e plasmati&#8220;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;L'esplicito punto di riferimento metodologico &#232; Pierre Bourdieu con la sua fortunata nozione di &#8222;campo culturale&#8220;. Gordon non si propone pertanto di analizzare i singoli lavori prodotti in Italia sull'Olocausto, ma intende piuttosto esplorare come questi lavori - siano essi testimonianze, romanzi, sculture, dibattiti - abbiano guidato e determinato la conoscenza e la comprensione di quegli eventi storici presso il pubblico italiano e mira, altres&#236;, a individuare quali siano stati i principali agenti nel processo di trasmissione e rielaborazione dell'Olocausto (associazioni di reduci, storici, scrittori-testimoni, case editrici ecc.) oltre che a esaminare le dinamiche attraverso cui si sono imposte le linee dominanti nel processo di interpretazione del genocidio ebraico, il loro rapporto di interdipendenza con le diverse letture storiografiche del fascismo e della Resistenza e il dialogo con il contesto internazionale di discussione sul tema.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da queste indagini, che si inseriscono nel filone di studi sulla memoria culturale in auge negli ultimi quindici anni, &#232; nato un libro densissimo, dal forte taglio interdisciplinare, che si distingue per acume e chiarezza argomentativa e per la la variet&#224; dei materiali esaminati. L'autore spazia infatti, solo per citare qualche nome, da Quasimodo a Guccini, da Pasolini ai film di Lizzani e Ozpetek, dal monumento milanese per i &#8222;Caduti nei campi di sterminio nazisti&#8220; al costituendo Museo della Shoah a Villa Torlonia per concludere con il dibattito riguardante l'istituzione nel 2001 del Giorno della Memoria.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Lo studio, pur incorniciato da due capitoli che inquadrano il tema sotto un'angolazione cronologica, focalizzandosi, rispettivamente, sull'emergere, nell'immediato dopoguerra, del genocidio ebraico come evento a se stante all'interno del pi&#249; vasto magma di atrocit&#224; che avevano connotato la guerra, e sul fermento culturale attorno all'Olocausto negli anni Novanta, non segue un andamento cronologico, ma affronta alcuni momenti decisivi nel modellarsi della consapevolezza dell'Olocausto in Italia; ecco dunque, tra l'altro, un capitolo su Primo Levi in quanto principale interprete dell'Olocausto in Italia, un capitolo su Roma nel 1943-44, intesa come punto di incontro di quattro questioni centrali per la moderna storia del nostro Paese, ovvero l'Italia come nazione, il fascismo e i suoi simboli, la Resistenza e la Chiesa e un capitolo assai originale, intitolato &#8222;Zone grigie e bravi italiani&#8220;, in cui Gordon affronta due stereotipi fortemente connessi alle vicende legate all'Olocausto: la formula &#8222;zona grigia&#8220;, adottata per indicare quella larga massa di italiani &#8222;attendisti&#8220;, non schierati negli anni 1943-45 n&#233; con la Repubblica di Sal&#242; n&#233; con la Resistenza, e il mito dell'italiano &#8222;buono&#8220;, disonesto e moralmente ambiguo, scettico nei confronti delle autorit&#224; ed estraneo al razzismo, d'animo gentile e solidale con i concittadini ebrei.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gordon mostra la genesi e l'evolversi di queste mitologie, dalla divaricazione tra regime e popolo, sottesa alla distinzione tra &#8222;fascismo movimento&#8220; e &#8222;fascismo regime&#8220; operata da Renzo De Felice, all'emergere dell'immagine di una certa italianit&#224; in film legati all'Olocausto quali &lt;i&gt;Il generale Della Rovere&lt;/i&gt;, &lt;i&gt;Tutti a casa &lt;/i&gt; e &lt;i&gt;Pasqualino settebellezze&lt;/i&gt;, dal concetto sfumato e complesso di &#8222;zona grigia&#8220; formulato da Primo Levi alla sua semplificazione e strumentalizzazione nel dibattito pubblico, sino al congiungersi dei due stereotipi gemelli nella figura di Giorgio Perlasca, riscoperta negli anni Novanta. Perlasca era, come sintetizza efficacemente Gordon, &#8222;sia bravo che grigio&#8220;: fascista ma non antisemita, eroico ma non carismatico e &#8222;tipicamente italiano&#8220; per gli espedienti cui fece ricorso per salvare gli ebrei.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il ricchissimo libro di Gordon contiene molto pi&#249; di quanto sia stato possibile accennare in questa sede e si configura dunque come una lettura imprescindibile per ogni lettore interessato alla Shoah e alla storia italiana del Novecento.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da: &#8220;PulpLibri&#8221;, marzo-aprile 2013&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>I campi artistici</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/I-campi-artistici</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/I-campi-artistici</guid>
		<dc:date>2012-11-18T18:01:11Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Emanuele Bottaro</dc:creator>


		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Campo letterario</dc:subject>
		<dc:subject>Conferenze</dc:subject>
		<dc:subject>Campo artistico</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Universit&#224; degli Studi di Bergamo&lt;br class='autobr' /&gt;
Sala Riunioni - ex Casa dell'Arciprete&lt;br class='autobr' /&gt;
Via G. Donizetti, 3 - Bergamo&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo" rel="tag"&gt;Campo&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo-letterario" rel="tag"&gt;Campo letterario&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Conferenze" rel="tag"&gt;Conferenze&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo-artistico" rel="tag"&gt;Campo artistico&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;La nozione di &#8220;campo&#8221; si &#232; rivelata un potente strumento di ripensamento dell'&#8220;arte&#8221; come spazio indipendente dell'attivit&#224; umana: grazie a questo modello Pierre Bourdieu ha riallacciato i fili che collegano in una rete complessa l'azione dei produttori, delle opere, della ricezione, dei saperi estetici. A vent'anni dalla pubblicazione de &lt;i&gt;Les r&#232;gles de l'art. Gen&#232;se et structure du champ litt&#233;raire&lt;/i&gt; (1992), questo incontro si propone di testare la validit&#224; e la duttilit&#224; della piattaforma teorica bourdieusiana, osservandone il potenziale di integrazione con altre prospettive metodologiche e dando spazio a diverse forme e contesti di espressione artistica.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h2 class=&#034;spip&#034;&gt;Programma&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Marted&#236;, 27 novembre 2012&lt;/strong&gt;&lt;br class='autobr' /&gt;
Universit&#224; degli Studi di Bergamo&lt;br class='autobr' /&gt;
Sala Riunioni&#8212;Ex Casa dell'Arciprete&lt;br class='autobr' /&gt;
Via Gaetano Donizetti, 3&#8212;Bergamo&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;14:30-15:00&lt;br class='autobr' /&gt;
Saluti del Direttore del Dipartimento di Lingue, Letterature Straniere e Comunicazione.&lt;br class='autobr' /&gt;
Introduzione di Anna Boschetti&lt;br class='autobr' /&gt;
(Universit&#224; &#8220;Ca' Foscari&#8221; di Venezia)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;15:00-16:00&lt;br class='autobr' /&gt;
ANNA BALDINI&lt;br class='autobr' /&gt;
(Universit&#224; per Stranieri di Siena)&lt;br class='autobr' /&gt;
Il Neorealismo: ascesa e decadenza di una&lt;br class='autobr' /&gt;
categoria del campo letterario italiano.&lt;br class='autobr' /&gt;
ROSARIO GENNARO&lt;br class='autobr' /&gt;
(Artesis Hogeschool Antwerpen)&lt;br class='autobr' /&gt;
Il fascismo e le arti: sinergie e interazioni a&lt;br class='autobr' /&gt;
met&#224; degli anni Venti.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;16:00-17:00&lt;br class='autobr' /&gt;
MICHELE SISTO&lt;br class='autobr' /&gt;
(Universit&#224; di Trento)&lt;br class='autobr' /&gt;
La letteratura straniera nel&lt;br class='autobr' /&gt;
campo/polisistema letterario italiano: il ruolo&lt;br class='autobr' /&gt;
dell'editoria (1945-1970)&lt;br class='autobr' /&gt;
MILA MILANI&lt;br class='autobr' /&gt;
(University of Manchester)&lt;br class='autobr' /&gt;
Editoria e poesia straniera contemporanea:&lt;br class='autobr' /&gt;
il ruolo della traduzione nel campo letterario&lt;br class='autobr' /&gt;
italiano di poesia (1951-1977).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;17:00&#8211;17:15 Pausa&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;17:15&#8211;18:00&lt;br class='autobr' /&gt;
MARCO SANTORO&lt;br class='autobr' /&gt;
(Universit&#224; di Bologna)&lt;br class='autobr' /&gt;
Campi ecc.: la contemporanea sociologia&lt;br class='autobr' /&gt;
dell'arte e la lezione di Pierre Bourdieu&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;18:00&#8211;19:00&lt;br class='autobr' /&gt;
C&#201;CILE BALAYER&lt;br class='autobr' /&gt;
(&#201;cole des Hautes &#201;tudes en Sciences Sociales,&lt;br class='autobr' /&gt;
Paris&#8212;Universit&#224; &#8220;Ca' Foscari&#8221; di Venezia)&lt;br class='autobr' /&gt;
L'Indice dei libri del mese e la nascita di un&lt;br class='autobr' /&gt;
nuovo spazio della critica: la questione del&lt;br class='autobr' /&gt;
campo delle riviste&lt;br class='autobr' /&gt;
LUCA PARESCHI&lt;br class='autobr' /&gt;
(Universit&#224; di Bologna)&lt;br class='autobr' /&gt;
Il campo letterario italiano: gli editor e la&lt;br class='autobr' /&gt;
ricerca di manoscritti di autori inediti&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Mercoled&#236; 28 novembre 2012&lt;/strong&gt;&lt;br class='autobr' /&gt;
Universit&#224; degli Studi di Bergamo&lt;br class='autobr' /&gt;
Sala Riunioni&#8212;Ex Casa dell'Arciprete&lt;br class='autobr' /&gt;
Via Gaetano Donizetti, 3&#8212;Bergamo&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;9:00-10:00&lt;br class='autobr' /&gt;
GIORGIO ALBERTI&lt;br class='autobr' /&gt;
(Stanford University)&lt;br class='autobr' /&gt;
Tradurre ed essere tradotti: pratiche di due&lt;br class='autobr' /&gt;
professionisti della scrittura&lt;br class='autobr' /&gt;
DAVIDE DALMAS&lt;br class='autobr' /&gt;
(Universit&#224; di Torino)&lt;br class='autobr' /&gt;
La traiettoria di Franco Fortini nel campo&lt;br class='autobr' /&gt;
letterario italiano del dopoguerra&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;10:00-11:30&lt;br class='autobr' /&gt;
FABIO ANDREAZZA&lt;br class='autobr' /&gt;
(Universit&#224; &#8220;G. D'Annunzio&#8221; Chieti-Pescara)&lt;br class='autobr' /&gt;
Osservazioni sulla genesi del campo cinematografico&lt;br class='autobr' /&gt;
italiano&lt;br class='autobr' /&gt;
SARA ZANATTA&lt;br class='autobr' /&gt;
(Queen Mary University of London)&lt;br class='autobr' /&gt;
Da Flaubert a Mr. Qualcuno: il campo artistico&lt;br class='autobr' /&gt;
degli sceneggiatori televisivi italiani&lt;br class='autobr' /&gt;
MARCO SOLAROLI&lt;br class='autobr' /&gt;
(Universit&#224; di Bologna)&lt;br class='autobr' /&gt;
Tra etica ed estetica: intermediari culturali&lt;br class='autobr' /&gt;
e dinamiche di consacrazione nel campo&lt;br class='autobr' /&gt;
fotogiornalistico italiano&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;11.30-11:45 Pausa&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;11:45-12:45&lt;br class='autobr' /&gt;
MARIA ANTONIETTA TRASFORINI&lt;br class='autobr' /&gt;
(Universit&#224; di Ferrara)&lt;br class='autobr' /&gt;
Stare in campo &#232; stare al gioco? Genere e&lt;br class='autobr' /&gt;
campo dell'arte&lt;br class='autobr' /&gt;
ANNA DE BIASIO&lt;br class='autobr' /&gt;
(Universit&#224; degli Studi di Bergamo)&lt;br class='autobr' /&gt;
Note sul campo letterario statunitense&lt;br class='autobr' /&gt;
dell'Ottocento: il fattore del genere&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;12:45-13:00&lt;br class='autobr' /&gt;
Chiusura dei lavori&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Concept e organizzazione&lt;/strong&gt;&lt;br class='autobr' /&gt;
Anna De Biasio anna.de-biasio@unibg.it&lt;br class='autobr' /&gt;
Fabio Andreazza f.andreazza@unich.it&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;strong&gt;Come arrivare&lt;/strong&gt;&lt;br class='autobr' /&gt;
Dalla stazione dei treni di Bergamo prendere l'autobus ATB n. 1 con destinazione Citt&#224; Alta e scendere alla stazione della funicolare. Prendere la funicolare per la Citt&#224; Alta. Usciti dalla stazione della funicolare ci si trover&#224; in Piazza Mercato delle Scarpe, sulla quale si aprono quattro vie. La seconda via sulla sinistra, in salita, &#232; via Gaetano&lt;br class='autobr' /&gt;
Donizetti. La ex Casa dell'Arciprete si trova sulla sinistra a circa 100 metri di distanza.&lt;br class='autobr' /&gt;
Dall'aeroporto di Bergamo prendere l'autobus ATB n. 1 con destinazione Citt&#224; Alta, quindi seguire le stesse indicazioni fornite in precedenza.&lt;/p&gt;
&lt;h2 class=&#034;spip&#034;&gt;Per informazioni&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;Centro di Studi sui Linguaggi delle Identit&#224;&lt;br class='autobr' /&gt;
Universit&#224; degli Studi di Bergamo&lt;br class='autobr' /&gt;
Stanza 214&lt;br class='autobr' /&gt;
Piazza Rosate, 2&lt;br class='autobr' /&gt;
24129 Bergamo&lt;br class='autobr' /&gt;
Tel. +39 035 2052745&lt;br class='autobr' /&gt;
Fax +39 035 2052709&lt;br class='autobr' /&gt;
E-mail: zebra@unibg.it&lt;br class='autobr' /&gt;
URL: &lt;a href=&#034;http://www.unibg.it/zebra&#034; class=&#034;spip_url spip_out auto&#034; rel=&#034;nofollow external&#034;&gt;www.unibg.it/zebra&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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<item xml:lang="it">
		<title>Gli scrittori italiani tra campo letterario e campo cinematografico</title>
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		<dc:subject>Michele Sisto</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Sono opere d'arte, i videogames? Oggi pochi risponderebbero di s&#236;; i pi&#249; troverebbero inopportuno perfino chiederselo, e nel migliore dei casi avanzerebbero riserve e distinguo. &#200; probabile che un giorno leggeremo storie di questa ennesima arte nelle quali Pacman avr&#224; il posto che nei volumi di Gian Piero Brunetta ha &lt;i&gt;La sortie des ouvriers de l'usine Lumi&#232;re&lt;/i&gt;, ma oggi il suo status &#232; ancora incerto. Lo stesso accadeva al cinematografo all'inizio del XX secolo: a lungo, dopo il battesimo parigino del 1895, &#232; considerato un mezzo di intrattenimento, volgare e asservito all'industria, e il suo posto &#232; nelle fiere, accanto al benjaminiano &lt;i&gt;Kaiserpanorama, &lt;/i&gt; al baraccone del tiro al bersaglio e al casotto dell'indovina. Perch&#233; il cinema venga &#8220;identificato&#8221; come arte saranno necessari &#8211; parallelamente alla febbrile attivit&#224; interna al campo cinematografico in via di costituzione ad opera di registi, cineasti, produttori, riviste specializzate, associazioni di cinefili, festival e premi &#8211; almeno tre decenni di trasfusioni di capitale simbolico dall'esterno, da campi dotati di pi&#249; consolidata autonomia e legittimit&#224;, come quello teatrale, musicale o delle arti figurative, nonch&#233; dallo Stato e dalle sue istituzioni.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Michele-Sisto-31" rel="tag"&gt;Michele Sisto&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Sono opere d'arte, i videogames? Oggi pochi risponderebbero di s&#236;; i pi&#249; troverebbero inopportuno perfino chiederselo, e nel migliore dei casi avanzerebbero riserve e distinguo. &#200; probabile che un giorno leggeremo storie di questa ennesima arte nelle quali Pacman avr&#224; il posto che nei volumi di Gian Piero Brunetta ha &lt;i&gt;La sortie des ouvriers de l'usine Lumi&#232;re&lt;/i&gt;, ma oggi il suo status &#232; ancora incerto. Lo stesso accadeva al cinematografo all'inizio del XX secolo: a lungo, dopo il battesimo parigino del 1895, &#232; considerato un mezzo di intrattenimento, volgare e asservito all'industria, e il suo posto &#232; nelle fiere, accanto al benjaminiano &lt;i&gt;Kaiserpanorama, &lt;/i&gt; al baraccone del tiro al bersaglio e al casotto dell'indovina. Perch&#233; il cinema venga &#8220;identificato&#8221; come arte saranno necessari &#8211; parallelamente alla febbrile attivit&#224; interna al campo cinematografico in via di costituzione ad opera di registi, cineasti, produttori, riviste specializzate, associazioni di cinefili, festival e premi &#8211; almeno tre decenni di trasfusioni di capitale simbolico dall'esterno, da campi dotati di pi&#249; consolidata autonomia e legittimit&#224;, come quello teatrale, musicale o delle arti figurative, nonch&#233; dallo Stato e dalle sue istituzioni.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il volume di Fabio Andreazza ricostruisce il ruolo che in questo processo hanno avuto gli scrittori, un gruppo sociale che all'inizio del Novecento detiene una sorta di monopolio sul discorso estetico. Di qui la particolare rilevanza delle loro prese di posizione, che fin dall'inizio si collocano tra i due estremi del favore disinvoltamente manifestato dal &#171;taumaturgo&#187; D'Annunzio e dell'aperta ostilit&#224; di Croce, il quale si degner&#224; di dir bene del cinema soltanto nel 1948, a giochi ormai fatti. Fino a tutti gli anni Dieci, del resto, la sua diffidenza &#232; largamente maggioritaria: gli entusiasti del cinema sono pochi giovani esponenti di avanguardie letterarie interessate a rompere col passato &#8211; lo scalpitante Papini, i cerebristi Gina e Corra, Anton Giulio Bragaglia e soprattutto Marinetti e i futuristi &#8211;, mentre personaggi influenti e tra loro diversissimi come Verga, Pirandello, Prezzolini, Gobetti e Gramsci sono unanimemente guardinghi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le cose cambiano intorno al 1926, con l'affermarsi di una nuova generazione di letterati (che solo in parte coincide con una nuova generazione anagrafica) disponibile per formazione e per interessi specifici a investire nelle potenzialit&#224; artistiche del nuovo mezzo: i pi&#249; noti sono senz'altro Massimo Bontempelli (che ne scrive su &#171;900&#187;), Giacomo Debenedetti (su &#171;Solaria&#187;), Luigi Pirandello, del quale &#232; ricostruita la &#171;lenta conversione&#187; dalla contrariet&#224; espressa in &lt;i&gt;Si gira&#8230;&lt;/i&gt; all'entusiasmo per una possibile collaborazione con Murnau a un film tratto da &lt;i&gt;Sei personaggi in cerca d'autore&lt;/i&gt;, o Emilio Cecchi, la cui nomina a direttore artistico della Cines nel 1932 segna il punto d'arrivo dell'indagine.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In rapidi, densi paragrafi, in cui si fa un uso accorto e privo di gergalismi dello strumentario sociologico di Pierre Bourdieu, il volume ripercorre le successive tappe di questo mutamento di paradigma senza mai ridurre a formule schematiche quello &#232; che un complesso, e tutt'altro che teleologico, concorso di attori e di fattori. Vi trovano dunque spazio numerose figure di letterati che, proprio per aver investito sulle incerte potenzialit&#224; della nuova arte, non hanno seguito la carriera tipicamente letteraria (quella che garantisce un posto nei manuali di storia della letteratura), svolgendo tuttavia un fondamentale ruolo di mediazione. Ad esempio il fondatore della rivista &#171;Il Convegno&#187;, Enzo Ferrieri, che tra le molte novit&#224; importate dalla Francia e dalle altre capitali della cultura europea introduce in Italia il primo cineclub; o Guglielmo Alberti, il primo a riconoscere in Charles Chaplin un &#8220;autore&#8221; di statura pari a un letterato; o Antonello Gerbi, tra i pi&#249; abili a mobilitare l'allora dominante estetica crociana al fine di &#171;giustificare il cinema come arte&#187;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;La storia della legittimazione del cinema come arte si intreccia cos&#236; con quella dell'autonomizzazione del campo letterario, di cui il volume costituisce, seppure da una prospettiva laterale, una delle prime messe a fuoco. Con pochissime eccezioni infatti &#8211; tra cui il saggio di Anna Boschetti &lt;i&gt;La genesi delle poetiche e dei canoni. Esempi italiani (1945-1970)&lt;/i&gt; apparso in &#171;Allegoria&#187;, n. 55, 2007, a cui l'autore opportunamente rinvia &#8211; questo tipo di indagine da noi &#232; appena agli inizi, mentre in Francia e in Germania produce da almeno un decennio risultati tali da rendere pensabile una riscrittura della storia letteraria, finalmente svincolata dalle narrazioni nazionali e che ponga in primo piano le relazioni: tra scrittori, tra le arti, tra diversi paesi. Di quest'impresa, realizzabile solo a patto che una nuova generazione di studiosi vi investa risolutamente, &lt;i&gt;Identificazione di un'arte&lt;/i&gt; potrebbe essere ricordato come uno dei primi passi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da: &#034;L'Indice dei libri del mese&#034;, 27 (2010), n. 5.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
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