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		<title>Passeron su Bourdieu</title>
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		<dc:date>2017-05-05T08:03:39Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Sociologia</dc:subject>
		<dc:subject>Andrea Girometti</dc:subject>
		<dc:subject>Jean-Claude Passeron</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;In un libro di Jean-Claude Passeron la rottura con Pierre Bourdieu.&lt;/p&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/recensioni" rel="directory"&gt;Recensioni&lt;/a&gt;

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&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Andrea-Girometti" rel="tag"&gt;Andrea Girometti&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Jean-Claude-Passeron" rel="tag"&gt;Jean-Claude Passeron&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: il manifesto, 25 aprile 2017.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;A quindici anni dalla scomparsa di Pierre Bourdieu, esce la traduzione di un'importante testimonianza (datata 2003) di Jean-Claude Passeron &#8211; &lt;i&gt;Pierre Bourdieu. Morte di un amico. Scomparsa di un pensatore&lt;/i&gt; (Armando, 2016, pp. 112, euro 12) &#8211; che con il sociologo francese condivise, alternando entusiasmo e difficolt&#224;, pi&#249; di un decennio di ricerche e co-scrittura. La preziosa introduzione di Giovanna Gianturco e Rossella Viola consente di riflettere sul percorso comune e sulla successiva biforcazione/separazione che ha contraddistinto gli itinerari dei due sociologi. Quest'ultima, se non incrin&#242; l'amicizia e il dialogo sottotraccia, pi&#249; o meno conflittuale, rinvenibile nelle opere &#8211; i due autori eviteranno pressoch&#233; di citarsi pubblicamente nel corso dei successivi trent'anni &#8211;, fu principalmente incentrata sulla diversa risposta data, come scrive Passeron, alla &#171;questione epistemologica di ci&#242; che il &#8220;vero dire&#8221; pu&#242; &#8220;voler dire&#8221; nelle frasi del sociologo e, pi&#249; generalmente, nelle asserzioni di tutte le scienze sociali&#187;. A ben vedere si tratta di una questione ancora attualissima, che riflette la debole autonomia dei campi in cui si articolano le scienze sociali e in particolare il campo sociologico ancora influenzato da un empirismo che feticizza le tecniche, senza interrogarsi riflessivamente sulla teoria pi&#249; o meno spontanea che presiede alla sua pratica (e dunque subendo la pressione del discorso dominante, la seduzione del giornalismo e il mancato distacco dal &#8220;senso comune&#8221;). Paradossalmente, si tratta di uno dei principali avversari, insieme ad un metodologismo &#171;poco interessato al senso di ci&#242; che misura&#187;, contro cui gi&#224; muoveva un testo come &lt;i&gt;Il mestiere di sociologo&lt;/i&gt; (fuori catalogo da troppo tempo) pubblicato da Bourdieu e Passeron insieme a Jean-Claude Chamboredon nel 1968. Ed &#232; proprio lo scarto che si &#232; consumato rispetto a quell'impresa collettiva, in particolare nel percorso di Passeron, divenuto critico dell'ancoraggio troppo durkeimiano che vede impresso nell'opera, che permette di leggere pi&#249; attentamente le differenze tra i due sociologi. &lt;br class='autobr' /&gt;
Passeron, nei suoi ricordi dell'amico Bourdieu e del pensatore Pierre Bourdieu &#8211; i due giovani &#171;militanti della ricerca&#187; erano accomunati da &#171;affetti d'intelligenza scientifica&#187;, seppure partendo da una diversit&#224; di habitus &#8211;, non esita ad evidenziare la torsione in senso marcatamente weberiano del suo tragitto teorico, dovuto a una rilettura delle opere comuni nonch&#233; delle migliori opere di Bourdieu, intento a distinguere le scienze sociali come scienze storiche non misurabili con i parametri utilizzati dalle scienze naturali. Ne rivendica, ad un tempo, il carattere costitutivamente &#8220;plurale&#8221; &#8211; il pensare per casi come sottolineano Gianturco e Viola &#8211; segnato dalla temporalit&#224;, dalla necessit&#224; d'interrogarsi continuamente su fondamenti e dispostivi di veridicit&#224;, e l'inscindibile legame con l'orizzonte valoriale che in quanto tale ridimensiona la portata del sapere sociologico rispetto alle altre scienze e che, al suo interno, guarda con sospetto la formazione di un paradigma &#8220;forte&#8221;, apertamente in lotta per l'egemonia nel campo sociologico, o, meglio, per la sua trasformazione, come quello proposto da Bourdieu con la costruzione di una scienza generale dell'economia delle pratiche. Eppure, la schematica contrapposizione tra una postura weberiana come quella di cui s'intende portatore Passeron e una tout court durkeimiana come si vorrebbe troppo riduttivamente attribuire a Bourdieu, non vede la complessit&#224; di quest'ultima, la difficile posizione che rigetta ad un tempo scientismo e relativismo nichilista. Si sottovaluta, ci pare, la lezione epistemologica di matrice bachelardiana, che ha segnato il percorso iniziale dei due sociologi (ancora ampiamente richiamata e ampliata, all'inizio degli anni duemila, da Bourdieu nel corso &lt;i&gt;Science de la science et r&#233;flexivit&#233;&lt;/i&gt;), secondo la quale la conoscenza promossa da ogni scienza &#232; sempre approssimata &#8211; si veda ora anche il &lt;i&gt;Saggio sulla conoscenza approssimata&lt;/i&gt; (Mimesis 2016) di Bachelard, tradotto e curato da Enrico Caselli Gattinara &#8211;, nonch&#233; il carattere storico, e dunque soggetto a mutazioni e a vere e proprie rotture, che interessa le costruzioni teoriche pi&#249; rigorose senza per questo pregiudicarne il carattere oggettivo. &lt;br class='autobr' /&gt;
Vi &#232; un altro punto di sensibile frizione evidenziato da Passeron quando pone in risalto &#8211; giustamente &#8211; il difficile e irrisolto rapporto tra politica e sociologia. Il radicalismo politico dell'ultimo Bourdieu, agito in nome di una verit&#224; sociologica, in termini bourdieusiani di una realpolitik della ragione, non convince sociologicamente, prima ancora che politicamente, Passeron, i cui trascorsi politici sono, peraltro, pi&#249; marcatamente schierati a sinistra (dalla momentanea adesione al Pcf all'attenzione riservata al pensiero di Althusser e Foucault), ma scontano la cocente delusione dell'esperienza universitaria di Vincennes dove &#171;gli opposti sinistrismi [tentavano] di trasformare l'azione pedagogica in cinghia di trasmissione della rivoluzione sociale&#187; o di usare, sovente, la lotta politica per finalit&#224; carrieristiche. Ci&#242; che non convince Passeron &#232; l'idea che l'interesse che pu&#242; motivare un impegno politico non possa che essere subordinato all'interesse ad una conoscenza chiara dei meccanismi di dominio fornita dalla sociologia, e dunque dalla necessit&#224; di non cedere ad una qualche retorica della persuasione di carattere profetico-propagandistico. Si stabilisce, pertanto, un dialogo disturbato tra chi come Bourdieu vede nel riconoscimento/disvelamento del dominio incorporato dai dominati la prerogativa di un impegno non pi&#249; rinviabile e chi come Passeron vede, tra l'altro, nella teoria &#8220;rigida&#8221; del dominio elaborata dall'amico l'assenza di un elemento di entusiasmo politico (come era rinvenibile negli scritti pi&#249; politici di Marx ed Engels) capace di coinvolgere i subalterni. Niente di pi&#249; tragicamente attuale.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="https://ilmanifesto.it/la-realpolitik-emotiva-di-un-lungo-addio/" class="spip_out"&gt;https://ilmanifesto.it/la-realpolit...&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
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