<?xml 
version="1.0" encoding="utf-8"?><?xml-stylesheet title="XSL formatting" type="text/xsl" href="https://www.ragionipratiche.it/spip.php?page=backend.xslt" ?>
<rss version="2.0" 
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
>

<channel xml:lang="it">
	<title>Ragioni Pratiche</title>
	<link>https://www.ragionipratiche.it/</link>
	<description></description>
	<language>it</language>
	<generator>SPIP - www.spip.net</generator>
	<atom:link href="https://www.ragionipratiche.it/spip.php?id_rubrique=1&amp;page=backend" rel="self" type="application/rss+xml" />




<item xml:lang="it">
		<title>il concetto di autonomia</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/il-concetto-di-autonomia</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/il-concetto-di-autonomia</guid>
		<dc:date>2019-07-06T12:54:41Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>



		<description>&lt;p&gt;L'ultimo numero della rivista &#034;Biens symboliques / Symbolic Goods&#034; &#232; dedicato al concetto di autonomia nella sociologia della cultura, delle arti e delle idee.&lt;/p&gt;

-
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;


		</description>


 <content:encoded>&lt;div class="hyperlien"&gt;Vedi on line : &lt;a href="https://www.biens-symboliques.net" class="spip_out"&gt;Biens Symboliques / Symbolic Goods&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Una questione di autonomia? </title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Una-questione-di-autonomia</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/Una-questione-di-autonomia</guid>
		<dc:date>2015-09-28T16:10:57Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Gabriella Paolucci</dc:subject>
		<dc:subject>Sociologia politica</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Sebbene negli ultimi anni l'interesse verso Bourdieu sia cresciuto e si sia arricchito, la ricezione italiana di questo straordinario intellettuale &#232; ancora segnata da molte lacune. Aspetti importanti dell'opera bourdieusiana sono rimasti pressoch&#233; inesplorati, quasi non fossero parte integrante di quello stesso corpus che per altri versi viene indagato e usato. Un esempio: il modo in cui (non) &#232; stato recepito il contributo di Bourdieu alla comprensione &#8211; e allo smascheramento &#8211; delle forme di dominio simbolico che si annidano nelle istituzioni della politica e dello Stato. Ne &#232; testimonianza la scarsa presenza di studi sul campo della politica e dello Stato che discutano il modello teorico bourdieusiano, ne usino l'apparato concettuale e adottino il suo sguardo dissacrante.&lt;/p&gt;

-
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

/ 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo" rel="tag"&gt;Campo&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Gabriella-Paolucci" rel="tag"&gt;Gabriella Paolucci&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Sociologia-politica" rel="tag"&gt;Sociologia politica&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: Rassegna Italiana di Sociologia, n. 1, gennaio-marzo 2014, pp. 19-25.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;&lt;i&gt;Sebbene&lt;/i&gt; negli ultimi anni l'interesse verso Bourdieu sia cresciuto e si sia arricchito, la ricezione italiana di questo straordinario intellettuale &#232; ancora segnata da molte lacune. Aspetti importanti dell'opera bourdieusiana sono rimasti pressoch&#233; inesplorati, quasi non fossero parte integrante di quello stesso &lt;i&gt;corpus&lt;/i&gt; che per altri versi viene indagato e usato. Un esempio: il modo in cui (non) &#232; stato recepito il contributo di Bourdieu alla comprensione &#8211; e allo smascheramento &#8211; delle forme di dominio simbolico che si annidano nelle istituzioni della politica e dello Stato. Ne &#232; testimonianza la scarsa presenza di studi sul campo della politica e dello Stato che discutano il modello teorico bourdieusiano, ne usino l'apparato concettuale e adottino il suo sguardo dissacrante. La stessa tiepida accoglienza riservata ad alcune importanti traduzioni &#232; segno di un marcato disinteresse verso questo lato della sociologia bourdieusiana. Penso allo scarso successo dell'edizione italiana (parziale) dei corsi tenuti al Coll&#232;ge de France sullo Stato (Bourdieu, 2012). Eppure questo volume riveste un grande rilievo, sia per il profilo sostantivo che per il posto che occupa nel percorso complessivo del suo autore. Con le sue oltre seicento pagine dedicate alla genesi e alla struttura dello Stato &#8211; &#8220;quel settore del campo del potere che si definisce per il possesso del monopolio della violenza fisica e simbolica legittima&#8221; &#8211; &lt;i&gt;Sur l'&#201;tat&lt;/i&gt; &#232; una delle espressioni pi&#249; sistematiche del lavoro compiuto da Bourdieu sul potere e la politica. Un lavoro che inizia a prendere corpo gi&#224; negli anni 70, con la messa in discussione della nozione di &#8220;opinione pubblica&#8221; (Bourdieu, 1971), e la minuziosa decostruzione dell'ideologia dominante (Bourdieu e Boltanski, 1976) e l'analisi delle condizioni sociali della competenza politica (Bourdieu, 1977). L'interesse di Bourdieu per questi argomenti si precisa e si affina poi negli anni 80 e 90, con l'elaborazione di una pi&#249; sistematica definizione del campo politico (Bourdieu, 1981a), al quale sono dedicati i successivi saggi sulle condizioni di possibilit&#224; dell'efficacia dell'agire politico (Bourdieu, 1981b, 1984a) e sulla relazione che sussiste tra i campi che &#171;hanno in comune la pretesa di imporre una visione legittima del mondo sociale (cfr. Bourdieu 1996, trad. it. pp. 74-5). Questi sono anche gli anni in cui Bourdieu inizia a muovere i primi passi verso la costruzione di quella genealogia dello Stato moderno che gli permetter&#224; di definirlo come uno dei centri d'imputazione fondamentali della violenza simbolica (Bourdieu, 1993a). Non possiamo dimenticare, in questo veloce e schematico excursus, &lt;i&gt;La noblesse d'&#201;tat&lt;/i&gt; (Bourdieu, 1989), il volume (ancora non tradotto in italiano) che contiene una delle analisi pi&#249; dense e raffinate sull'esercizio della violenza simbolica da parte dello Stato. Gi&#224; da questi brevi accenni emerge la portata dirompente dello sguardo bourdieusiano. Sar&#224; forse per queste sue caratteristiche che, come nota Wacquant (2005: 7), l'interpretazione di Bourdieu come sociologo (e filosofo) della politica &#232; tra le meno diffuse? Sta di fatto che le scienze sociali italiane sembrano distinguersi nel panorama internazionale per la scarsit&#224; di studi che discutano questa dimensione del progetto scientifico bourdieusiano e che sperimentino le potenzialit&#224; euristiche di un apparato concettuale in grado di avviare importanti direzioni di ricerca per lo smascheramento dei sempre nuovi dispositivi di dominio simbolico che lo Stato e la politica mettono in atto. Certo, non possiamo passare sotto silenzio il prezioso lavoro di traduzione che in anni recenti ha reso disponibili al pubblico italiano alcuni dei testi bourdieusiani pi&#249; importanti su questi temi (oltre al gi&#224; citato &lt;i&gt;Sullo Stato&lt;/i&gt;, cfr. tra gli altri: Bourdieu, 1984d, 1996, 1997, 2000, 2001; Wacquant, 2005). Ma se andiamo a guardare la pubblicistica italiana, non &#232; difficile accorgersi della scarsit&#224; dei lavori che si appropriano dei concetti e dei modelli bourdieusiani, tanto da rendere assai difficile parlare di una direzione di ricerca con una sua identit&#224; e sue dinamiche interne. L'impressione che si ricava &#232; semmai quella di un piccolo insieme eterogeneo di studi che non dialogano fra di loro se non indirettamente, per il tramite del testo bourdieusiano. C'&#232; da dire che in questa sorta di nicchia, temi e modalit&#224; di appropriazione del modello bourdieusiano sono di interesse. Nel campo sociologico, insieme alle introduzioni ad alcune traduzioni dei testi di sociologia della politica e dello Stato (ad esempio Cerulo, 2010), vanno annoverati interventi che si appropriano della prospettiva bourdieusiana con una certa originalit&#224;. Limitiamoci agli anni Duemila, che sono del resto gli anni pi&#249; prolifici. In questo periodo sono stati pubblicati lavori sul campo della politica come &#8220;mondo a parte&#8221; (Balbo, 2001); analisi sul potere simbolico esercitato da una certa leadership politica in una citt&#224; dell'Italia meridionale (Savonardo 2003); studi sulle logiche istituzionali e simboliche del potere della mafia italiana, messe a confronto con la dimensione del potere statuale (raccolti in Santoro, 2007); indagini sul binomio governo/governance (Borghini, 2011); e, ancora, studi sulle produzioni discorsive delle istituzioni statuali finalizzate alla legittimazione delle politiche locali di privatizzazione (Cataldi e Gargiulo, 2011; Colombo e Gargiulo 2012). Vanno inoltre segnalati i saggi di Lombardo sul campo politico (Lombardo 2006 a; 2006b), il contributo di De Giorgio sulla rappresentazione della violenza simbolica nell'immaginario dei movimenti sociali (De Giorgio, 2013), oltre allo studio di Scott su Bourdieu e lo Stato, pubblicato dalla rivista &lt;i&gt;InTrasformazione&lt;/i&gt; (Scott, 2013). In campo giuridico &#232; d'interesse il contributo di Verdolini su &lt;i&gt;Studi sulla questione criminale&lt;/i&gt; (Verdolini, 2006), in cui l'autrice, sulla scorta dei modelli di Foucault, Bourdieu e Agamben, coglie nella relazione tra corpo, simboli e violenza il terreno sul quale agisce la violenza simbolica dello Stato e del terrorismo politico (Verdolini, 2006). In ambito filosofico troviamo il volume di Piazzesi su abitudine e potere in Bourdieu e Pascal (Piazzesi, 2003) e, pi&#249; recentemente, l'intervento di Denunzio sulla lettura bourdieusiana della prima &#8220;Tesi su Feuerbach&#8221; (Denunzio, 2013). L'autore propone un'interpretazione della prassiologia di Bourdieu alla luce della ricomposizione che opera tra fenomenologia e strutturalismo. Un tema che &#232; evidentemente legato alla filosofia della politica di Bourdieu. Di dominio simbolico esercitato dallo Stato si occupa anche Ricciardi nel saggio &#8220;Stato e dominio simbolico&#8221;, pubblicato nella rivista &lt;i&gt;Amministrare&lt;/i&gt; (Ricciardi, 2008).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		
		<enclosure url="https://www.ragionipratiche.it/IMG/pdf/paolucci_una_questione_di_autonomia.pdf" length="222542" type="application/pdf" />
		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Il senso del giudizio. Bourdieu, Foucault e la genealogia del diritto</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Il-senso-del-giudizio-Bourdieu-Foucault-e-la-genealogia-del-diritto</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/Il-senso-del-giudizio-Bourdieu-Foucault-e-la-genealogia-del-diritto</guid>
		<dc:date>2015-07-31T08:42:43Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Cecilia Benaglia</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Campo giuridico</dc:subject>
		<dc:subject>Eleonora de Conciliis</dc:subject>
		<dc:subject>Michel Foucault</dc:subject>

		<description>
&lt;p&gt;Soltanto in alcuni brevi ma densi saggi, scritti nella seconda met&#224; degli anni Ottanta e tuttora inediti in Italia, Pierre Bourdieu ha compiuto un'incursione diretta nel mondo del diritto; tuttavia non &#232; esagerato affermare che le analisi dell'habitus del giudice, del campo giuridico e del giudizio come enunciato magico-performativo, appaiono disseminate in tutta la sua opera. Qui si cercher&#224; di illustrare la portata teorica e genealogica di tale disseminazione, tenendosi volutamente (&#8230;)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

/ 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo-giuridico" rel="tag"&gt;Campo giuridico&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Eleonora-de-Conciliis" rel="tag"&gt;Eleonora de Conciliis&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Michel-Foucault" rel="tag"&gt;Michel Foucault&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Soltanto in alcuni brevi ma densi saggi, scritti nella seconda met&#224; degli anni Ottanta e tuttora inediti in Italia, Pierre Bourdieu ha compiuto un'incursione diretta nel mondo del diritto; tuttavia non &#232; esagerato affermare che le analisi dell'habitus del giudice, del campo giuridico e del giudizio come enunciato magico-performativo, appaiono disseminate in tutta la sua opera. Qui si cercher&#224; di illustrare la portata teorica e genealogica di tale disseminazione, tenendosi volutamente distanti sia dagli specialismi della sociologia e della filosofia del diritto, sia dal lavoro pi&#249; conosciuto e commentato di Bourdieu, &lt;i&gt;La distinzione&lt;/i&gt;. Esaminando invece i numerosi e significativi rimandi a Foucault &#8211; un pensatore che egli ha ambiguamente &#8216;giudicato' &#8211;, sar&#224; possibile interrogare, da un lato, il problematico legame tra l'universalit&#224; del giudizio e il carattere politico-emancipatorio della conoscenza; dall'altro, sulla scorta del percorso genealogico compiuto e attraverso espliciti rinvii all'attualit&#224;, cercheremo di formulare alcune ipotesi su quella che si pu&#242; indicare, senza mezzi termini, come la crisi del capitale simbolico-culturale della magistratura. [...]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&#034;http://www.kainos.it/numero9/ricerche/deconciliis-sulgiudizio.html&#034; class=&#034;spip_out&#034; rel=&#034;external&#034;&gt;&gt;&gt; Leggi l'articolo completo su Kairos - Rivista on line di Critica Filosofica&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>I giuristi, custodi dell'ipocrisia collettiva</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/I-giuristi-custodi-dell-ipocrisia-collettiva</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/I-giuristi-custodi-dell-ipocrisia-collettiva</guid>
		<dc:date>2015-07-31T08:34:13Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Cecilia Benaglia</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Campo giuridico</dc:subject>

		<description>
&lt;p&gt;Una delle calamit&#224; della scienza sociale &#232; costituita da tutte quelle manifestazioni del pensiero dualista che si traducono in coppie di concetti antagonisti: interno / esterno, puro / impuro, normativo / positivo, assiologico / sociologico, comprensivo / esplicativo, Kelsen / Marx e ogni sorta di opposizione dello stesso tipo. Per esprimere subito le mie intenzioni, dir&#242; che il mio lavoro, senza che si sia proposto di farlo, mi sembra abbia come effetto proprio il superamento di queste (&#8230;)&lt;/p&gt;


-
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

/ 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu-48" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo-giuridico" rel="tag"&gt;Campo giuridico&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Una delle calamit&#224; della scienza sociale &#232; costituita da tutte quelle manifestazioni del pensiero dualista che si traducono in coppie di concetti antagonisti: interno / esterno, puro / impuro, normativo / positivo, assiologico / sociologico, comprensivo / esplicativo, Kelsen / Marx e ogni sorta di opposizione dello stesso tipo. Per esprimere subito le mie intenzioni, dir&#242; che il mio lavoro, senza che si sia proposto di farlo, mi sembra abbia come effetto proprio il superamento di queste opposizioni. Si prenda l'opposizione tra Kelsen e Marx, che grossomodo ricopre l'opposizione tra interno ed esterno; ebbene, &#232; importante sapere che la si ritrova dappertutto, sotto forme simili e con delle basi sociali simili, nel dominio della sociologia dell'arte, nel dominio della sociologia della scienza, nel dominio della sociologia della filosofia, nel dominio della sociologia della letteratura, etc. Ci&#242; permette in effetti di trasferire le esperienze da uno spazio all'altro. [...]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;(traduzione di Gianvito Brindisi)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&lt;a href=&#034;http://www.kainos.it/numero9/disvelamenti/giuristicustodi.html&#034; class=&#034;spip_out&#034; rel=&#034;external&#034;&gt;&gt;&gt; Leggi l'articolo completo su Kairos - Rivista on line di critica filosofica&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Lavoro flessibile e capitale simbolico</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Lavoro-flessibile-e-capitale-simbolico</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/Lavoro-flessibile-e-capitale-simbolico</guid>
		<dc:date>2015-07-24T07:10:22Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Federico Chicchi</dc:subject>
		<dc:subject>Capitale simbolico</dc:subject>
		<dc:subject>Lavoro</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;La nascita dell'era moderna &#232; coincisa con l'affermarsi della centralit&#224; sociale ed antropologica del lavoro. Questa forma &#8220;speciale&#8221; della pi&#249; ge-nerale attivit&#224; umana ha, infatti, progressivamente acquisito nella defini-zione delle singole esperienze personali, un ruolo sempre pi&#249; rilevante. Da un punto di vista economico, con lo sviluppo della societ&#224; capitalistica, &#232; la crescente razionalizzazione dei processi di produzione e il diffondersi del modello industriale di produzione che caratterizzano le forme sociali del lavoro, forme ambivalenti che permettono da un lato di aumentare pro-gressivamente ed enormemente la capacit&#224; di produzione della ricchezza ma dall'altro generano nuove e rilevanti questioni sociali, come la paupe-rizzazione crescente delle classi subalterne al capitale e l'intensificarsi del-le forme d'alienazione del lavoro.&lt;/p&gt;

-
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

/ 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Federico-Chicchi" rel="tag"&gt;Federico Chicchi&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Capitale-simbolico" rel="tag"&gt;Capitale simbolico&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Lavoro" rel="tag"&gt;Lavoro&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;da: Federico Chicchi, Lavoro e capitale simbolico. Una ricerca empirica sul lavoro operaio nella societ&#224; post-fordista, Milano, Franco Angeli, 2003, pp. 46-71.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;h2 class=&#034;spip&#034;&gt;il lavoro come legame tra individuo e societ&#224;&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La nascita dell'era moderna &#232; coincisa con l'affermarsi della centralit&#224; sociale ed antropologica del lavoro. Questa forma &#8220;speciale&#8221; della pi&#249; generale &lt;i&gt;attivit&#224;&lt;/i&gt; umana ha, infatti, progressivamente acquisito nella definizione delle singole esperienze personali, un ruolo sempre pi&#249; rilevante. Da un punto di vista economico, con lo sviluppo della societ&#224; capitalistica, &#232; la crescente razionalizzazione dei processi di produzione e il diffondersi del modello industriale di produzione che caratterizzano le forme sociali del lavoro, forme ambivalenti che permettono da un lato di aumentare progressivamente ed enormemente la capacit&#224; di produzione della ricchezza ma dall'altro generano nuove e rilevanti questioni sociali, come la pauperizzazione crescente delle classi subalterne al capitale e l'intensificarsi delle forme d'alienazione del lavoro. &lt;br class='autobr' /&gt;
Sarebbe, per&#242;, sociologicamente inaccettabile interpretare la storia e la natura del lavoro (modernamente inteso) unicamente dal punto di vista della sua capacit&#224; di creare e moltiplicare la ricchezza sociale disponibile. Il lavoro, infatti, non &#232; riducibile alla sua funzione &lt;i&gt;trasformativa&lt;/i&gt; e &lt;i&gt;valorizzante&lt;/i&gt;, ma rappresenta anche quell'attivit&#224; umana che mette in relazione gli individui per organizzare la necessaria riproduzione materiale della vita sociale e per questo uno spazio centrale di fondazione delle appartenenze e delle gerarchie sociali. Il lavoro, in quanto attivit&#224; di cooperazione tra diversi individui, svolge, infatti, anche la funzione di collegare l'attivit&#224; finalizzata dei singoli a quella dei gruppi e delle comunit&#224; che li comprendono; il lavoro evocando appartenenze sociali intermedie tra l'individuo e lo Stato, tra la sfera privata dell'azione e quella pubblica (Cella, 1997) contribuisce a fondare e modellare i legami tra i diversi attori sociali e tra questi e le istituzioni che sono preposte a governarne i rapporti. Il lavoro permette dunque, di unire, senza assoggettarla, l'esperienza individuale alla pi&#249; ampia dimensione sociale, attribuendo a chi lo esercita riconoscimento e senso d'utilit&#224; sociale. Per dirla con le parole di Yves Barel (1990) il lavoro ha assunto nella societ&#224; industriale il ruolo di &lt;i&gt;grand int&#233;grateur&lt;/i&gt; dei rapporti sociali. &lt;br class='autobr' /&gt;
L'importanza del lavoro s'inscrive quindi indelebilmente nel corpo della modernit&#224; anche perch&#233; in quest'epoca attraverso di esso, si afferma il principio sociale del &lt;i&gt;poter essere altrimenti&lt;/i&gt;. Il senso ultimo della rivoluzione moderna risiede, infatti, nel rifiuto della &#8220;fissit&#224;&#8221; della posizione naturale e sociale intesa come realt&#224; inviolabile ed intoccabile e nella conseguente e necessaria ricerca dell'&lt;i&gt;autonomia&lt;/i&gt; come tensione dialettica tra coscienza privata e sfera pubblica dell'esistenza. Il lavoro &#232; in questo senso, anche uno &#8220;spazio politico&#8221; in cui tale tensione acquista senso e diventa progettabile dal basso. Il sociale nel moderno, allora, assume il &#8220;fare&#8221; e il &#8220;progetto del fare&#8221; per essere altrimenti, come sua attivit&#224; poietica fondante, attivit&#224; che definisce i confini del reale come determinazione dinamica di ci&#242; che &#232; possibile o impossibile. In altre parole con la modernit&#224;, il lavoro, la sua intrinseca potenzialit&#224; trasformativa, diventa l'attivit&#224; che condiziona gli ordini strutturali e simbolici del reale ora &#8220;disincantato&#8221; .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;&#200; all'interno e per mezzo dell'intreccio del possibile e dell'impossibile che la societ&#224; e ogni societ&#224; costituisce il &#8220;reale&#8221; e il suo &#8220;reale&#8221;. La realt&#224; non &#232; soltanto, come si ripete dopo Diltey, &#8220;quel che resiste&#8221;; essa &#232; altrettanto, e indissociabilmente, quel che pu&#242; essere trasformato, quel che permette il fare (e il &lt;i&gt;teuchein&lt;/i&gt;) come far essere l'altro da quel che &#232; o far essere altrimenti ci&#242; che &#232; cos&#236;. La realt&#224; &#232; ci&#242; al cui interno vi &#232; il fattibile e il non fattibile (Castoriadis, 1995, p. 129).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Se il lavoro, e le sue tecniche operative sono, nella modernit&#224;, il mezzo sociale del &lt;i&gt;fare&lt;/i&gt; e del &lt;i&gt;trasformare&lt;/i&gt;, diviene immediatamente evidente la sostanziale rilevanza politica dell'ambito sociale che esso racchiude. Le modalit&#224; e la qualit&#224; della partecipazione di una persona all'attivit&#224; lavorativa determinano, infatti, la possibilit&#224; o meno, per quest'ultima, di accedere alle risorse materiali e simboliche utili alla sua validazione sociale: il lavoro d&#224; facolt&#224; di entrare nel &lt;i&gt;circolo del riconoscimento sociale&lt;/i&gt; dove l'attivit&#224; individuale, attraverso la contribuzione alla produzione del benessere collettivo, diviene attivit&#224; pubblicamente riconosciuta come &#8220;utile&#8221;. Il lavoro rappresenta, dunque, il principale canale di fondazione del &lt;i&gt;senso&lt;/i&gt; e del &lt;i&gt;valore&lt;/i&gt; della propria esistenza sociale e, per questo, uno dei principali catalizzatori individuali e collettivi di capitale simbolico (Cfr. Chicchi, 2002). Le modalit&#224; e il grado di riconoscimento ottenibile attraverso tale contribuzione non sono per&#242; automatici e monolitici, essi sono regolati e definiti nelle loro forme simboliche dai rapporti di potere che esistono tra i diversi attori che cooperano e/o confliggono all'interno del mondo produttivo, e quindi dalla loro possibilit&#224; di accedere (o meno) alla definizione degli stessi criteri attraverso cui il &lt;i&gt;riconoscimento&lt;/i&gt; viene &#8220;distribuito&#8221; ed &#8220;attivato&#8221;. Nel proseguo dell'analisi cercheremo allora di comprendere come alla luce delle recenti trasformazioni produttive in senso post-fordista il lavoro si &#8220;riposizioni&#8221; all'interno della societ&#224; contemporanea.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		
		<enclosure url="https://www.ragionipratiche.it/IMG/pdf/lcs2_chicchi.pdf" length="269045" type="application/pdf" />
		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Il critico cinematografico</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Il-critico-cinematografico</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/Il-critico-cinematografico</guid>
		<dc:date>2015-03-10T15:12:32Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Fabio Andreazza</dc:creator>


		<dc:subject>Campo</dc:subject>
		<dc:subject>Fabio Andreazza</dc:subject>
		<dc:subject>Cinema</dc:subject>
		<dc:subject>Fabio Andreazza</dc:subject>
		<dc:subject>Campo cinematografico</dc:subject>
		<dc:subject>Legittimazione</dc:subject>
		<dc:subject>Intermediari culturali</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;La nozione di &#8220;intermediario culturale&#8221; &#232; stata introdotta da Pierre Bourdieu nella &lt;i&gt;Distinzione&lt;/i&gt;. Studiando la societ&#224; francese degli anni sessanta, egli aveva individuato un campo professionale in ascesa il cui compito consisteva nella divulgazione della cultura legittima. Una missione disperata, mancando ai suoi componenti l'&#171;autorit&#224; statutaria&#187; per portarla a compimento (Bourdieu 1979b, 333). Questi volenterosi erano, fondamentalmente, i critici e i giornalisti attivi nei mezzi di comunicazione di massa: stampa, radio e televisione. Bourdieu li definiva &#8220;nuovi&#8221; intermediari culturali per distinguerli dai tradizionali specialisti che svolgevano questo ruolo nelle sedi legittime (scuola e universit&#224;), e li collegava alla piccola borghesia, reverente verso la cultura legittima ma incapace di padroneggiarla con la disinvoltura propria delle classi sociali dotate dell'habitus adeguato.&lt;/p&gt;

-
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

/ 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo" rel="tag"&gt;Campo&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Fabio-Andreazza-5" rel="tag"&gt;Fabio Andreazza&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Cinema" rel="tag"&gt;Cinema&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Fabio-Andreazza-65" rel="tag"&gt;Fabio Andreazza&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo-cinematografico" rel="tag"&gt;Campo cinematografico&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Legittimazione" rel="tag"&gt;Legittimazione&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Intermediari-culturali" rel="tag"&gt;Intermediari culturali&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;&#171;Studi culturali&#187;, n. 3, dicembre 2014&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div class='spip_document_14 spip_document spip_documents spip_document_image spip_documents_left spip_document_left'&gt;
&lt;figure class=&#034;spip_doc_inner&#034;&gt; &lt;img src='https://www.ragionipratiche.it/local/cache-vignettes/L150xH215/1824-369x-6e176.gif?1435018062' width='150' height='215' alt='' /&gt;
&lt;/figure&gt;
&lt;/div&gt;&lt;h2 class=&#034;spip&#034;&gt;1. Siamo tutti intermediari culturali?&lt;/h2&gt;
&lt;p&gt;La nozione di &#8220;intermediario culturale&#8221; &#232; stata introdotta da Pierre Bourdieu nella &lt;i&gt;Distinzione&lt;/i&gt;. Studiando la societ&#224; francese degli anni sessanta, egli aveva individuato un campo professionale in ascesa il cui compito consisteva nella divulgazione della cultura legittima. Una missione disperata, mancando ai suoi componenti l'&#171;autorit&#224; statutaria&#187; per portarla a compimento (Bourdieu 1979b, 333). Questi volenterosi erano, fondamentalmente, i critici e i giornalisti attivi nei mezzi di comunicazione di massa: stampa, radio e televisione. Bourdieu li definiva &#8220;nuovi&#8221; intermediari culturali per distinguerli dai tradizionali specialisti che svolgevano questo ruolo nelle sedi legittime (scuola e universit&#224;), e li collegava alla piccola borghesia, reverente verso la cultura legittima ma incapace di padroneggiarla con la disinvoltura propria delle classi sociali dotate dell'habitus adeguato.&lt;br class='autobr' /&gt;
Se si d&#224; uno sguardo alla letteratura sulla nozione coniata da Bourdieu si vede come essa non sia stata associata specificamente ai divulgatori della cultura legittima, bens&#236; a un pi&#249; vasto ambito professionale in cui nel periodo in esame la piccola borghesia in espansione aveva trovato impiego. Bourdieu ne parla, senza riferirsi all'intermediazione culturale, nello stesso capitolo: la nuova piccola borghesia &#171;si realizza nelle professioni di presentazione e di rappresentanza (rappresentanti di commercio e pubblicitari, specialisti di pubbliche relazioni, di moda, di arredamento, ecc.) ed in tutte le istituzioni destinate alla vendita di beni e servizi simbolici: si tratti delle professioni di assistente medico-sociale [&#8230;] o di produzione e animazione culturali [&#8230;], che hanno subito una forte crescita nel corso degli ultimi anni&#187; (ivi, 366).&lt;br class='autobr' /&gt;
Essendo cos&#236; generale la definizione, si ha l'impressione che per i sociologi che hanno lavorato con questo concetto il principale merito di Bourdieu sia stato quello di aver posto all'attenzione lo spazio fra la produzione e il consumo, di aver dato un nome a una zona che negli ultimi decenni si &#232; stipata di figure professionali. L'eroe degli studi (principalmente inglesi) che hanno scandagliato questo tema &#232; il pubblicitario (si veda McFall 2002, 536). Non &#232; sorprendente. Che si interpretino gli ultimi decenni come una fase storica del capitalismo in cui la mercificazione ha invaso la produzione culturale e, attraverso di essa, l'inconscio (Jameson 1991, che si pone nel solco della Scuola di Francoforte) o come un'epoca in cui si &#232; verificata un'intensificazione dell'uso delle competenze estetiche per obiettivi commerciali (Lash e Urry, 1987 e 1994), &#232; evidente che i rapporti fra cultura ed economia sono diventati sempre pi&#249; stretti (si veda MacFall 2002, 535-536). &lt;br class='autobr' /&gt;
Dal &lt;i&gt;fashion designer&lt;/i&gt; (Skov 2002) al &lt;i&gt;branding consultant&lt;/i&gt; (Moor 2008), al &lt;i&gt;manga scanlator&lt;/i&gt; (Lee 2012), ecc.: nel corso degli anni la costellazione degli intermediari culturali si &#232; allargata al punto da indurre Jennifer Smith Maguire e Julian Matthews a chiedersi provocatoriamente: &#171;siamo tutti intermediari culturali?&#187; (Smith Maguire e Matthews 2012, 552). La risposta che offrono &#232; negativa: gli intermediari culturali &#171;si distinguono per le loro esplicite rivendicazioni di competenza professionale per quanto riguarda gusto e valore all'interno di specifici campi culturali&#187; (Smith Maguire e Matthews, 2012, 552). &#200; la competenza specifica, quindi, a fare la differenza. Ma l'intermediazione &#232; utile allo stesso modo in tutti i campi?&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		
		<enclosure url="https://www.ragionipratiche.it/IMG/pdf/andreazza_genesi_critico.pdf" length="170034" type="application/pdf" />
		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Scienza e libido nel campo accademico</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Scienza-e-libido-nel-campo-accademico</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/Scienza-e-libido-nel-campo-accademico</guid>
		<dc:date>2014-03-23T18:39:45Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Mirella Giannini</dc:subject>
		<dc:subject>campo accademico</dc:subject>
		<dc:subject>Dominio maschile</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;&#034;Quando Bourdieu descrive il campo universitario come omologo al campo del potere, con l'evidente opposizione tra la parte dominante e la parte dominata, e quando, con il metodo della prosopografia, con indici che rappresentano pi&#249; o meno direttamente il capitale economico e culturale, classifica i docenti e la loro distribuzione nelle gerarchie disciplinari, si nota subito come, nelle statistiche, la presenza delle donne riporti percentuali bassissime, talvolta nulle, rispetto a quelle degli uomini (Bourdieu 1984/2013, p. 96)&#034;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Pubblichiamo l'anteprima di un saggio di Mirella Giannini in uscita nel volume &lt;i&gt;Pierre Bourdieu, Il mondo dell'uomo, i campi del sapere&lt;/i&gt;, curato da Emanuela Susca per Orthotes Editrice.&lt;/p&gt;

-
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

/ 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Mirella-Giannini" rel="tag"&gt;Mirella Giannini&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/campo-accademico" rel="tag"&gt;campo accademico&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Dominio-maschile" rel="tag"&gt;Dominio maschile&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_chapo'&gt;&lt;p&gt;Pubblichiamo l'anteprima di un saggio di Mirella Giannini in uscita nel volume &lt;i&gt;Pierre Bourdieu, Il mondo dell'uomo, i campi del sapere&lt;/i&gt;, curato da Emanuela Susca per Orthotes Editrice. Qui il par. 3: &lt;i&gt;La libido maschile e l'ombra della femina academica&lt;/i&gt;. Per leggere la versione completa di note occorre scaricare il pdf in fondo al post.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Quando Bourdieu descrive il campo universitario come omologo al campo del potere, con l'evidente opposizione tra la parte dominante e la parte dominata, e quando, con il metodo della prosopografia, con indici che rappresentano pi&#249; o meno direttamente il capitale economico e culturale, classifica i docenti e la loro distribuzione nelle gerarchie disciplinari, si nota subito come, nelle statistiche, la presenza delle donne riporti percentuali bassissime, talvolta nulle, rispetto a quelle degli uomini (Bourdieu 1984/2013, p. 96). Ancora, quando mostra come i docenti agiscano per conservare e accumulare il capitale sociale e simbolico, per esempio partecipando a commissioni, comitati, anche esterni all'universit&#224;, riproducendo cos&#236; le gerarchie universitarie, le donne non appaiono certamente nelle alte sfere. Rispetto a queste statistiche, dove &#232; chiaro che il genere maschile non solo &#232; numericamente preponderante ma anche &#232; esclusivo nei posti del potere accademico, Bourdieu rimane tiepido.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Inoltre, quando descrive le dinamiche della cooptazione che sanzionano il reclutamento come diritto di ingresso nella corporazione degli accademici, Bourdieu fa chiaramente vedere come gli &#8220;uomini&#8221; siano concepiti come persone nella loro totalit&#224;, come habitus, quelle &#8220;disposizioni durevoli, costitutive di un ethos, di un hexis corporale, di un modo di esprimersi e di pensare&#8221; (ivi, p. 112). Ebbene qui non ritroviamo nessun cenno all'habitus di genere, nessun cenno al principio di omofilia maschile che regola la riproduzione dei gruppi dominanti e le relazioni tra maestro e allievo, pur nelle belle pagine in cui si mette in luce l'accademica &#8220;arte&#8221; di far attendere e di mantenere l'allievo nella relazione di dipendenza &#8220;fondata sull'attesa&#8221;, di suscitare &#8220;una sottomissione mimetica al maestro&#8221; (ivi, p. 152). Nella sua analisi dell'universit&#224;, Bourdieu non si sofferma, se non molto incidentalmente, sul genere dei docenti, e la donna accademica rimane davvero nell'ombra. Solo successivamente svilupper&#224; il suo approccio alla questione femminile, negli scritti su &lt;i&gt;Il dominio maschile&lt;/i&gt;, l'articolo del 1990 e il libro del 1998.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Ma ora, noi cercheremo &#8220;di pensare con Bourdieu per andare oltre Bourdieu&#8221; e di capire quale posto avrebbero avuto le donne nell'accademia se il nostro sociologo avesse riflettuto, come docente, sui propri &#8220;pregiudizi scolastici&#8221; o sui &#8220;condizionamenti dell'inconscio culturale&#8221;. In realt&#224;, lo fa lui stesso, in questi termini, quando, in articolo pubblicato postumo, descrive l'esercizio metodico della riflessivit&#224; come &#8220;un incessante andirivieni tra il momento riflessivo dell'oggettivazione dell'esperienza primaria e il momento attivo dell'investimento di questa esperienza cos&#236; oggettivata e criticata in atti di oggettivazione pi&#249; lontani da questa esperienza&#8221;, e sostiene che questo &#8220;doppio movimento&#8221;, che si costruisce &#8220;scientificamente&#8221;, permette allo &#8220;sguardo antropologico&#8221; di disvelare le relazioni invisibili e anche il proprio &#8220;inconscio culturale&#8221; (Bourdieu 2003, pp.52-53).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E cos&#236;, finalmente, richiamando la riflessivit&#224;, che ha esercitato nello scrivere &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt;, riconosce che l'oggettivazione &#232; stata talmente &#8220;fredda&#8221; da dimenticare quanto la libido accademica rappresenti una delle &#8220;follie della mascolinit&#224;&#8221; : &lt;br class='autobr' /&gt; &#8220;&#8230; Ma mi piacerebbe dare rapidamente un altro esempio di andirivieni particolarmente fecondo: avendo scoperto in Virginia Woolf (1929) &lt;i&gt;Al faro&lt;/i&gt;, quelle strutture sorrette da miti a cui non avrei fatto caso se non avessi acuito il mio sguardo attraverso la familiarit&#224; con la visione cabila - e pi&#249; generalmente mediterranea - della divisione sessuale del lavoro, sono stato in grado, grazie alla analisi estremamente raffinata che Virginia Woolf sviluppa in quel romanzo, di come il maschile dominante &#232; dominato dalla sua dominazione, che mi ha costretto a andare pi&#249; nel profondo con il lavoro di riflessivit&#224;, a scoprire subito dopo i limiti della lucidit&#224; di un antropologo che non aveva saputo o potuto ripensare l'antropologia contro se stessa. Ora l'ho fatto, aiutato in particolare dal richiamo, smisuratamente crudele e pure delicato, della libido academica, una forma del tutto particolare manifestata dalle follie della mascolinit&#224;, che avrebbe potuto e dovuto figurare in una versione meno freddamente oggettivista di Homo academicus, cio&#232; meno distante dall'oggetto e dal soggetto dell'oggettivazione&#8221; (Bourdieu 2003, pp.54-55).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In realt&#224;, nel 1989, intervistato da Wacquant sul suo libro sul campo universitario, Bourdieu ha gi&#224; dato una definizione della libido academica, al fine di contestualizzare gli open concepts, quali l'habitus e il campo: &#8220;C'&#232; una libido academica che &#232; un tipo di desiderio molto specifico o un impulso che nasce dalla relazione tra un certo habitus, socialmente costruito - sappiamo che i figli dei professori, per esempio, hanno, a parit&#224; di qualsiasi altra cosa, una propensione alla libido accademica pi&#249; grande dei figli di un uomo d'affari che, spesso, troveranno grottesche una tale ambizione - e un campo che offre profitti particolari vantaggi. La relazione tra un habitus specifico e un campo specifico, una libido academica, pu&#242;, in certe condizioni, sublimarsi in una libido scientifica capace anche di produrre scienza&#8221; (Wacquant, 1989 pp.19-20)&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;E' del tutto coerente che, ponendo all'origine dei giochi sociali l'illusio, l'&#8220;interesse al disinteresse&#8221;, il &#8220;divertimento&#8221; pascaliano, l'&#8220;incanto&#8221; di chi si coinvolge e investe nel gioco, Bourdieu ci racconti di una libido intesa come pulsione dell'individuo a entrare nel campo accademico. Ci dice anche che, in certe condizioni, questa libido academica &#232; in grado di diventare &#8220;scientifica&#8221;. Tuttavia, solo quando legge di Virginia Woolf il racconto della libido academica come virilit&#224; enfatizzata, Bourdieu la riprende nei termini della &#8220;metafora dell'avventura intellettuale e del capitale simbolico di celebrit&#224; che essa persegue&#8221;, e afferma che &#8220;l'illusio ludica permette di riprodurre ad un grado pi&#249; elevato di de-realizzazione quell'illusio academica dell'esistenza quotidiana&#8221; (Bourdieu 1998/1998, pp.88-89). Cos&#236; come quando, pur confessando la difficolt&#224; e talvolta il disagio, intraprende &#8220;un lavoro di socio-analisi dell'inconscio androcentrico&#8221; (ivi, p.13), si riappropria degli strumenti della conoscenza scientifica e mostra la &#8220;verit&#224;&#8221; delle relazioni strutturali di dominio sessuale. Svela, finalmente, che ci&#242; che mantiene le diverse relazioni sessuali di dominio/sottomissione &#232; una certa &#8220;aria di famiglia che unisce e che separa&#8221;, &#232; una &#8220;linea di demarcazione mistica&#8221;, e in questa definizione ritroviamo, ancora una volta, le parole di Virginia Woolf (ivi, p.125).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In realt&#224;, fin all'inizio del suo percorso scientifico, nelle prime ricerche etnologiche, Bourdieu ha analizzato i meccanismi del dominio maschile e ha trattato dell'&#8220;esclusione&#8221; delle donne dall'arte di dominare, essendo l'uomo ad essere designato attraverso i riti di iniziazione istituzionalizzati, e poi ad essere addestrato. Ancora successivamente, dir&#224; che la donna non &#232; toccata dalla libido dominandi , che &#232; &#8220;maschile&#8221;, e lo &#232; &#8220;sotto qualsiasi forma si presenti&#8221;, avendo tutte le forme di dominio a fondamento quell'illusio &#8220;costitutiva della mascolinit&#224;&#8221;. Guarda all'&#8220;esclusione&#8221; delle donne dal dominio, con lo sguardo simmeliano, dal momento che in questa esclusione vi vede la causa di una sorta di lucidit&#224;&#8221; . Le donne, quindi, sono ritenute &#8220;lucide&#8221; perch&#233; non sono prese dall'esaltazione ossessiva del s&#233; tutto maschile, perch&#233; hanno un &#8220;privilegio (tutto negativo) di non essere coinvolte in giochi di potere&#8221;, insomma, sono in una posizione di &#8220;distanza&#8221;, e se spesso partecipano al gioco, lo fanno &#8220;per procura, per solidariet&#224; affettiva&#8221; (Bourdieu 1990, pp. 21-29).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt; Bourdieu parla, anche se molto incidentalmente, sia della lontananza delle donne dai posti di potere, sia delle cause che le portano ad entrare nell'accademia, del fatto che restano &#8220;non coinvolte&#8221; nei giochi, &#8220;meno identificate&#8221; con l'istituzione accademica. Infatti, quando riflette sulla crisi del Maggio del &#8216;68, e sull'incidenza delle trasformazioni dello spazio sociale pi&#249; ampio sul campo universitario, fa notare come l'aumento di studenti abbia comportato l'aumento dei docenti e quindi un cambiamento nei rapporti di forza fra facolt&#224; e discipline, e anche all'interno rispetto alle posizioni di carriera. Ed &#232; con questo cambiamento morfologico e relazionale che nei livelli inferiori del corpo docente o, come specifica meglio, &#8220;nei bacini di reclutamento meno legati al potere accademico e al prestigio intellettuale&#8221;, entrano le donne, insieme a coloro che provengono dalla provincia. Le donne accademiche ci sono, allora, ma, come fa notare, appaiono &#8220;sotto-rappresentate&#8221; nel censimento, perch&#233;, secondo la logica dell'indagine, possono non rispondere al questionario a causa di una &#8220;minore identificazione con l'istituzione&#8221; (Bourdieu 1984/2013, pp.211-212, nota 5).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Qui Bourdieu, assegnando alle donne stesse un minore coinvolgimento istituzionale, sembra avere in mente il processo di socializzazione che le &#8220;prepara&#8221; all'esclusione, dal momento che quell'illusio, che &#232; designata come virilit&#224; e che entra nel rapporto tra habitus e spazio sociale, tende a riprodurre l'azione maschile di &#8220;accumulazione di capitale simbolico&#8221;, un terreno di giochi accademici da cui le donne sono escluse, proprio perch&#233; &#8220;preparate all'esclusione&#8221; (Bourdieu 1990, p.21). Tuttavia, dell'illusio originaria, quindi, di questo &#8220;sentimento&#8221; che &#232; una &#8220;predisposizione&#8221; che diventa il motore &#8220;umano&#8221; di &#8220;azioni virili&#8221;, Bourdieu non parla esplicitamente in &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt; e non dice che &#232; proprio questa illusio originaria a generare la libido dominandi dell'uomo accademico. Comunque osserver&#224; che se il dominio accademico &#232; messo in pericolo dall'ingresso di donne, si scatenano strategie di difesa e persino una forte &#8220;emotivit&#224;&#8221; degli uomini. Lo far&#224; nel 1998, quando, per dimostrare come il dominio maschile tenda a riprodursi attraverso meccanismi di cooptazione che funzionano secondo la logica della sex ratio, si riferir&#224; esplicitamente &#8220;al caso del reclutamento dei professori di pi&#249; basso livello durante quegli anni settanta in cui si doveva far fronte al massiccio afflusso degli studenti&#8221;, e dir&#224;:&lt;br class='autobr' /&gt;
&#8220;Inoltre, anche se non vogliamo certo attribuire agli uomini strategie organizzative di resistenza, possiamo supporre che la logica spontanea delle operazioni di cooptazione &#8211; che tende sempre a conservare le propriet&#224; pi&#249; rare dei corpi sociali, e in primo luogo la sex ratio &#8211; affondi le sue radici in un'apprensione confusa, e fortemente pervasa di emotivit&#224;, rispetto al pericolo che la femminilizzazione fa correre alla rarit&#224; e quindi al valore della posizione, e anche in qualche modo, all'identit&#224; sessuale dei suoi occupanti&#8221; (Bourdieu 1998/1998, p.112-113).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Infatti, anche se &#232; evidente nelle statistiche della ricerca sull'universit&#224; post-sessantottina che la composizione del corpo docente &#232; cambiata nel senso di una riduzione delle quote di coloro che hanno titoli di studio pi&#249; apprezzati, in particolare nelle discipline che si situano al pi&#249; basso livello della gerarchia accademica, per Bourdieu non &#232; questo il punto. Per lui, le strategie accademiche di reclutamento &#8220;non mettono in crisi la logica di difesa di corpo tramite titoli formalmente diversi&#8221;, ma attraverso l'ampliamento della fascia d'et&#224; e, finalmente, con &#8220;la femminilizzazione&#8221;, che perci&#242; appare legata al rischio di &#8220;degrado&#8221; del corpo accademico nelle discipline pi&#249; prestigiose (Bourdieu 1984/2013, pp. 215). Bourdieu ci dice che sono gli uomini a controllare i limiti del campo. Da questo passaggio di &lt;i&gt;Homo academicus&lt;/i&gt;, sembra che la &#8220;femminilizzazione&#8221; sia considerata come uno dei processi di cambiamento nello spazio sociale, pertanto influenti sul campo specifico dell'accademia, e che le donne, come i giovani, facciano parte di quei nuovi &#8220;entranti&#8221;, che provengono da omologhe classi sociali borghesi, ma che finiscono per mettere in crisi la riproduzione delle precedenti modalit&#224; istituzionali.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Le donne sono quelle dotate di capitale &#8220;contraddistinto insieme dal genere e dalla classe&#8221;, perch&#233; Bourdieu, in &lt;i&gt;La distinzione&lt;/i&gt;, il libro che secondo Susca &#232; il precedente logico di &lt;i&gt;Il dominio maschile&lt;/i&gt;, &#8220;non separa&#8221; genere e classificazione sociale (Susca 2011, p. 92). La femminilizzazione, allora, &#8220;intacca&#8221; un campo specifico ma, come una parte del dibattito femminista sostiene (Moi 1991, Reay 2004) , il genere &#8220;si disperde&#8221; attraverso i vari campi, perch&#233; ristruttura lo spazio sociale in generale. Questa prospettiva dell'&#8220;ingresso&#8221; della femminilizzazione sociale nell'accademia sembra rendere sfumato e meno &#8220;specifico&#8221; l'habitus delle donne. Sembra, anche, allontanarle da quella esperienza della illusio e della libido academica, che sono sentimenti costitutivi, come Bourdieu stesso dice (Wacquant, 1989 su citato), dell'incontro tra un &#8220;habitus specifico&#8221; e un &#8220;campo specifico&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Su questa linea il concetto bourdieusiano di habitus &#8220;specifico&#8221; appare &#8220;limitante&#8221; perch&#233; lascia supporre non tanto &#8220;una omogeneit&#224; di sviluppo a livello individuale&#8221;, quanto &#8220;una costrizione di questo sviluppo nei confini di un campo&#8221;. Da qui diventa facile ritenere che il concetto di &#8220;soggettivit&#224;&#8221;, centrale, invece, nell'epistemologia femminista, o il concetto di &#8220;soggettivit&#224; multipla&#8221;, che propone Lahire (1998, 2001), permetta lo studio degli effetti dell'&#8221;attraversamento di campi differenti&#8221;. Infatti, cos&#236;, si arriva a sostenere che &#8220;le donne non hanno legittimit&#224; in un campo professionalizzato&#8221;, come appunto quello accademico, perch&#233; &#8220;il campo corrisponde abbastanza bene ai domini dell'attivit&#224; professionale/pubblica&#8221;, e &#8220;alle attivit&#224; pubbliche di prestigio connotate da capitale simbolico&#8221; (Lahire 2001, p. 35), da cui appunto le donne rimangono &#8220;escluse&#8221;.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;In effetti, Bourdieu non si pone la questione se le donne attraversano diversi campi, se il loro habitus si specifica in relazione a esperienze plurali. E nemmeno studia le donne come protagoniste di negoziazioni e di lotte femminili (King 2000, p. 426). Le donne, le rileva &#8220;distinte&#8221; nelle classificazioni sociali, e con desideri di emancipazione che rispecchiano le auto-rappresentazioni d'&#233;lite, con aspirazioni di mobilit&#224; sociale e professionale che prefigurano &#8220;l'anticipazione pratica di obiettivi limitati, essendo le aspirazioni un elemento inserito all'interno di un habitus di classe e di genere&#8221; (Bourdieu 1979/2001, p. 471). Le inserisce in configurazioni relazionali e meccanismi del dominio simbolico e ritiene, comunque, possibile che la conoscenza scientifica degli effetti di questi meccanismi le porti obbligatoriamente &#8220;a scoprire che non possono arrivare ad una loro liberazione se non attraverso un sovvertimento delle strutture fondamentali dei campi dove si producono e si scambiano beni simbolici&#8221; (Bourdieu 1998/1998, p. 29).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per questo modo di trattare le donne, c'&#232; chi sostiene che lo sguardo di Bourdieu non &#232; viziato da &#8220;androcentrismo&#8221;, ma &#232; &#8220;lo sguardo irrispettoso di studioso e di uomo che si rifiuta di innalzare a tab&#249; la questione femminile&#8221; (Susca 2011 p. 92).&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		
		<enclosure url="https://www.ragionipratiche.it/IMG/pdf/mirella_xragionipratiche_prossima_pub.pdf" length="287006" type="application/pdf" />
		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>&#171;T&#244;rdre le b&#226;ton dans l'autre sens&#187;. Pierre Bourdieu e la sua lettura di Pascal</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Tordre-le-baton-dans-l-autre-sens-Pierre-Bourdieu-e-la-sua-lettura-di-Pascal</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/Tordre-le-baton-dans-l-autre-sens-Pierre-Bourdieu-e-la-sua-lettura-di-Pascal</guid>
		<dc:date>2013-05-24T12:32:36Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Sociologia</dc:subject>
		<dc:subject>Pier Carlo Bontempelli</dc:subject>
		<dc:subject>Blaise Pascal</dc:subject>
		<dc:subject>Filosofia</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Nel suo procedere Bourdieu ha operato spesso con lo scopo esplicito di affermare la propria identit&#224; di sociologo in contrasto esplicito e polemico con la tradizione filosofica di cui pur era figlio. E nella quarta di copertina della sua opera dedicata a Pascal, &lt;em&gt;M&#233;ditations pascaliennes&lt;/em&gt;, si definisce, certo non casualmente, &#171;anthropologue, sociologue, professeur au Coll&#233;ge de France&#187; , negando cos&#236; (o omettendo) la propria appartenenza alla corporazione dei filosofi e al campo disciplinare della filosofia. Solo in quanto sociologo e antropologo si occupa dei suoi antenati filosofi (Pascal, Hume, Kant, Marx, Husserl, Bachelard, Wittgenstein, Austin, Dewey) e dei loro eredi, per trasformarli in oggetti di studio sociologico ed etnologico, come se fossero i cabili, i contadini algerini o i contadini celibi del B&#233;arn, tutti soggetti a cui Bourdieu aveva gi&#224; dedicato o avrebbe dedicato il suo lavoro di sociologo e antropologo. In realt&#224; egli vuole sottoporre a una critica esplicita il campo degli studi filosofici, cos&#236; come si presenta alla sua riflessione.&lt;/p&gt;

-
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

/ 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Sociologia" rel="tag"&gt;Sociologia&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pier-Carlo-Bontempelli" rel="tag"&gt;Pier Carlo Bontempelli&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Blaise-Pascal" rel="tag"&gt;Blaise Pascal&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Filosofia" rel="tag"&gt;Filosofia&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;[da: &lt;i&gt;Il conforto della ragione. Studi in onore di Bernardo Razzotti&lt;/i&gt;, a cura di Elisabetta Fazzini, Andrea Mariani, Giuliana Di Biase, Editrice Itinerari, Lanciano 2010, pp. 159-169.]&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Chi ancor oggi si interroga sulla funzione che Pierre Bourdieu ha avuto nella storia intellettuale del nostro tempo, si trova di fronte alla difficolt&#224; di classificare la sua opera all'interno di coordinate istituzionali che corrispondono alla tradizionale ripartizione delle discipline universitarie. D'altra parte l'impegno teorico di Bourdieu &#232; talmente vasto e transdisciplinare che nei vari ambiti nazionali &#232; stato di volta in volta presentato e rappresentato in forme varie. Proprio per questa sua inclinazione a superare gli ambiti del sapere tradizionalmente consolidati e perpetuati, si &#232; spesso trovato in conflitto con quanti, nei vari campi di forze in cui si articolano, in particolare, le discipline universitarie, di volta in volta intendevano ergersi a difensori dell'ortodossia. Se dovessi riassumere il suo lavoro con una breve formulazione, utilizzerei quanto scritto da Anna Baldini, che ha cos&#236; riassunto la sua principale aspirazione: &#171;costruire una teoria dell'agire sociale che spieghi i meccanismi del comportamento umano in ogni settore della societ&#224;&#187; .&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Il progetto ambizioso del sociologo &#232; stato quello di spiegare l'agire umano in campo sociale e, in via subordinata, anche nel campo dell'arte, della letteratura, della filosofia e in tutti gli ambiti relazionali in cui si esplica l'attivit&#224; dell'uomo. Operazione non facile, come si pu&#242; intuire, perch&#233; Bourdieu intende rimettere in discussione tutto quanto viene dato per consolidato e naturale dalle varie discipline e dal loro uso accademico e scolastico. Il suo metodo interroga criticamente il significato vero delle parole e dei concetti, riprendendo spesso termini (e autori) caduti in disuso e riutilizzandoli con un significato diverso da quello &#171;abituale&#187; con un effetto che definirei di straniamento. In altri termini, egli vuole costringere i suoi lettori a riflettere sul significato vero di parole e formazioni linguistiche, &#8220;denaturalizzandole&#8221; e riportandole rigorosamente all'interno dei singoli campi relazionali (politico, religioso, scientifico, filosofico, artistico, letterario, giuridico ecc.) in cui gli scambi linguistici sono prodotti e si realizzano.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		
		<enclosure url="https://www.ragionipratiche.it/IMG/pdf/bontempelli_su_meditazioni_pascaliane.pdf" length="214500" type="application/pdf" />
		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Il sociologo e lo storico</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Il-sociologo-e-lo-storico</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/Il-sociologo-e-lo-storico</guid>
		<dc:date>2013-04-26T08:42:43Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Pierre Bourdieu</dc:subject>
		<dc:subject>Roger Chartier</dc:subject>
		<dc:subject>Mirella Giannini</dc:subject>
		<dc:subject>Prefazioni</dc:subject>
		<dc:subject>Storia</dc:subject>
		<dc:subject>Sociologia</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;Pierre Bourdieu e Roger Chartier, da rappresentanti della sociologia e della storia, si confrontano su come le due discipline cercano di conoscere e comprendere la nostra societ&#224;. Nell'introduzione francese Chartier richiama le occasioni pubbliche di questo confronto e, durante le conversazioni, si fa spesso riferimento al dibattito scientifico che in Francia ha visto come protagonisti Bourdieu e gli storici. Un test per l'Italia, dove appare debolissimo il dibattito interdisciplinare tra sociologi e storici, nonostante, da un lato, la sociologia esperienziale colga l'attraversamento dei processi storici nelle vite individuali e, dall'altro, la storia sperimenti il rapporto tra macro e micro nell'approccio biografico. Per Bourdieu, &#171;la separazione tra sociologia e storia &#232; disastrosa e totalmente priva di giustificazione epistemologica: ogni sociologia deve essere storica e ogni storia sociologica&#187;.&lt;/p&gt;

-
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

/ 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Pierre-Bourdieu" rel="tag"&gt;Pierre Bourdieu&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Roger-Chartier" rel="tag"&gt;Roger Chartier&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Mirella-Giannini" rel="tag"&gt;Mirella Giannini&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Prefazioni" rel="tag"&gt;Prefazioni&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Storia" rel="tag"&gt;Storia&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Sociologia" rel="tag"&gt;Sociologia&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;p&gt;Pierre Bourdieu e Roger Chartier, da rappresentanti della sociologia e della storia, si confrontano su come le due discipline cercano di conoscere e comprendere la nostra societ&#224;. Nell'introduzione francese Chartier richiama le occasioni pubbliche di questo confronto e, durante le conversazioni, si fa spesso riferimento al dibattito scientifico che in Francia ha visto come protagonisti Bourdieu e gli storici. Un test per l'Italia, dove appare debolissimo il dibattito interdisciplinare tra sociologi e storici, nonostante, da un lato, la sociologia esperienziale colga l'attraversamento dei processi storici nelle vite individuali e, dall'altro, la storia sperimenti il rapporto tra macro e micro nell'approccio biografico. Per la sociologia, gi&#224; nel 1959, Mills rilevava che &#171;ogni individuo vive, da una generazione all'altra, in una determinata societ&#224; [...], costruisce una biografia [...] nell'ambito di una particolare sequenza storica&#187; e, proprio per questo, concorre a formare la societ&#224; e ad alimentare la storia, mentre allo stesso tempo &#232; formato dalla societ&#224; e spinto dalla storia. Sosteneva che proprio &#171;l'immaginazione sociologica ci permette di afferrare biografia e storia e il loro mutuo rapporto&#187; (Wright Mills, 1959/1995: 16).&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Per Bourdieu, &#171;la separazione tra sociologia e storia &#232; disastrosa e totalmente priva di giustificazione epistemologica: ogni sociologia deve essere storica e ogni storia sociologica&#187; (Bourdieu, 1992/1992: 62). Infatti, tutto il suo apparato concettuale, in parte richiamato nelle conversazioni qui pubblicate, non potrebbe essere compreso se non nel quadro della movimentazione storica, proprio nel senso di Mills, del mutuo rapporto tra le azioni degli individui e le sequenze storiche. Basti ricordare molto brevemente alcuni concetti che, come si vedr&#224; meglio pi&#249; avanti, rappresentano la sua capacit&#224; epistemologica di cogliere le sequenze temporali.&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		
		<enclosure url="https://www.ragionipratiche.it/IMG/pdf/giannini_bourdieu-chartier_prefazione.pdf" length="615895" type="application/pdf" />
		

	</item>
<item xml:lang="it">
		<title>Mutamenti nel campo letterario italiano 1956-1968</title>
		<link>https://www.ragionipratiche.it/Mutamenti-nel-campo-letterario-italiano-1956-1968</link>
		<guid isPermaLink="true">https://www.ragionipratiche.it/Mutamenti-nel-campo-letterario-italiano-1956-1968</guid>
		<dc:date>2013-04-07T15:48:07Z</dc:date>
		<dc:format>text/html</dc:format>
		<dc:language>it</dc:language>
		<dc:creator>Michele Sisto</dc:creator>


		<dc:subject>Bertolt Brecht</dc:subject>
		<dc:subject>Cesare Cases</dc:subject>
		<dc:subject>Enrico Filippini</dc:subject>
		<dc:subject>Franco Fortini</dc:subject>
		<dc:subject>G&#252;nter Grass</dc:subject>
		<dc:subject>Uwe Johnson</dc:subject>
		<dc:subject>Hans Magnus Enzensberger</dc:subject>
		<dc:subject>Peter Weiss</dc:subject>
		<dc:subject>Campo letterario</dc:subject>
		<dc:subject>Gruppo 47</dc:subject>
		<dc:subject>Gruppo 63</dc:subject>
		<dc:subject>Michele Sisto</dc:subject>

		<description>&lt;p&gt;La ricezione italiana di autori come Uwe Johnson, G&#252;nter Grass, H. M. Enzensberger e Peter Weiss negli anni Sessanta passa attraverso il conflitto tra due divergenti visioni della letteratura, di cui sono rispettivamente portatrici le case editrici Einaudi e Feltrinelli. Pur occupando posizioni assai prossime nel campo editoriale e muovendosi entrambe all'interno di un orizzonte culturale marxista, l'Einaudi, fondata nel 1933, subisce la concorrenza della pi&#249; giovane Feltrinelli (1955), che al paradigma della letteratura antifascista e neorealista oppone la sperimentazione avanguardistica del Gruppo 63. Analogamente i germanisti in forza nelle due case, Cesare Cases (classe 1920) ed Enrico Filippini (1934), selezionano all'interno della produzione letteraria di lingua tedesca gli autori e le opere pi&#249; adatte a corroborare le rispettive linee editoriali, ovvero la loro visione del mondo e della letteratura.&lt;/p&gt;

-
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/atti-della-ricerca" rel="directory"&gt;Atti della ricerca&lt;/a&gt;

/ 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Bertolt-Brecht" rel="tag"&gt;Bertolt Brecht&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Cesare-Cases" rel="tag"&gt;Cesare Cases&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Enrico-Filippini" rel="tag"&gt;Enrico Filippini&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Franco-Fortini" rel="tag"&gt;Franco Fortini&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Gunter-Grass" rel="tag"&gt;G&#252;nter Grass&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Uwe-Johnson" rel="tag"&gt;Uwe Johnson&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Hans-Magnus-Enzensberger" rel="tag"&gt;Hans Magnus Enzensberger&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Peter-Weiss" rel="tag"&gt;Peter Weiss&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Campo-letterario" rel="tag"&gt;Campo letterario&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Gruppo-47" rel="tag"&gt;Gruppo 47&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Gruppo-63" rel="tag"&gt;Gruppo 63&lt;/a&gt;, 
&lt;a href="https://www.ragionipratiche.it/Michele-Sisto-31" rel="tag"&gt;Michele Sisto&lt;/a&gt;

		</description>


 <content:encoded>&lt;div class='rss_texte'&gt;&lt;div class='spip_document_4 spip_document spip_documents spip_document_image spip_documents_left spip_document_left'&gt;
&lt;figure class=&#034;spip_doc_inner&#034;&gt; &lt;img src='https://www.ragionipratiche.it/local/cache-vignettes/L210xH313/copertina55-ef524fad-089fa.jpg?1792753770' width='210' height='313' alt='' /&gt;
&lt;/figure&gt;
&lt;/div&gt;
&lt;p&gt;&lt;i&gt;1. &#171;Sono i nuovi entranti a creare il movimento&#187;: l'editore Feltrinelli&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Gli anni Sessanta sono l'epoca d'oro della letteratura tedesca in Italia. Nel generale riassestamento seguito alla seconda guerra mondiale, che vede la letteratura americana contendere alla francese la posizione dominante nel campo letterario internazionale, anche la letteratura di lingua tedesca vede aprirsi nuovi spazi per rinegoziare la propria posizione.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Scomparsi i grandi protagonisti del dopoguerra &#8211; Thomas Mann (1875-1955), Gottfried Benn (1886-1956) e Bertolt Brecht (1898-1956) &#8211; e ricostituita l'autonomia relativa del campo letterario nella Repubblica Federale attraverso l'azione del Gruppo 47, si creano le condizioni per la consacrazione di una nuova leva di autori, tra i quali G&#252;nter Grass (1927), Martin Walser (1927), Hans Magnus Enzensberger (1929), Uwe Johnson (1934). L'anno della svolta &#232; il 1959, quando alla Fiera del libro di Francoforte Il tamburo di latta di Grass e le Congetture su Jakob di Johnson, insieme a Biliardo alle nove e mezzo del pi&#249; anziano Heinrich B&#246;ll, fanno esplodere un caso letterario e politico, affrontando con originali soluzioni di scrittura due temi tab&#249; per la societ&#224; adenaueriana: il rapporto col passato nazista e la divisione delle due Germanie.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Vista dall'Italia, questa nuova letteratura tedesca appare sdoppiata: di alcuni autori, per lo pi&#249; romanzieri come Johnson o Grass, si evidenziano il legame con l'espressionismo e l'opzione per una scrittura &#171;pura&#187;, non sottomessa agli imperativi immediati della politica; di altri, per lo pi&#249; dediti al teatro come Peter Weiss, si percepiscono soprattutto la discendenza da Brecht e lo sforzo di rinnovare la tradizione dell'engagement. &#8220;Avanguardisti&#8221; e &#8220;brechtiani&#8221; li definisce rispettivamente, con la consueta ironia, Cesare Cases nei pareri di lettura che scrive per l'editore Einaudi.&lt;/p&gt;
&lt;p&gt;Da: &lt;a href=&#034;http://www.allegoriaonline.it/index.php/i-numeri-precedenti/allegoria-n55.html&#034; class=&#034;spip_out&#034; rel=&#034;external&#034;&gt;Allegoria n. 55&lt;/a&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;
		
		</content:encoded>


		
		<enclosure url="https://www.ragionipratiche.it/IMG/pdf/sisto-mutamenti_nel_campo_letterario_italiano_allegoria_.pdf" length="152658" type="application/pdf" />
		

	</item>



</channel>

</rss>
